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21/05/2025

21/05/2025

21/05/2025
21/05/2025

Oggi, a un certo punto, si è alzato in piedi Gabriel Rufiàn, capogruppo del partito ERC (Sinistra Repubblicana di Catalogna).

E con una pila di fogli in mano e 15.000 nomi di bambini stampati sopra, ha pronunciato un discorso che entrerà nella storia del Parlamento spagnolo.

Una denuncia durissima della pulizia etnica in corso a Gaza e della miseria dei partiti di destra che la giustificano:

"Alla fine qui, signori, sapete cosa succede? Che quello che sta diventando di moda è essere un bast*rdo. È essere una canaglia.

È giustificare quello che fa Israele e dire che sì, che va bene.

Guardate: questo è un elenco che ho stampato dei 15.000 bambini uccisi da Israele. Guardate: sono quasi 30 pagine, 15.000 bambini, 800 dei quali minori di un anno.

Lo giustificano. Sì, lo giustificano, perché è di moda giustificare questo.

È terribile che, il 7 ottobre, un'organizzazione terroristica come Ham*s abbia assassinato 30 bambini israeliani. È terribile.

Israele, uno Stato genocida, ne ha eliminati 15.000. Uno Stato, non un'organizzazione terroristica. E Israele uccide in Palestina da molto prima che Ham*s esistesse. Voi, con il vostro "coraggio" e la vostra scorrettezza politica, giustificate questa canagliata. È da bast*rdi.

Questi sono i loro nomi.

Pesa, eh? (domanda dopo aver lasciato cadere i 30 fogli sul banco). Pesa come i missili che cadono sulle loro teste.

In conclusione, io penso che le persone tolleranti, non solo di sinistra, debbano diventare profondamente, terribilmente intolleranti nei confronti degli intolleranti.

Cos'è la polarizzazione? Denunciare l'omicidio di bambini negli ospedali? Bene, sia benvenuta la polarizzazione.

Dobbiamo essere i 'tolleranti' intolleranti verso l'intolleranza.

Deve tornare a essere vergognoso essere una canaglia, deve tornare a essere vergognoso essere un fascista e deve cessare la moda che i deputati di destra ridano davanti a un elenco di bambini morti".

Perfetto.

20/05/2025

Tavoletta assira del 2800 a.C. che recita: "Oggi la Terra sta degenerando. Corruzione e tangenti abbondano. I bambini non obbediscono più ai genitori, ogni uomo vuole scrivere un libro ed è ovvio che la fine del mondo si sta avvicinando rapidamente."

16/05/2025

Chi dimentica fa gaslighting.

09/11/2024



By Lucillola

Cialtri 😂
06/11/2024

Cialtri 😂

Matteo Salvini si è presentato alla Camera vestito da Donald Trump. Ok, però i dettagli sono importanti Mattè. Vabbé, per questa volta ho provveduto io.

04/11/2024

Il racconto che viene fatto dall’Italia (e non solo) di quello che è accaduto ieri a Valencia è in bilico tra il distorto, il superficiale e il parzialmente falso.

Ieri a Paiporta, il comune più colpito dalla Dana, in mezzo al fango, tra la gente inferocita, c’erano (giustamente) le tre massime istituzioni: Re Felipe e Letizia di Spagna, il primo ministro socialista Sanchez e il Presidente della Generalitat Valenciana Carlos Mazón del Partito Popolare (e alleato di Vox).

Bene.

Dei tre, i primi, i reali di Spagna, sono rimasti lì, lei in lacrime, lui ad ascoltare, a prendersi insulti, fischi, persino del fango addosso. Senza alcuna responsabilità politica. E, quando è finita, Felipe ha detto: “Bisogna capire la rabbia della gente”.

Il secondo, Sanchez, è stato colpito da un bastone e, come da protocollo di sicurezza, a quel punto è stato portato via.

Sapete chi è stato l’unico verso cui nessuno ricorda le contestazioni, gli insulti, il fango? Carlos Mazon, l’unico che davvero si è meritato tutto questo. Che ha fatto quello che fanno sempre a destra in questi momenti. È scappato appena ha visto l’aria che tirava.

Lui che nega l’esistenza della crisi climatica.

Lui che ha minimizzato l’allerta meteo che stava arrivando.

Lui che ha eliminato l’unità di risposta rapida in caso di emergenza.

Lui che è responsabile primario del mancato allarme e del ritardo vergognoso dei soccorsi.

Eppure in tutto il mondo quello di ieri è diventato il giorno della contestazione al Re e al primo ministro.

E sapete chi chi c’è dietro a tutto questo? L’estrema destra, che ha rivendicato l’attacco a Sanchez. La stessa estrema destra negazionista del clima, tanto per far capire il livello di ipocrisia e sciacallaggio che si possono raggiungere.

Non amo i reali, la considero ovunque un’istituzione vetusta e superata. Ma le cose bisogna raccontarle tutte, fino in fondo. Altrimenti anche una tragedia immane come questa non sarà servita a nulla.

Tosa

22/10/2024

Vita di Moussa Diarra ucciso dalla Polfer, oltraggiato da Salvini.

In tanti si sono recati ieri sera alla stazione di Verona per ricordare con mazzi di fiori Moussa, il 26enne del Mali ucciso. L’episodio è accaduto domenica di prima mattina.

Il giovane, in evidente stato di disturbo psichico, avrebbe tentato di aggredire tre poliziotti della Polfer con un coltello, uno dei quali gli ha esploso contro tre colpi di pi***la, uccidendolo. Ma se la dinamica dell’episodio, attualmente al vaglio della magistratura, è ancora da chiarire, la politica non ha perso tempo a cavalcare il fatto.

A Verona, l’opposizione di destra si è immediatamente scagliata contro i migranti e le politiche, a loro modo di vedere, troppo permissive della Giunta guidata dal sindaco Damiano Tommasi. Non poteva mancare un intervento a gamba tesa di Matteo Salvini che ha scritto sui social: «Con tutto il rispetto, non ci mancherà. Grazie ai poliziotti per aver fatto il loro dovere».

MA CHI ERA, QUESTO ragazzo del Mali che non mancherà al leader della Lega? Moussa Diarra, questo il suo nome, era fuggito dalla guerra che insanguina il suo Paese. Sognava di lavorare nei campi in Italia, come suo fratello. Sbarcato a Lampedusa nel 2016, dopo aver attraversato l’inferno libico, è stato ingabbiato nel Cas veronese di Costagrande, struttura ora chiusa e tristemente famosa per le condizioni in cui tratteneva i suoi “ospiti”.

Qui Moussa aveva avviato la trafila per un permesso di soggiorno umanitario e cercare lavoro. Quando l’hanno rimesso in libertà, soffriva oramai di depressione e di disturbi psichici. Ma fuori del Cas, per Moussa, come per tanti altri, non c’è niente.

GLI ATTIVISTI DEL CENTRO sociale Paratodos gli avevano trovato un giaciglio al Ghibellin Fuggiasco, uno spazio occupato per offrire ai senza tetto quel minimo di assistenza che Stato non garantisce.

La sera, mangiava qualcosa al Rifugio Due, un centro messo in piedi dalla Ronda della Ca**tà e dall’onlus One Bridge To Idomeni per dare supporto legale e aiutare nella ricerca di un lavoro chi ne ha bisogno. Cittadini stranieri per lo più, ma anche tanti anche italiani. «Moussa si era rivolto ai nostri sportelli questa estate, cercava un supporto legale per ottenere i documenti necessari a regolarizzarsi e lavorare – spiega Jacopo Rui, coordinatore dello sportello -.

I cedolini provvisori che la questura rilascia non vengono nemmeno presi in considerazione dalle banche e dai datori di lavoro e lui si era adattato a vivere per strada. Sono in tanti nelle sue condizioni. Non fa certo meraviglia che possano nascere disagi psichici. Doveva essere curato e non ucciso in questa maniera».

IL GIOVANE SI ERA RIVOLTO al Cesaim, Centro Salute Immigrati di Verona dove hanno cercato di aiutarlo. Ma, raccontano i suoi amici, certi giorni non riusciva neppure ad alzarsi dal letto per la depressione. E così aveva perso l’appuntamento del 10 ottobre per il rinnovo del permesso di soggiorno. «Oramai non credeva più a niente – dice un migrante suo amico -. Sognava solo di tornare nel Mali».

GLI ATTIVISTI DEL Paratodos hanno provato in tutti i modi a scuoterlo dalla sua apatia e lo avevano sollecitato a partecipare al recupero di una grande struttura abbandonata in via Villa, a Quinzano. «Sabato e domenica siamo andati a ripulire l’area – racconta Giorgio Brasola del Paratodos -. Moussa ci aveva detto che ci avrebbe raggiunto in bicicletta. Ma non è arrivato mai.

Eravamo riuniti in assemblea quando è arrivata la notizia della sua morte. Non abbiamo più avuto il coraggio di continuare, non si può morire così a 26 anni. Costituiremo un comitato per chiedere verità e giustizia per Moussa e per tutti gli altri come lui. Non vogliamo vivere in un Paese violento dove si risponde con le armi al disagio sociale e psichico».

TRA LE ALMENO 500 persone, che piangevano il ragazzo del Mali, c’era anche il fratello, Djemagan Diarra, appena arrivato da Torino. «Non era un delinquente. Non voglio che sia ricordato così. Stava male. Gli avevano fatto di tutto in Libia. Non è giusto». A lui sì che il fratello mancherà.

Il Manifesto

Indirizzo

Piazza Corrubbio 20
Verona
37123

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