05/06/2026
L’apparente fragilità di Nadia Battocletti, che in realtà fragilità non è affatto. Non nel risultato, almeno. Una prestazione da 14’40” dice molto del suo valore. Si salva con classe e forza.
È il modo in cui si esprime che fa ve**re voglia di abbracciarla. Trasmette tenerezza a tutti. I campioni sembrano miti invincibili e, per fortuna, non lo sono. Lei si scusa per non aver soddisfatto le aspettative, ma il suo esserci, senza sottrarsi nemmeno all’intervista, vale quanto e forse più di un 14’ netto.
A proposito: aspettative. Una parola da indagare.
Anche Leonardo Fabbri afferma di essere emotivo, ma non debole. Ci tiene a dirlo, a sottolinearlo. Ha bisogno di sfogarsi e lascia intendere quanto le critiche siano pesi che si portano dentro. Diciamo che tutto passa e vola via, ma non è così. Non fingiamoci superiori. L’ambiente esterno, in qualche modo, entra e finisce per inquinarci.
È una ricerca continua per ritrovare il proprio equilibrio e coltivare l’illusione di una serenità infinita. Non esistono chiavi che aprano soluzioni definitive: esiste soltanto la ricerca dentro se stessi, per trovare le risorse necessarie e tornare sempre a galla.
Anche Ludovica Cavalli parla di essersi persa e ritrovata grazie al suo staff, così come Gaia Sabatini racconta quella voce interiore che vorrebbe farla fermare allo scoccare degli 800 metri in una gara da 1500.
Ma tutte queste interviste parlano più di dialogo interiore che di tempi e misure. Il mito dell’atleta forte naufraga sotto il peso dei secondi che passano. Forse è proprio la consapevolezza della propria fallibilità a disinnescare quel peso, o quantomeno a renderlo meno potente.
Perdere una gara significa non vincere una delle mille battaglie della vita. E poi, volendo, possiamo anche perderle tutte e mille: l’importante è non accanirsi contro noi stessi. Il resto è marginale.
Foto di / FIDAL FIDAL