27/11/2021
DELLE FIGURINE PANINI, DEGLI ORMONI IMPAZZITI E DI PIZZABALLA CHE NON USCIVA MAI…
Con una mano tenevi fermo il mazzetto e con l’altra gli giravi attorno l’elastico. Giallo. Due, tre giri.
Alla fine la tua confezione di figurine ripetute era pronta e la potevi mettere in tasca, nel giubbotto, nella cartella di scuola (no, lì, meglio di no, non si sa mai chè a qualcuno prudano le mani e ci guardi dentro, meglio avercele sempre addosso).
Erano preziose le figurine ripetute e se erano tante, allora meglio fare due, tre confezioni da tenere con l’elastico anziché una sola, visto che in tal caso, crescendo l’altezza del castelletto, le figurine tendevano a scappare, a scivolare, a sgusciare di lato.
Erano bottino, certo, ma anche testimonianza di potere (si, perché chi completava l’album delle figurine Panini calciatori acquisiva innegabilmente potere e credibilità), visto che più erano le ripetute e – fatalmente – più voleva dire che eri vicino al diapason, al momento magico del completamento dell’album.
Album che restava rigorosamente custodito a casa e che poteva essere visto, in casa, solo da pochissimi, eletti, amici.
Le figurine ripetute erano, al tempo stesso, merce di scambio per acquisire – ogni giorno in maniera più complicata - quelle mancanti e più ne avevi e più forza te ne derivava nella contrattazione, così per Cuccureddu potevi pagare anche 15-20, forse anche 30 altre figurine.
E in qualche modo ti pareva di fare il calciomercato come lo facevano quelli veri e, per il gusto del potere di cui sopra, potevi prenderti lo sfizio di dire “no” a 10 figurine per una tua, esattamente come il Cagliari (vero) diceva no alla Juventus che offriva 9 giocatori per Gigi Riva.
Ma – come altre cose in quegli anni – le figurine hanno rappresentato uno straordinario strumento di unione geografica, forse inconsapevole.
La raccolta la si faceva tutti, da Nord a Sud, da Est a Ovest, da Bolzano a Trapani, da Lecce a Cuneo e le figurine, ovviamente, erano tutte uguali, al pari delle dinamiche che ruotavano attorno ad esse.
Certo, in qualche caso cambiava il nome che si assegnava ai giochi che le riguardavano, ma la sostanza era la medesima: ci si giocava le figurine con le figurine medesime a essere oggetto del gioco.
Serviva abilità manuale, in qualche misura vera e propria maestria, spesso si giocava seduti in terra, sul marciapiede o su qualche gradino, magari con i libri della scuola a fianco o addirittura dentro la scuola, durante la ricreazione o nei bagni o, i più monelli, nella terra di nessuno degli ultimi banchi delle classi.
Quelle classi dove debordava l’irrequietezza adolescenziale (non ho mai compreso quei professori che si lamentano con i genitori per l’irrequietezza dei ragazzi, in caso contrario io avrei chiamato gli assistenti sociali…), dove il sudore puzzava, si, di sudore, ma anche di anima, di voglia di vita, di brufoli impazziti e di ormoni da controllare senza alcun manuale d’uso.
E loro, le figurine, sempre presenti, anche lì, come una storta di ponte, di lasciapassare, di invisibile filo di collegamento tra il mondo dei ragazzi e quello degli adulti che agli idoli delle figurine – alla fine – erano legati quanto te.
Già, gli idoli…e chi li avrebbe mai studiati bene in volto senza le figurine?
Con la televisione che proponeva solo rare immagini e comunque in bianco e nero e regolarmente sfocate la poesia – certo – si coglieva come le margherite in primavera, a mazzi, ma memorizzare i volti dei calciatori, circa 15 per squadra, era faccenda praticamente impossibile da sbrigare.
Le figurine, invece, ti stampavano in mente i volti dei tuoi eroi, roba che ti resta per la vita: gli spigoli in volto dei centravanti veri, di gente come Boninsegna, Riva, Chinaglia, l’intelligenza e la classe che leggevi negli occhi di Rivera, Bettega, il coraggio di portieri come Albertosi o le facce da duri dei mediani e dei difensori.
E poi i baffi, sissignore, i baffi.
Artisti e feroci custodi dell’area di rigore, curiosamente, pur essendo filosoficamente così distanti tra loro spesso portavano i baffi che, unitamente ai pantaloncini molto aderenti e corti e alle braccia conserte, facevano tanto calciatore...
E le figurine tu le avevi sempre in tasca e le sentivi sotto le dita quando la vita ti portava a incassare un po' il collo tra le spalle e a chiuderti con le mani nelle tasche del giaccone, appunto.
Epperò sentirle sotto le dita in qualche modo ti dava sicurezza, faceva “casa”.
E poi…l’odore…ecco…come si spiega l’odore di qualcosa che non sa di qualcos’altro ma proprio di quella cosa là? Cioè…le figurine non odoravano come un giornale e neppure come un libro, odoravano…di figurine, soprattutto dopo l’epocale passaggio dalla colla per attaccarle sull’album – tecnicamente detta cellina – alle autoadesive.
Correva – mi***ia se correva – l’anno 1972, i dischi più venduti (eh si, si acquistavano i dischi…) erano quelli di Mina (Grande grande grande) e di Lucio Battisti (I giardini di Marzo), ma con un Gianni Nazzaro superstar (Quanto è bella lei), un biglietto del tram costava circa 80 lire, un caffè 90 e un giornale 100 e dal mese di novembre (l’album Panini grosso modo usciva in quel periodo) il mondo non sarebbe stato mai più uguale a prima perché arrivarono le figurine autoadesive.
E con esse anche quell’odore inconfondibile e, tutto sommato inspiegabile anche da chi – come me - ha sempre usato le parole per orizzontarsi in questo casino organizzato che è la vita.
E chissà se il primo calciatore ad essere immortalato in una figurina, nel 1961, l’allora capitano dell’Inter Bruno Bolchi (uno che con la storia deva avere un conto aperto perché poi, anni dopo, da allenatore, portò per la prima volta la Reggina in serie A) comprese mai in quale meraviglioso e dolcissimo guaio stava mettendo milioni e milioni di ragazzini per i decenni a seguire.
Ragazzini che poi, magari – come il sottoscritto – hanno completato un album da adulti e magari anche acquistato i 12 volumi della raccolta completa della Panini, ma che non hanno mai ritrovato la poesia delle figurine bisvalide o quella di Pizzaballa e Vecchi che non uscivano mai.
Perché le figurine erano le tue per sempre, da quando aprivi le bustine lungo il bordo e dopo aver avuto cura di sb****re la bustina stessa sul fondo per far scendere le figurine al suo interno, in modo tale da non correre il rischio di strapparne il bordo superiore appresso al bordo della bustina stessa.
Ad esempio erano tue anche delle meravigliose bustine dentro le quali trovavi delle piccole bandierine in plastica con i colori di tutte le squadre, ma, no…non era la stessa cosa…non poteva esserlo, non lo è mai stata.
Perché, tutto sommato, se chiudete gli occhi le sentite ancora sotto le dita, nella tasca, ancora oggi. Le figurine sono sempre con noi, perché non sono altro che noi come eravamo e come, sotto sotto, siamo ancora, da qualche parte, travolta, schiacciata dalle volgarità quotidiane che ammazzano la poesia di noi bambini.
Sono là, fidatevi: chiudete gli occhi, le figurine sono ancora là…mi raccomando, occhio a non legare con l’elastico mazzetti troppo alti altrimenti poi scivolano di lato…
Sport Heroes di Giusva Branca
Regia Maria Parisi
Produzione Teatro Primo