12/03/2026
"Ulisse e l’irrequietezza umana: tra epica, nomadismo e modernità liquida"
L’Ulisse di Alfred Tennyson e L’anatomia dell’irrequietezza di Bruce Chatwin possono essere letti come due diagnosi diverse della stessa condizione umana: l’impossibilità di abitare davvero la quiete.
Nella poesia di Tennyson, Ulisse è l’eroe che scopre che il ritorno non è una conclusione ma una forma di esilio. Itaca rappresenta l’ordine, il potere, la stabilità — ma proprio per questo diventa una prigione. Il celebre slancio finale (to strive, to seek, to find, and not to yield) non è soltanto volontà di avventura: è un rifiuto esistenziale dell’immobilità.
Bruce Chatwin, in L’anatomia dell’irrequietezza, sposta questa intuizione dal piano epico a quello antropologico. L’irrequietezza non è un tratto romantico dell’individuo ma una memoria profonda della specie: l’essere umano è nato nomade. Quando smette di muoversi, qualcosa in lui si incrina.
Qui il pensiero di Albert Camus diventa illuminante. Nell’universo dell’assurdo, l’uomo non trova mai una casa definitiva nel mondo: come Sisifo, è condannato a ricominciare il movimento. Ulisse che riparte non è allora un nostalgico dell’avventura, ma una figura dell’uomo che rifiuta la resa all’assurdo della stasi.
E tuttavia la modernità descritta da Zygmunt Bauman complica ulteriormente il quadro. Nella “modernità liquida”, il movimento non è più libertà ma condizione permanente: siamo tutti costretti a restare in viaggio. L’irrequietezza che in Ulisse è eroica e in Chatwin è antropologica diventa, nel mondo contemporaneo, quasi una struttura sociale.
Tra epica, antropologia ed esistenzialismo emerge così una stessa intuizione: l’essere umano non è fatto per restare fermo — ma il prezzo del movimento è non arrivare mai davvero.