17/06/2026
“Troppo invasati gli “ashtangi”, pensavo.
Dei pazzi che praticano la stessa sequenza sei giorni su sette. Gli stessi asana, gli stessi movimenti, per anni. Non si pratica con la luna piena e si pratica al mattino prima dell’alba. Il maestro diventa intoccabile, solo saggio. Invasati che seguono dogmi e guru, pensavo. Tutta questa ripetizione e disciplina che avevano solo il gusto della pesantezza.
Non fa certamente per me, mi dicevo.
Io che cambio idea come cambio le calze.
Io che amo il cambiare, le cose nuove, l’esplorazione libera del movimento.
Io che quando comincio un progetto nuovo ne ho già altri tre in testa.
La disciplina non è certamente una qualità che mi appartiene, ed è proprio per questo che oggi l’Ashtanga è la mia pratica.
Perché è un luogo in cui tornare.
Perché mi aiuta a piantare i piedi a terra, io che vivo con il naso all’insù, verso il cielo.
Continuo ad amare il Vinyasa, la musica, l’esplorazione e la libertà del movimento.
Ma ho scoperto che c’è qualcosa di profondamente sacro, misterioso e pieno di spirito nel tornare ogni giorno nello stesso luogo.
Non nei dogmi.
Non nei guru.
Ma nel gesto che si ripete.
Insegnare questa pratica è un dono, è prezioso. Si comincia con l’altro ad un livello così lontano dalla parola, così unico. Intimo.
Solo nelle classi mysore trovo quel gusto. Antico. Mistico.
In questo mondo che sembra non volersi mai fermare, avere una pratica che ti ri-porta è atto rivoluzionario.”