29/08/2026
L'ottava tappa de “Le squadre del calcio” non poteva che essere questa.
Ieri abbiamo parlato del River Plate 1996-1999, oggi attraversiamo Buenos Aires e andiamo dall'altra parte del Superclásico.
Boca Juniors 1998-2001.
E se nel River mi interessava soprattutto raccontare la capacità di continuare a produrre talento mentre i grandi giocatori partivano e la squadra cambiava continuamente pelle, il Boca di quegli anni mi sembra raccontare qualcosa di diverso.
Una squadra che costruì una vera e propria identità vincente, un gruppo che magari non aveva sempre il talento più appariscente possibile in ogni ruolo, ma che sembrava progressivamente sviluppare la convinzione di poter vincere qualsiasi partita, contro qualsiasi avversario e in qualsiasi contesto.
E per raccontarla bisogna inevitabilmente partire da un nome: Carlos Bianchi.
Quando il Virrey arrivò alla Bombonera nell'estate del 1998, il Boca non vinceva un titolo ufficiale da sei anni, non esattamente un'eternità, soprattutto per una società dalla storia del Boca, ma abbastanza perché l'ambiente sentisse la necessità di ricominciare a vincere.
Bianchi arrivava soprattutto dal ciclo straordinario costruito al Vélez Sarsfield, con cui aveva conquistato campionati, Libertadores e Coppa Intercontinentale.
Insomma, non era un allenatore al quale servisse spiegare come si costruisce una squadra competitiva.
E al Boca trovò parecchio materiale interessante: c'era già Juan Román Riquelme, che aveva debuttato appena ventenne due anni prima.
C'era Martín Palermo, arrivato dall'Estudiantes nel 1997 e c'era Guillermo Barros Schelotto.
Dietro stavano prendendo forma una linea e un gruppo che sarebbero diventati altrettanto riconoscibili: Hugo Ibarra, Jorge Bermúdez, Walter Samuel, Rodolfo Arruabarrena, con in porta Óscar Córdoba.
In mezzo gente come Mauricio Serna, Diego C***a, José Basualdo.
Non una collezione casuale di calciatori forti, ma una squadra che Bianchi riuscì progressivamente a trasformare in qualcosa di molto più definito.
E l'impatto fu praticamente immediato: Apertura 1998, tredici vittorie, sei pareggi, zero sconfitte, Boca campione d'Argentina da imbattuto.
Riquelme sempre più centrale, Palermo e Guillermo capaci di costruire una coppia offensiva che il club ricorda ancora oggi come uno dei simboli di quella squadra.
Ma il dato che forse racconta ancora meglio ciò che stava accadendo è un altro: quella squadra arrivò a mettere insieme 40 partite consecutive senza perdere in campionato, attraversando due stagioni e conquistando anche il Clausura 1999.
Quaranta.
Nel mezzo inevitabilmente ci furono pareggi, partite meno brillanti, momenti nei quali il Boca non dominava.
Ed è forse proprio questo il punto, perché una delle caratteristiche più riconoscibili delle grandi squadre di Bianchi non era necessariamente la capacità di essere sempre spettacolari, era la capacità di rimanere dentro le partite, di competere, di capire i momenti, di avere giocatori di qualità davanti, certo, ma anche una struttura che li proteggeva.
Riquelme poteva permettersi di giocare con tempi completamente suoi, Palermo poteva vivere dentro e intorno all'area, Guillermo poteva attaccare gli spazi, muoversi, provocare.
Ma dietro c'erano Serna, C***a, Basualdo, c'erano Bermúdez e Samuel, c'era una squadra che sembrava accettare perfettamente un principio piuttosto semplice: non tutte le partite si vincono nello stesso modo.
Ed è forse anche per questo che il Boca di Bianchi sarebbe diventato particolarmente adatto alla Libertadores, perché nel calcio sudamericano, ancora più che nei campionati, devi essere in grado di sopravvivere a contesti completamente diversi: la Bombonera, le trasferte in Brasile, l'altura, gli stadi ostili, le partite nervose, o ritorni da ribaltare, o rigori.
Il Boca avrebbe dimostrato di saper convivere con praticamente tutto questo.
Il 1999 consolidò il dominio nazionale.
Poi arrivò il 2000 e lì quella squadra cambiò definitivamente dimensione.
Il Boca non vinceva la Copa Libertadores dal 1978, ventidue anni.
E per tornare in cima al continente dovette anche passare attraverso il rivale che abbiamo raccontato ieri: il River Plate.
Quarti di finale, andata al Monumental: River-Boca 2-1.
Al ritorno, alla Bombonera, serve ribaltarla.
E quella partita è diventata una delle immagini simboliche dell'intero ciclo.
Il Boca segna con Marcelo Delgado, poi Riquelme su rigore.
2-0, qualificazione virtualmente ribaltata.
Ma manca ancora qualcosa, perché quella sera torna in campo anche Martín Palermo che era fermo da mesi per un grave infortunio al ginocchio.
Non era nelle condizioni ideali, non avrebbe nemmeno dovuto essere il protagonista.
Bianchi lo manda dentro, e Palermo segna il 3-0.
Naturalmente.
Perché se esistesse un manuale delle cose che Martín Palermo non avrebbe dovuto essere in grado di fare e che invece ha fatto durante la propria carriera, probabilmente servirebbero diversi volumi.
La FIFA ricorda ancora quel gol come uno dei momenti simbolici della rivalità in Libertadores.
Il Boca elimina il River, poi supera l'América de México e arriva in finale contro il Palmeiras, campione in carica.
Alla Bombonera finisce 2-2, al Morumbi, in Brasile, 0-0.
Rigori.
E qui entra in scena Óscar Córdoba.
Il Boca vince la serie e torna Campione del Sudamerica dopo ventidue anni.
Già questo avrebbe reso il 2000 un anno enorme, ma non era ancora finita.
Perché vincere la Libertadores significava andare a Tokyo.
Coppa Intercontinentale, dall'altra parte il Real Madrid.
E qui credo che per chi abbia vissuto quel calcio sia quasi impossibile non avere un'immagine abbastanza precisa: Casillas, Hierro, Roberto Carlos, Makélélé, Figo, Raúl.
Un Real Madrid che pochi mesi prima aveva vinto la Champions League e che, almeno sulla carta, disponeva di una quantità di talento superiore.
Di fronte il Boca di Bianchi, una squadra sudamericana che molti europei conoscevano, certo, ma che si presentava inevitabilmente con un'aura diversa rispetto alla potenza madridista.
Passano meno di sei minuti, Martín Palermo ha già segnato due volte.
Due.
Il Real Madrid riesce ad accorciare con Roberto Carlos, ma il Boca non crolla.
Tiene, soffre, combatte, gestisce.
E soprattutto ha Riquelme.
Quella partita rimane probabilmente una delle migliori manifestazioni internazionali del suo calcio.
Il modo in cui riceveva palla, il modo in cui proteggeva il possesso, la capacità di abbassare o alzare il ritmo della partita quasi secondo necessità.
E una giocata, più di tutte, rimasta nella memoria: Riquelme che controlla un pallone praticamente impossibile spalle alla linea laterale, si libera della pressione e manda Palermo verso la porta.
Una giocata che sembrava dire una cosa molto semplice: il Real Madrid poteva avere una quantità enorme di campioni, ma quella sera il giocatore che controllava il tempo della partita vestiva azul y oro.
Finisce 2-1, Boca Juniors Campione del Mondo.
La FIFA ricorda sia la doppietta fulminea di Palermo sia la prestazione di Riquelme come elementi centrali di quella finale.
E ancora non era finita, perché poche settimane dopo il Boca vinse anche l'Apertura 2000.
In un singolo anno: Copa Libertadores, Coppa Intercontinentale, Apertura.
Tre trofei.
E soprattutto la sensazione che quella squadra fosse ormai arrivata in uno di quei momenti nei quali la vittoria smette quasi di sembrare un evento straordinario e diventa qualcosa che il gruppo si aspetta da sé stesso.
Trovo che questo sia uno degli aspetti più interessanti delle grandi squadre vincenti.
Da fuori diciamo spesso che “sanno vincere”, una frase che rischia di diventare vuota se non proviamo a capire cosa significhi.
Non significa avere una specie di qualità mistica.
Significa aver accumulato abbastanza esperienze positive da riconoscere determinati momenti, sapere che una partita può girare, non andare nel panico quando devi difendere, non avere bisogno di dominare per sentirti superiore.
Sapere che prima o poi Riquelme può trovare una giocata, che Palermo può segnare anche quando sembra fuori dalla partita, che Córdoba può parare un rigore, che Bermúdez può tenere insieme la linea, che Serna può trasformare una partita elegante in una partita sporca se quello è ciò che serve.
Il Boca di Bianchi aveva sviluppato proprio quel tipo di convinzione.
E nel 2001 arrivò forse la dimostrazione definitiva.
Perché ormai la squadra aveva già cominciato a cambiare: Walter Samuel era partito per la Roma, Palermo era andato al Villarreal, Arruabarrena aveva lasciato il club.
Il gruppo non era più esattamente quello del 1998.
Eppure il Boca tornò nuovamente fino in fondo alla Libertadores.
Riquelme era ancora lì. Córdoba pure. così come Bermúdez, Ibarra, Serna.
Davanti aveva acquistato sempre più peso Marcelo Delgado.
E il risultato fu un'altra Copa Libertadores.
La seconda consecutiva, questa volta la finale fu contro il Cruz Azul.
Il Boca vinse 1-0 in Messico.
Sembrava quasi fatta.
Al ritorno, però, il Cruz Azul vinse 1-0 alla Bombonera.
Ancora rigori, ancora Córdoba, ancora Boca.
Campione del Sudamerica.
Due Libertadores consecutive.
Quattro anni prima il club veniva da sei stagioni senza titoli ufficiali, adesso aveva costruito uno dei cicli più vincenti della propria storia.
Ma tutte le storie, inevitabilmente, hanno un punto nel quale iniziano a cambiare.
Nella seconda metà del 2001 partirono altri pezzi importanti.
Ibarra, Bermúdez.
La squadra che arrivò nuovamente a Tokyo per affrontare il Bayern Monaco non aveva più la stessa completezza di dodici mesi prima, e quella volta la storia finì diversamente.
0-0 nei novanta minuti.
Supplementari, al 109' segna Samuel Kuffour: Bayern 1-0 Boca, niente secondo titolo mondiale consecutivo.
E quella partita segnò anche la conclusione della prima esperienza di Carlos Bianchi alla guida del club.
Naturalmente sappiamo che sarebbe tornato, e sappiamo anche cosa sarebbe successo nel 2003.
Ma quello appartiene a un'altra storia.
Io ho scelto di fermarmi al 1998-2001 proprio perché mi sembra un ciclo compiuto.
Bianchi arriva, costruisce, vince subito in Argentina, consolida.
Porta la squadra in Sudamerica, poi nel mondo.
Ripete la Libertadores.
E alla fine lascia.
Nel mezzo: Apertura 1998, Clausura 1999, Copa Libertadores 2000, Coppa Intercontinentale 2000, Apertura 2000, Copa Libertadores 2001.
Sei trofei in poco più di tre anni.
Il Boca stesso definisce quello iniziato nel 1998 il ciclo più vincente della propria storia.
Ma anche qui, come per il River di ieri, fermarsi ai trofei secondo me sarebbe limitante.
Perché quelle due squadre vicine nel tempo raccontano due cose diverse.
Il River mi affascina per il flusso di talento: Francescoli, Crespo, Ortega, Salas, Gallardo, Aimar, Saviola.
Giocatori che arrivano, crescono, partono e vengono sostituiti.
Il Boca mi affascina invece per la capacità di costruire una squadra che diventò progressivamente più grande della somma dei propri giocatori.
E attenzione: i giocatori erano fortissimi.
Riquelme è uno dei calciatori più particolari e talentuosi che abbia prodotto il Sudamerica negli ultimi decenni.
Palermo è diventato il miglior marcatore della storia del club.
Samuel sarebbe diventato uno dei migliori difensori della propria generazione.
Guillermo Barros Schelotto un'icona xeneize.
Córdoba, Bermúdez, Ibarra, Serna, C***a, Arruabarrena erano giocatori di enorme livello.
Ma quando penso a quel Boca, prima ancora dei singoli, penso a una squadra.
Ed è probabilmente il più grande complimento che si possa fare a un allenatore.
Bianchi non aveva costruito una squadra che doveva giocare sempre nello stesso modo, aveva costruito una squadra che sembrava sapere cosa richiedeva ogni partita.
Poteva avere il pallone e lasciare che Riquelme decidesse i tempi.
Poteva attaccare direttamente Palermo.
Poteva aspettare.
Poteva difendersi.
Poteva giocare una finale in Brasile.
Poteva affrontare il Real Madrid a Tokyo.
Poteva vincere ai rigori.
E se la partita diventava br**ta, nervosa, sporca, probabilmente al Boca andava bene lo stesso.
Forse è anche questo il motivo per cui quella squadra si sposò così bene con la Libertadores, una competizione nella quale raramente basta essere la squadra che gioca meglio.
Devi sapere viaggiare, soffrire, adattarti, gestire pressioni completamente diverse e soprattutto devi essere convinto che, anche quando una partita sembra scapparti via, non sia ancora finita.
Il Boca Juniors 1998-2001 quella convinzione sembrava averla interiorizzata.
E forse nessun episodio la rappresenta meglio proprio del ritorno contro River nel 2000.
Palermo fermo da mesi, rientra, Bianchi lo manda dentro e lui segna il gol della qualificazione.
Sul piano razionale, non è il modo in cui programmi una stagione, ma le grandi squadre finiscono spesso per costruire anche una propria mitologia e quando quella mitologia comincia a coincidere con ciò che accade davvero sul campo, diventa una forza ulteriore.
Il River degli anni precedenti sembrava dire: “Se parte un talento, ne arriverà un altro.”
Il Boca di Bianchi sembrava rispondere: “Qualunque cosa accada, troveremo un modo per vincere.”
Naturalmente non era vero sempre, nessuna squadra vince sempre, il Bayern lo avrebbe ricordato nel 2001.
Ma per qualche anno fu vero abbastanza spesso da trasformare quella squadra in uno dei grandi riferimenti del calcio sudamericano a cavallo del millennio.
E forse è proprio per questo che, dopo aver parlato ieri del River, non avrei potuto lasciare fuori questo Boca.
Non soltanto perché erano rivali, ma perché, nello stesso periodo e nella stessa città, rappresentarono due modi differenti di essere una grande squadra.
E quello di Carlos Bianchi, Riquelme, Palermo e tutti gli altri fu terribilmente semplice da riconoscere.
Quando arrivavano le partite che decidevano qualcosa, il Boca quasi sempre sembrava sapere perfettamente chi voleva essere.