08/09/2026
Era l'anno 1 D.J.
Sarebbe passato alla storia come un anno di cambiamenti.
In primis perchè, in quell'estate, nessuno avrebbe mai pensato di dover ricominciare a contare il D.J. (nè che l'avrebbe interrotto perchè MJ avrebbe firmato con gli Wizards, dopo aver preso la franchigia dalle mani di quel Pollin con cui stava venendo alle mani).
Era l'anno del lockout, dei fischi ai giocatori causati da dichiarazioni infelici (e dai Kenny, proprio le 8 auto dovevi menzionare?), del più lungo braccio di ferro che l'NBA avrebbe mai conosciuto.
Tutto nato dal rinnovo a cifre astronomiche di Kevin Garnett a Minnesota (avete presente il soprannome Big Ticket o The Franchise? Viene da questo).
Una bomba che esplode in tutta la sua potenza perchè quella Bird's exception, ai proprietari, proprio non va giù.
Al Madison Square Garden le cose non vanno meglio, Ewing (con Hunter) è a capo della NBPA che ingaggia un duello all'arma bianca con i proprietari.
Quando lasituazione rientra, e c'è da pensare alla stagione che inizia, c'è da trovare qualcuno che raccolga la pesante eredità di John Starks.
La scelta ricade su qualcuno abbastanza talentuoso e f***e da accettare di essere il successore di un monumento di "The Mecca".
E chi se non un 3 volte all star che era stato fatto fuori per aver tentato di strangolare il suo allenatore?
È una scelta che fa pensare ai Knicks attuali pre Leon Rose, e invece...
Partenza balbettante; attorno al nostro, Jeff Van Gundy (e con lui l'allora assistente Tom Thibodeau) mette in quintetto Charlie Ward, Allan Houston, Marcus Camby ed il totem di Georgetown, con Larry Johnson, Chris Childs, Chris Dudley, David Wingate, Dennis Scott, Ben Davis, Rick Brunson, Kurt Thomas e la chioccia Herb Williams a completare il roster.
Era il 50° anno dei Knicks tra i pro, ma le prime impressioni sembrano porre il mezzo secolo come pietra tombale di quella squadra che aveva sfiorato il titolo nei due anni del primo conto "D.J.".
E invece...
Nella 50ma stagione, ridotta (ah, i numeri) a 50 partite, i Knicks entrano di straforo da ottavi (segnate anche l'8).
E vincono, 3-2 agli Heat, 4-0 secco agli Hawks, 4-2 a Reggie Miller ed ai suoi Pacers in finale di conference.
Mai nessuno era riuscito a fare tanto partendo dall'ultimo spot disponibile ai playoff.
Sembra una favola, quella degli underdogs che sovvertono il sistema, ma i sogni s'infrangono su Gregg Popovich e gli Spurs che passavano il testimone dall'Ammiraglio a Tim Duncan.
Ma la sconfitta non cancella quella che fu una delle squadre più pazze, imprevedibili e, per questo, amate della storia della National Basketball Association.
E ba***re gli Spurs con lo stesso punteggio 27 anni dopo è un omaggio a lui ed a tutti loro.
Auguri Spree.