10/11/2021
Vogliamo condividere con voi questo articolo sullo sfruttamento degli impianti sciistici proprio perché soste iamo che la montagna veneta possa essere vissuta e goduta in maniera più consapevole.
- Una montagna di ruggine -
I dati parlano chiaro: con una crescita delle temperature maggiore di circa il doppio rispetto alla media globale, sulle Alpi si sta registrando un’evidente diminuzione dei ghiacci perenni e del manto nevoso. A questo fenomeno si aggiungono inverni sempre più brevi e una quota-neve ogni anno più alta: sulle montagne medio-basse le precipitazioni liquide, durante la stagione fredda, stanno gradualmente superando i contributi nevosi.
Questi dati non sono certo confortanti per un’industria, come quella sciistica, che fa della sua materia prima la risorsa-neve. È un po’ come vendere tavole da surf in una spiaggia senza mare.
Sono numerosi gli esempi di impianti dismessi: a volte rimossi, ma spesso abbandonati a un inevitabile degrado. Il dossier di Legambiente, Nevediversa 2020, sulle Alpi ne ha individuati ‹‹348, 132 dei quali sono impianti non funzionanti da anni, ma che non sono mai stati smantellati›› (Legambiente, 2020: 5).
Altrettanto numerosi (113 stando al censimento riportato dallo stesso dossier) sono anche gli impianti che, durante la stagione invernale 2019/2020, non sono riusciti ad aprire a causa di un clima sempre più inadatto alla messa in pratica dell’attività sciistica.
Eppure, come se il problema non sussistesse, assistiamo periodicamente a tentativi di rilancio di un modello turistico ormai difficile da sostenere. Un modello anacronistico, poiché vincente in un’epoca per molti aspetti lontana.
Così le montagne si riempiono di nuovo acciaio, di nuovo cemento, di nuovi cannoni sparaneve, di nuove disco-baite, mentre le vecchie strutture, abbandonate agli elementi, vengono intaccate dalla ruggine e dalla vegetazione.
Il turismo di domani dovrà partire dalla consapevolezza che, per rendere le montagne un luogo attraente, non occorre puntellarle di costose infrastrutture. Bisognerebbe invece abbandonare i cantieri per prendere in mano la penna e iniziare a raccontarle meglio, perché è proprio dal racconto che nasce il desiderio. La narrazione spesso rappresenta il movente del viaggio. Si tratta quindi di cambiare paradigma narrativo per presentare le Alpi sotto una luce meno ludica e più culturale. Solo così, forse, il turismo alpino riuscirebbe finalmente a diventare una risorsa “pulita”, uscendo da quella zona di ombre e ambiguità in cui si muove fin dalla nascita.
di Pietro Lacasella