Francesco F. Pagani - Sciabolata Morbida

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Parlare di calcio è una delle cose più belle al mondo. Facciamolo assieme!

Buon campionato a tutti (anche a chi ha già iniziato)!
06/09/2026

Buon campionato a tutti (anche a chi ha già iniziato)!

Questo viaggio attraverso gli oggetti del calcio mi ha accompagnato lungo tutta la mia vacanza, ma purtroppo domani sarà...
05/09/2026

Questo viaggio attraverso gli oggetti del calcio mi ha accompagnato lungo tutta la mia vacanza, ma purtroppo domani sarà già tempo di rientrare.
Questa serie di post la chiudo quindi con l'oggetto più scontato di tutti: il pallone, quella cosa che domani tornerò a veder rotolare su di un campo di calcio, in live, con l'inizio del nuovo campionato.

Forse era giusto lasciarlo per ultimo, il pallone.
Perché abbiamo parlato del giornale che racconta il calcio, della lavagna che prova a immaginarlo, del biglietto che certifica che eravamo lì, dei guanti, della fascia, della maglia, del mercato, dell'arbitro, delle sostituzioni.

Tutto ciò che sta intorno al gioco.

Ma prima di tutto questo, inevitabilmente, c'è lui: un pallone.
Puoi togliere lo stadio, le tribune, l'arbitro, le maglie, le porte regolamentari, perfino il campo vero e proprio.

Il calcio, in qualche forma, riesce comunque a sopravvivere.

Se togli il pallone, però, puoi continuare a giocare, sì, ma non a calcio.
Ed è probabilmente proprio questa la cosa più affascinante.

Perché il calcio può essere diventato nel tempo un'industria gigantesca, un fenomeno mediatico globale, una disciplina studiata attraverso dati, video, tattica, tecnologia e strutture sempre più sofisticate (e di cui io sono un fervido sostenitore).
Ma alla sua origine rimane qualcosa di incredibilmente elementare: una cosa rotonda da mandare da qualche parte usando soprattutto i piedi.

E spesso, per cominciare, non serve nemmeno che sia un vero pallone.
Da bambini poteva essere quello nuovo comprato apposta per giocare, oppure quello ormai completamente spelacchiato che nessuno aveva ancora avuto il coraggio di buttare.

Ma poteva diventare un pallone anche qualcos'altro.
Un mucchio di carta tenuto insieme alla meglio magari con un po' di scotch, una palla di stracci... insomma, qualsiasi oggetto abbastanza rotondo da poter essere calciato tra due zaini appoggiati a terra a fare da pali.

Perché prima ancora delle regole arriva una cosa molto più semplice: la voglia di giocare.
E il pallone è ciò che la rende immediatamente possibile.

Poi, naturalmente, anche lui è cambiato moltissimo.
Cuoi pesanti, cuciture, palloni che con la pioggia diventavano ancora più duri, materiali sintetici, superfici sempre più studiate, aerodinamica, termoincollaggio, modelli progettati specificamente per ogni competizione.

Ogni epoca ha avuto i propri, e spesso basta rivederne uno per essere riportati immediatamente a un Mondiale, a un Europeo, a una stagione, magari persino a una singola partita.
Il mio preferito resta probabilmente il Roteiro, ma forse anche semplicemente perché è stato quello che ho utilizzato di più, in un periodo della vita in cui non passava giorno che non ci fosse da giocarci.

Ma in realtà, al netto del singolo modello, penso davvero che il pallone sia e resti "bello" sempre.
A partire dai SuperTele con cui gioca oggi mia figlia, e che per tanti anni a quell'età accompagnarono anche me, sino ad arrivare a quelli più moderni, ultra tecnologici.

Il pallone può essere cambiato sotto tanti punti di vista, quello che non è mai cambiata è sua la funzione, rimasta sempre esattamente la stessa: rotolare, rimbalzare, essere passato, controllato, calciato, respinto, colpito di testa, finire fuori o, quando tutto va come qualcuno sperava, dentro a una porta.

In fondo anche la complessità enorme del calcio nasce sempre dal comportamento di quell'oggetto.
Ventidue giocatori si muovono perché si muove lui, una squadra sale perché il pallone è in una determinata zona, un difensore corre all'indietro perché qualcuno lo ha lanciato alle sue spalle, uno stadio intero si alza contemporaneamente perché la sua traiettoria sembra indirizzata verso l'incrocio dei pali.

È piccolo rispetto al campo, eppure è il centro di tutto.

Forse è anche per questo che da bambini bastava averne uno per far comparire improvvisamente una partita praticamente ovunque.
Un prato diventava San Siro, due felpe a terra diventavano una porta, tre amici contro tre diventavano una finale.

Non serviva molto altro.
E forse, sotto tutti gli strati che il calcio ha accumulato negli anni, quella cosa non è mai davvero cambiata.

Abbiamo costruito stadi enormi, inventato moduli, principi di gioco, metriche, algoritmi, creato un mercato miliardario intorno ai calciatori, trasformato una partita in uno spettacolo seguito contemporaneamente in ogni angolo del pianeta.
Ma quando l'arbitro fischia l'inizio, tutto torna sempre lì: a ventidue persone, due porte e un pallone.

Per questo ho voluto chiudere proprio con lui questa piccola serie dedicata agli oggetti del calcio.
Perché tutti gli altri raccontano un pezzo del gioco, il pallone, invece, è il motivo per cui quel gioco esiste.

E forse, alla fine, l'oggetto più importante del calcio è anche quello che ha meno bisogno di essere spiegato.
Basta lasciarlo cadere per terra e viene immediatamente voglia di dargli un calcio.

Ci sono pochi oggetti capaci di dire così tante cose senza bisogno di pronunciare una parola.La maglia da calcio è proba...
04/09/2026

Ci sono pochi oggetti capaci di dire così tante cose senza bisogno di pronunciare una parola.
La maglia da calcio è probabilmente uno di questi.

Bastano due colori, a volte addirittura uno solo.
Una striscia, una banda, una combinazione particolare e, ancora prima di leggere uno stemma o un nome, spesso sappiamo già quale squadra stiamo guardando.

Perché la maglia, nel calcio, non è semplicemente un capo d'abbigliamento, è identità.
Ma è un'identità particolare, perché riesce a essere contemporaneamente collettiva e individuale.

Davanti c'è il club: i suoi colori, il suo stemma, qualcosa che dovrebbe sopravvivere alle stagioni, agli allenatori e ai giocatori.
Dietro, invece, molto spesso c'è una persona.

Un nome.
Un numero.

Ed è lì che una maglia uguale a tutte le altre diventa improvvisamente "quella" maglia.
La 10, la 9, la 1.

Numeri che, in certi club e in certe epoche, hanno finito quasi per pesare più del tessuto su cui erano stampati.
Perché una maglia può essere consegnata a chiunque, ma non sempre indossarla significa la stessa cosa.

Ci sono numeri che sembrano aspettare qualcuno, altri che diventano enormi perché qualcuno li ha indossati prima di te, altri ancora che un calciatore prende quasi per caso e che, dopo qualche anno, diventano impossibili da separare dal suo nome.
Ed è forse questa una delle magie della maglia: il giocatore passa, la maglia resta.

Poi arriva qualcun altro, indossa gli stessi colori e prova ad aggiungere un altro pezzo alla loro storia.

Per chi gioca, naturalmente, indossare una maglia significa rappresentare una squadra.
Per chi guarda, però, significa anche qualcosa di diverso.

Perché probabilmente nessun altro oggetto del calcio permette al tifoso di sentirsi così vicino a chi entra in campo.
Non possiamo indossare gli stessi guanti del portiere, non abbiamo una fascia da capitano, non entriamo allo stadio con gli scarpini, ma possiamo mettere addosso gli stessi colori, la stessa maglia.

E, in questo modo, la maglia esce dallo stadio e finisce nelle case, per strada, a scuola, in vacanza, appesa a una parete, piegata dentro un cassetto.
Magari con il nome del proprio idolo sulla schiena, oppure completamente anonima perché, in fondo, ciò che conta davvero sono soltanto quei colori.

Negli ultimi anni utilizzare le maglie da calcio "in giro" mi pare stia andando abbastanza di moda.
Quand'ero giovane io, invece, le cose erano un po' diverse: ero tra i pochi a farlo e, normalmente, quei pochi venivamo anche abbastanza sbeffeggiati.

Però per me il calcio è sempre stata una cosa così bella, importante e profonda che sfoggiarne le maglie mi ha sempre fatto sentire come l'uscire con addosso due strati di pelle.

Piano piano, quindi, la vendita di maglie per i top club, ed i loro sponsor tecnici, è diventata un business.
Oggi si vendono centinaia di migliaia di capi ogni anno, c'è un po' la corsa ad acquistarne l'ultimo modello...
..e poi ci sono le maglie conservate.
Quelle di una stagione particolare, quelle comprate da bambini e diventate ormai troppo piccole.

Quelle ricevute in regalo, quelle autografate.
E naturalmente quelle indossate davvero da un calciatore, magari scambiate alla fine di una partita.

A quel punto un oggetto prodotto in migliaia di esemplari diventa improvvisamente unico.
Perché quella maglia era lì, ha giocato quella partita, ha assorbito sudore, erba, pioggia, ha vissuto qualcosa.

Nel corso degli anni anche lei è cambiata moltissimo.
Tessuti pesanti sono diventati materiali sempre più leggeri e tecnici, le vestibilità sono cambiate, sono arrivati sponsor, nomi, numeri personalizzati, patch, versioni speciali, terze e quarte maglie.

Oggi una divisa può cambiare completamente da una stagione all'altra, eppure rimane uno degli oggetti attraverso cui riconosciamo più velocemente una squadra.
Perché puoi cambiare il design, puoi cambiare lo sponsor, puoi cambiare i giocatori che la indossano, ma quando certi colori entrano in campo, per chi appartiene a quel club non sono mai soltanto colori.

Sono "la maglia".

E forse proprio quell'articolo determinativo dice già tutto.
Non una maglia.

LA maglia.

Il pallone lo toccano i giocatori, il fischietto e i cartellini, invece, non entrano mai realmente nel gioco.Eppure poss...
03/09/2026

Il pallone lo toccano i giocatori, il fischietto e i cartellini, invece, non entrano mai realmente nel gioco.
Eppure possono cambiarlo completamente.

Sono forse gli oggetti che più di tutti rendono visibile una figura particolare del calcio: quella dell'arbitro.

Il fischietto, innanzitutto.
Un oggetto minuscolo, capace però di sovrastare per un istante anche il rumore di uno stadio intero.

Un soffio e la partita comincia.
Un altro e si ferma.

Un fallo, un fuorigioco, un rigore, la fine del primo tempo, quella definitiva.
Per novanta minuti il gioco prova continuamente a scorrere e l'arbitro, quando necessario, lo interrompe attraverso un suono che tutti riconoscono immediatamente.

Poi ci sono loro, il giallo e il rosso.
Due rettangolini di plastica che non hanno bisogno praticamente di spiegazioni.

Il giallo avverte, il rosso esclude.
E basta vedere una mano infilarsi nel taschino perché, ancora prima che il cartellino venga mostrato, nello stadio cambi qualcosa.

C'è chi protesta, chi trattiene il fiato, chi cerca di capire a chi sia destinato.
E chi, magari già ammonito, spera disperatamente che quella mano stia cercando qualcos'altro.

È curioso pensare quanto potere simbolico possano avere oggetti così semplici.

Un pezzo di plastica gialla non fa male a nessuno, quello rosso nemmeno.
Ma nel momento in cui vengono mostrati assumono immediatamente un significato enorme, perché non rappresentano semplicemente un colore.

Rappresentano una decisione.
Ed è proprio la decisione, probabilmente, il cuore del mestiere dell'arbitro.

Il calcio è movimento continuo, contatto, velocità, interpretazione.

Due giocatori arrivano sullo stesso pallone: uno cade, lo stadio urla, una panchina chiede il fallo, l'altra sostiene che non sia successo niente.
E nel giro di pochissimi secondi qualcuno deve scegliere: fischiare o lasciar correre, ammonire o limitarsi al richiamo, considerare un intervento imprudente, grave, violento e, qualche volta, ti**re fuori il rosso e cambiare inevitabilmente la storia della partita.

Naturalmente oggi l'arbitro non è più solo davanti a quelle decisioni come poteva esserlo un tempo.
Auricolari, quarto ufficiale, assistenti, tecnologia sulla linea di porta, VAR: anche l'arbitraggio si è riempito di strumenti capaci di aiutare, verificare, correggere.

Ma, alla fine, c'è ancora un momento in cui una decisione deve diventare visibile a tutti.
E molto spesso accade attraverso gli stessi oggetti di sempre.

Un fischio.
Un cartellino.

Forse è anche per questo che sono entrati così profondamente nell'immaginario del calcio: non appartengono a una squadra, non hanno colori sociali, non servono per segnare un gol o impedirlo.
Anzi, dovrebbero idealmente restare il più possibile ai margini dello spettacolo.

Eppure ci sono partite che ricordiamo anche per un fischio, per un cartellino che arrivò, per uno che, secondo qualcuno, avrebbe dovuto arrivare e invece rimase nel taschino.
Perché il fischietto e i cartellini hanno una caratteristica che pochi altri oggetti del calcio possiedono: non raccontano ciò che un giocatore fa, raccontano il giudizio che, in una frazione di secondo, qualcuno dà su ciò che ha appena fatto.

E da quel momento la partita può continuare esattamente com'era, oppure cambiare completamente.

Cara la Repubblica, se ti serve qualcuno che conosca i giocatori e ne sappia scrivere, mandami pure un DM.Sono iscritto ...
02/09/2026

Cara la Repubblica, se ti serve qualcuno che conosca i giocatori e ne sappia scrivere, mandami pure un DM.

Sono iscritto all'OdG della Lombardia, oltre ad essere scout pro diplomato a Coverciano.

Ci sono oggetti del calcio che servono per giocare una partita.Il gagliardetto, invece, serve soprattutto a rappresentar...
02/09/2026

Ci sono oggetti del calcio che servono per giocare una partita.
Il gagliardetto, invece, serve soprattutto a rappresentare chi quella partita la sta giocando.

È un oggetto piccolo, quasi cerimoniale: un pezzo di tessuto, uno stemma, dei colori, qualche frangia.
Eppure, dentro quei pochi centimetri, c’è praticamente tutto ciò che identifica un club: il suo nome, i suoi colori, la sua storia, la sua appartenenza.

Per questo il gagliardetto ha sempre avuto qualcosa di particolare.

Prima ancora che il pallone inizi a rotolare, i capitani si incontrano a centrocampo, si stringono la mano e spesso se lo scambiano.
È un gesto semplice, quasi automatico, ma dentro quella piccola cerimonia c’è qualcosa che va oltre la partita.

Perché per qualche secondo due squadre che stanno per affrontarsi non sono ancora avversarie, sono due club che si riconoscono reciprocamente, due identità che si presentano l’una all’altra.
Poi l’arbitro fischia e, naturalmente, cambia tutto: da quel momento si corre, si contrasta, si protesta, si cerca di vincere.

Ma prima c’è stato quel gesto.
Uno scambio, quasi una forma di diplomazia - in salsa calcistica - d'altri tempi.

Ed è forse proprio questo che rende il gagliardetto così diverso da molti altri oggetti del calcio.

Non ha una funzione tecnica, non serve a correre più forte, calciare meglio, difendere, segnare o allenare.
Serve a dire: noi siamo questi, questi sono i nostri colori, questo è il nostro simbolo, questa è la squadra che oggi entra in campo.

E infatti il gagliardetto non vive soltanto nei novanta minuti.
Finisce sulle pareti degli spogliatoi, negli uffici dei club, nelle sedi, dentro teche, cassetti, collezioni

Magari insieme a quelli ricevuti in una trasferta importante, in una partita internazionale, in un torneo giovanile o in una gara che per qualche motivo è rimasta nella storia di quella società.
E col passare degli anni può diventare quasi un piccolo archivio.

Ne guardi uno e ti ricordi una squadra, una stagione, uno stadio, un viaggio, un avversario, una partita.
A volte perfino persone che nel frattempo non fanno più parte del club.

È curioso, perché in fondo il gagliardetto nasce come oggetto rappresentativo e finisce spesso per diventare anche un oggetto della memoria.
E forse è proprio questo il suo fascino.

La maglia viene indossata, il pallone viene calciato, la fascia viene portata al braccio.
Il gagliardetto, invece, viene mostrato.

Perché il suo compito non è aiutarti a giocare, è ricordare a tutti chi sei.
Un piccolo pezzo di tessuto che, per qualche istante, rappresenta un’intera società.

Ci sono oggetti del calcio che stanno tra il giocatore e il pallone.Le scarpe, invece, stanno tra il giocatore e il camp...
01/09/2026

Ci sono oggetti del calcio che stanno tra il giocatore e il pallone.
Le scarpe, invece, stanno tra il giocatore e il campo.

Ed è forse proprio questo a renderle così importanti.
Perché tutto passa da lì: la corsa, una frenata, un cambio di direzione, uno scatto, un contrasto, il modo in cui appoggi il piede prima di calciare.

Tra te e il terreno, in fondo, ci sono soltanto pochi millimetri di materiale e una manciata di tacchetti.
Sembra poco, in realtà può cambiare moltissimo.

Chiunque abbia giocato a calcio conosce quella sensazione: il campo duro, quello pesante, l’erba alta, il sintetico, la terra.
E quella domanda, prima ancora di entrare in campo: quali scarpe metto?

Perché non esiste una scarpa buona per tutto.
Ci sono tacchetti più lunghi, più corti, conici, lamellari, suole pensate per terreni diversi.

E quando sbagli scelta te ne accorgi presto.
Scivoli, non riesci a piantare bene il piede oppure, al contrario, senti che il terreno ti blocca troppo.

È uno di quegli aspetti del calcio che da fuori sembrano quasi irrilevanti e che, quando sei dentro al campo, diventano immediatamente concreti.

Ma le scarpe da calcio non sono mai state soltanto uno strumento tecnico.
Per tantissimi bambini e ragazzi sono state anche un oggetto del desiderio.

Il modello del proprio giocatore preferito, il colore nuovo, la scarpa che, almeno nella fantasia, avrebbe potuto farti ti**re più forte, correre più veloce o dribblare meglio.
Ovviamente non funzionava così, ma questo non impediva di crederci almeno un po’.

E credo che quasi chiunque abbia giocato ricordi almeno un paio di scarpe in particolare.
Le mie erano della Puma, argento e nere: quando le vidi sullo scaffale fu amore a prima vista, non potei non acquistarle immediatamente.

C'erano scarpe che sembravano comodissime dal primo momento, altre che facevano male da morire ma che continuavi comunque a usare.
C'erano quelle comprate per una stagione importante e quelle ormai consumate, con la tomaia segnata e l’erba incastrata nei tacchetti, che però facevi fatica a buttare.

Perché anche le scarpe, dopo un po’, finiscono per portarsi dietro qualcosa: campi, partite, allenamenti, gol, sconfitte.
Magari perfino quella particolare forma che prendono dopo mesi, adattandosi al piede di chi le indossa.

Nel tempo, naturalmente, le scarpe da calcio sono cambiate tantissimo.
Materiali sempre più leggeri, tomaie sottilissime, suole sofisticate, design pensati per ogni superficie e ogni tipo di appoggio.

Si è passati da scarpe pesanti, robuste, quasi rigide, a modelli che oggi sembrano costruiti per diventare una seconda pelle.
Eppure la loro funzione, alla fine, è rimasta la stessa: darti abbastanza presa sul terreno da poter fare tutto il resto.

Perché puoi avere tecnica, velocità, forza, sensibilità, ma prima di tutto devi riuscire a stare in piedi.
Del resto, come diceva una celebre pubblicità di quando ero ragazzino, con protagonista uno dei calciatori più forti della storia: "la potenza è nulla, senza controllo!"

E forse è proprio questo il bello delle scarpe da calcio: sono uno degli oggetti più visibili, colorati e personali dell’intero equipaggiamento.
Ma il loro compito più importante è quasi invisibile: tenerti agganciato al terreno abbastanza da permetterti, per qualche istante, di provare a staccartene.

Ci sono oggetti del calcio capaci di raccontare due storie opposte nello stesso identico istante.Il tabellone delle sost...
31/08/2026

Ci sono oggetti del calcio capaci di raccontare due storie opposte nello stesso identico istante.
Il tabellone delle sostituzioni è uno di questi.

Un numero rosso, un numero verde.
Per uno la partita finisce, per l’altro, invece, sta per cominciare.

È un gesto che vediamo talmente tante volte durante una stagione da aver quasi smesso di farci caso.
Il quarto uomo alza il tabellone, il giocatore indicato in rosso guarda verso la panchina, quello indicato in verde si prepara a entrare.

Pochi secondi.
Eppure, dentro quei pochi secondi, possono esserci emozioni completamente diverse.

Chi esce può essere stanco, soddisfatto, arrabbiato, deluso.
Può aver segnato due gol e prendersi gli applausi dello stadio, oppure può aver giocato male e sapere perfettamente perché il proprio numero è comparso lì sopra.

Può uscire per perdere tempo negli ultimi minuti o può aver chiesto il cambio perché non ne ha più.
O ancora, come spesso accade, può non voler uscire affatto.

Dall’altra parte c’è chi entra, e anche lì può esserci praticamente di tutto.
Il titolare lasciato inizialmente in panchina che ha voglia di riprendersi il posto, il giovane che aspetta da settimane la propria occasione.

O, ancora, l’attaccante mandato dentro a dieci minuti dalla fine perché bisogna recuperare una partita.
Per non dire del difensore inserito per proteggere un risultato, o del ragazzo che vede illuminarsi il proprio numero e capisce che sta per debuttare tra i professionisti.

Lo stesso tabellone, lo stesso gesto, ma due stati d’animo che possono trovarsi agli estremi opposti.
Ed è anche per questo che, secondo me, la sostituzione è uno dei momenti tatticamente ed emotivamente più interessanti di una partita.

Per l’allenatore è una decisione.
Può essere una correzione, una risposta a quello che sta succedendo in campo, il tentativo di cambiare l’inerzia della gara, di gestire le energie o semplicemente la conseguenza di un infortunio.

Per chi guarda da fuori, invece, spesso tutto viene condensato in quei due numeri.
Esce il 9, entra il 21.

Poi cerchiamo immediatamente di capire cosa significhi: cambierà il sistema? Farà lo stesso ruolo? La squadra diventerà più offensiva? Sta semplicemente facendo rifiatare qualcuno?

È anche buffo pensare che, per decenni, tutto questo sia stato comunicato in modi molto più rudimentali.
Prima dei moderni display elettronici esistevano cartelli, tavolette e numeri da comporre manualmente.

Poi sono arrivati LED, colori immediatamente riconoscibili e tabelloni capaci di rendere il messaggio comprensibile in una frazione di secondo.
Rosso esci, verde entri.

Non serve praticamente altro.

E forse è proprio questa semplicità a rendere il tabellone delle sostituzioni così iconico.
Perché non racconta soltanto che un giocatore sta prendendo il posto di un altro, segna un confine.

Prima eri dentro la partita, adesso sei fuori.
Prima la guardavi dalla panchina, adesso ne fai parte.

E qualche volta quei pochi secondi trascorsi aspettando che il tuo numero verde venga sollevato possono rappresentare uno dei momenti più importanti di un’intera carriera.
Alla fine, sul tabellone compaiono soltanto due numeri, ma dietro quei numeri ci sono due giocatori.

E mentre per uno qualcosa sta finendo, per l’altro potrebbe essere sul punto di cominciare.

Ci sono stati anni in cui, per provare a prevedere il futuro del calcio, bastavano tre simboli: 1, X e 2.Casa, pareggio,...
30/08/2026

Ci sono stati anni in cui, per provare a prevedere il futuro del calcio, bastavano tre simboli: 1, X e 2.
Casa, pareggio, trasferta.

Tre segni semplicissimi attraverso i quali milioni di appassionati hanno provato, settimana dopo settimana, a mettere ordine in una delle cose meno prevedibili che esistano: una partita di calcio.
La schedina del Totocalcio, però, credo sia stata molto più di un semplice gioco a pronostici, è diventata un rito.

Si studiavano le partite, si guardava la classifica, si ragionava sulla forma delle squadre.
"Questa è da 1", "qui magari ci scappa la X", "questa fuori casa non la vince mai", ecc.

Poi arrivava inevitabilmente quella partita sulla quale non sapevi davvero cosa mettere.
E lì cominciavano i dubbi.

Perché la cosa affascinante del pronostico calcistico è sempre stata proprio questa: puoi conoscere le squadre, aver visto tutte le partite, sapere chi manca, chi sta bene, chi gioca in casa.
Poi comincia il match e succede qualcosa che non avevi previsto: un'espulsione, un'autorete, un rigore sbagliato, un gol al novantesimo, ed ecco che quella X sulla quale avevi ragionato per mezz'ora viene spazzata via da un pallone deviato dentro in maniera casuale.

Forse anche per questo il Totocalcio è entrato così profondamente nell'immaginario popolare italiano.
“Fare tredici” ha finito per significare molto più che azzeccare una colonna di risultati, è diventato quasi un sinonimo di colpo della vita.

Di quella combinazione perfetta, improbabile, che per una domenica poteva trasformare una serie di crocette fatte su un pezzo di carta in qualcosa di enorme.

E poi c'era l'attesa.
Anche qui, come per il giornale sportivo, i tempi erano completamente diversi da quelli di oggi: niente notifiche con il risultato in tempo reale, niente app aperta sul telefono con quote, statistiche e aggiornamenti secondo per secondo.

Per lo più c'erano le radioline o le trasmissioni delle tv locali che seguivano in diretta le partite.
E tu lì ad aspettare, in trepidante attesa.

Risultato dopo risultato, quella colonna cominciava a prendere forma.
Un segno giusto, poi un altro, poi magari quello che ti rovinava tutto.

E a volte bastava una sola partita per trasformare una schedina che sembrava perfetta in un semplice pezzo di carta da buttare.

Io alla schedina ci ho giocato molto poco, anche perché mio padre tutto era fuorché un calciofilo.
Ma qualche volta ci ho provato, e mi sono sentito un po' parte di una sorta di rito collettivo che, in quegli anni, abbracciava buona parte del Paese.

Ho fatto qualche scommessina in più quando ero già alle superiori.
Ma allora avevano già aperto frotte di agenzie di scommesse disseminate in un po' tutti i Paesi, e la schedina me la costruivo io, di volta in volta, pescando anche dall'estero.

Fu un compagno di classe ad attaccarmi un po' la voglia di provarci.
"Moso" lo chiamavamo, ed ogni settimana veniva a scuola con un settimanale tutto dedicato alle scommesse calcistiche, che ci studiavamo avidamente come se vincere ci potesse cambiare la vita.

Anche se va detto che scommettendo 3€ a volta, diciamo che sarebbe stato difficile riuscirci!

Era già un mondo diverso rispetto a quello di qualche anno prima, quando esisteva solo la schedina.
E oggi, naturalmente, il rapporto tra calcio, pronostici e scommesse è completamente cambiato: l'offerta è sterminata, le possibilità quasi infinite.

Non si prova più soltanto a indovinare chi vincerà una partita: si può pronosticare praticamente qualsiasi cosa accada dentro quei novanta minuti.
E proprio per questo la vecchia schedina, vista oggi, appare quasi elementare.

Tredici partite, tre possibilità: 1, X o 2.
Ma forse era proprio quella semplicità a renderla così riconoscibile.

Perché dentro quelle caselle non c'erano soltanto dei pronostici, c'era un'intera domenica di calcio condensata su un foglio.
Squadre che magari non avresti nemmeno visto giocare, risultati che aspettavi, conti rifatti continuamente e quella piccola speranza che, almeno per una volta, tutti quei segni finissero esattamente dove li avevi messi.

La schedina non prometteva di rendere prevedibile il calcio, anzi.
Forse il suo fascino stava proprio nel ricordarti, ogni settimana, quanto fosse impossibile farlo davvero.

L'ottava tappa de “Le squadre del calcio” non poteva che essere questa.Ieri abbiamo parlato del River Plate 1996-1999, o...
29/08/2026

L'ottava tappa de “Le squadre del calcio” non poteva che essere questa.
Ieri abbiamo parlato del River Plate 1996-1999, oggi attraversiamo Buenos Aires e andiamo dall'altra parte del Superclásico.

Boca Juniors 1998-2001.

E se nel River mi interessava soprattutto raccontare la capacità di continuare a produrre talento mentre i grandi giocatori partivano e la squadra cambiava continuamente pelle, il Boca di quegli anni mi sembra raccontare qualcosa di diverso.
Una squadra che costruì una vera e propria identità vincente, un gruppo che magari non aveva sempre il talento più appariscente possibile in ogni ruolo, ma che sembrava progressivamente sviluppare la convinzione di poter vincere qualsiasi partita, contro qualsiasi avversario e in qualsiasi contesto.

E per raccontarla bisogna inevitabilmente partire da un nome: Carlos Bianchi.
Quando il Virrey arrivò alla Bombonera nell'estate del 1998, il Boca non vinceva un titolo ufficiale da sei anni, non esattamente un'eternità, soprattutto per una società dalla storia del Boca, ma abbastanza perché l'ambiente sentisse la necessità di ricominciare a vincere.

Bianchi arrivava soprattutto dal ciclo straordinario costruito al Vélez Sarsfield, con cui aveva conquistato campionati, Libertadores e Coppa Intercontinentale.
Insomma, non era un allenatore al quale servisse spiegare come si costruisce una squadra competitiva.

E al Boca trovò parecchio materiale interessante: c'era già Juan Román Riquelme, che aveva debuttato appena ventenne due anni prima.
C'era Martín Palermo, arrivato dall'Estudiantes nel 1997 e c'era Guillermo Barros Schelotto.

Dietro stavano prendendo forma una linea e un gruppo che sarebbero diventati altrettanto riconoscibili: Hugo Ibarra, Jorge Bermúdez, Walter Samuel, Rodolfo Arruabarrena, con in porta Óscar Córdoba.
In mezzo gente come Mauricio Serna, Diego C***a, José Basualdo.

Non una collezione casuale di calciatori forti, ma una squadra che Bianchi riuscì progressivamente a trasformare in qualcosa di molto più definito.
E l'impatto fu praticamente immediato: Apertura 1998, tredici vittorie, sei pareggi, zero sconfitte, Boca campione d'Argentina da imbattuto.

Riquelme sempre più centrale, Palermo e Guillermo capaci di costruire una coppia offensiva che il club ricorda ancora oggi come uno dei simboli di quella squadra.
Ma il dato che forse racconta ancora meglio ciò che stava accadendo è un altro: quella squadra arrivò a mettere insieme 40 partite consecutive senza perdere in campionato, attraversando due stagioni e conquistando anche il Clausura 1999.

Quaranta.

Nel mezzo inevitabilmente ci furono pareggi, partite meno brillanti, momenti nei quali il Boca non dominava.
Ed è forse proprio questo il punto, perché una delle caratteristiche più riconoscibili delle grandi squadre di Bianchi non era necessariamente la capacità di essere sempre spettacolari, era la capacità di rimanere dentro le partite, di competere, di capire i momenti, di avere giocatori di qualità davanti, certo, ma anche una struttura che li proteggeva.

Riquelme poteva permettersi di giocare con tempi completamente suoi, Palermo poteva vivere dentro e intorno all'area, Guillermo poteva attaccare gli spazi, muoversi, provocare.
Ma dietro c'erano Serna, C***a, Basualdo, c'erano Bermúdez e Samuel, c'era una squadra che sembrava accettare perfettamente un principio piuttosto semplice: non tutte le partite si vincono nello stesso modo.

Ed è forse anche per questo che il Boca di Bianchi sarebbe diventato particolarmente adatto alla Libertadores, perché nel calcio sudamericano, ancora più che nei campionati, devi essere in grado di sopravvivere a contesti completamente diversi: la Bombonera, le trasferte in Brasile, l'altura, gli stadi ostili, le partite nervose, o ritorni da ribaltare, o rigori.

Il Boca avrebbe dimostrato di saper convivere con praticamente tutto questo.

Il 1999 consolidò il dominio nazionale.
Poi arrivò il 2000 e lì quella squadra cambiò definitivamente dimensione.

Il Boca non vinceva la Copa Libertadores dal 1978, ventidue anni.
E per tornare in cima al continente dovette anche passare attraverso il rivale che abbiamo raccontato ieri: il River Plate.

Quarti di finale, andata al Monumental: River-Boca 2-1.
Al ritorno, alla Bombonera, serve ribaltarla.

E quella partita è diventata una delle immagini simboliche dell'intero ciclo.
Il Boca segna con Marcelo Delgado, poi Riquelme su rigore.

2-0, qualificazione virtualmente ribaltata.
Ma manca ancora qualcosa, perché quella sera torna in campo anche Martín Palermo che era fermo da mesi per un grave infortunio al ginocchio.

Non era nelle condizioni ideali, non avrebbe nemmeno dovuto essere il protagonista.
Bianchi lo manda dentro, e Palermo segna il 3-0.

Naturalmente.
Perché se esistesse un manuale delle cose che Martín Palermo non avrebbe dovuto essere in grado di fare e che invece ha fatto durante la propria carriera, probabilmente servirebbero diversi volumi.

La FIFA ricorda ancora quel gol come uno dei momenti simbolici della rivalità in Libertadores.

Il Boca elimina il River, poi supera l'América de México e arriva in finale contro il Palmeiras, campione in carica.
Alla Bombonera finisce 2-2, al Morumbi, in Brasile, 0-0.

Rigori.

E qui entra in scena Óscar Córdoba.
Il Boca vince la serie e torna Campione del Sudamerica dopo ventidue anni.

Già questo avrebbe reso il 2000 un anno enorme, ma non era ancora finita.
Perché vincere la Libertadores significava andare a Tokyo.

Coppa Intercontinentale, dall'altra parte il Real Madrid.
E qui credo che per chi abbia vissuto quel calcio sia quasi impossibile non avere un'immagine abbastanza precisa: Casillas, Hierro, Roberto Carlos, Makélélé, Figo, Raúl.

Un Real Madrid che pochi mesi prima aveva vinto la Champions League e che, almeno sulla carta, disponeva di una quantità di talento superiore.
Di fronte il Boca di Bianchi, una squadra sudamericana che molti europei conoscevano, certo, ma che si presentava inevitabilmente con un'aura diversa rispetto alla potenza madridista.

Passano meno di sei minuti, Martín Palermo ha già segnato due volte.
Due.

Il Real Madrid riesce ad accorciare con Roberto Carlos, ma il Boca non crolla.
Tiene, soffre, combatte, gestisce.

E soprattutto ha Riquelme.
Quella partita rimane probabilmente una delle migliori manifestazioni internazionali del suo calcio.

Il modo in cui riceveva palla, il modo in cui proteggeva il possesso, la capacità di abbassare o alzare il ritmo della partita quasi secondo necessità.

E una giocata, più di tutte, rimasta nella memoria: Riquelme che controlla un pallone praticamente impossibile spalle alla linea laterale, si libera della pressione e manda Palermo verso la porta.
Una giocata che sembrava dire una cosa molto semplice: il Real Madrid poteva avere una quantità enorme di campioni, ma quella sera il giocatore che controllava il tempo della partita vestiva azul y oro.

Finisce 2-1, Boca Juniors Campione del Mondo.
La FIFA ricorda sia la doppietta fulminea di Palermo sia la prestazione di Riquelme come elementi centrali di quella finale.

E ancora non era finita, perché poche settimane dopo il Boca vinse anche l'Apertura 2000.
In un singolo anno: Copa Libertadores, Coppa Intercontinentale, Apertura.

Tre trofei.
E soprattutto la sensazione che quella squadra fosse ormai arrivata in uno di quei momenti nei quali la vittoria smette quasi di sembrare un evento straordinario e diventa qualcosa che il gruppo si aspetta da sé stesso.

Trovo che questo sia uno degli aspetti più interessanti delle grandi squadre vincenti.
Da fuori diciamo spesso che “sanno vincere”, una frase che rischia di diventare vuota se non proviamo a capire cosa significhi.

Non significa avere una specie di qualità mistica.
Significa aver accumulato abbastanza esperienze positive da riconoscere determinati momenti, sapere che una partita può girare, non andare nel panico quando devi difendere, non avere bisogno di dominare per sentirti superiore.

Sapere che prima o poi Riquelme può trovare una giocata, che Palermo può segnare anche quando sembra fuori dalla partita, che Córdoba può parare un rigore, che Bermúdez può tenere insieme la linea, che Serna può trasformare una partita elegante in una partita sporca se quello è ciò che serve.
Il Boca di Bianchi aveva sviluppato proprio quel tipo di convinzione.

E nel 2001 arrivò forse la dimostrazione definitiva.
Perché ormai la squadra aveva già cominciato a cambiare: Walter Samuel era partito per la Roma, Palermo era andato al Villarreal, Arruabarrena aveva lasciato il club.

Il gruppo non era più esattamente quello del 1998.
Eppure il Boca tornò nuovamente fino in fondo alla Libertadores.

Riquelme era ancora lì. Córdoba pure. così come Bermúdez, Ibarra, Serna.
Davanti aveva acquistato sempre più peso Marcelo Delgado.

E il risultato fu un'altra Copa Libertadores.
La seconda consecutiva, questa volta la finale fu contro il Cruz Azul.

Il Boca vinse 1-0 in Messico.
Sembrava quasi fatta.

Al ritorno, però, il Cruz Azul vinse 1-0 alla Bombonera.
Ancora rigori, ancora Córdoba, ancora Boca.

Campione del Sudamerica.
Due Libertadores consecutive.

Quattro anni prima il club veniva da sei stagioni senza titoli ufficiali, adesso aveva costruito uno dei cicli più vincenti della propria storia.
Ma tutte le storie, inevitabilmente, hanno un punto nel quale iniziano a cambiare.

Nella seconda metà del 2001 partirono altri pezzi importanti.
Ibarra, Bermúdez.
La squadra che arrivò nuovamente a Tokyo per affrontare il Bayern Monaco non aveva più la stessa completezza di dodici mesi prima, e quella volta la storia finì diversamente.

0-0 nei novanta minuti.
Supplementari, al 109' segna Samuel Kuffour: Bayern 1-0 Boca, niente secondo titolo mondiale consecutivo.

E quella partita segnò anche la conclusione della prima esperienza di Carlos Bianchi alla guida del club.
Naturalmente sappiamo che sarebbe tornato, e sappiamo anche cosa sarebbe successo nel 2003.

Ma quello appartiene a un'altra storia.

Io ho scelto di fermarmi al 1998-2001 proprio perché mi sembra un ciclo compiuto.

Bianchi arriva, costruisce, vince subito in Argentina, consolida.
Porta la squadra in Sudamerica, poi nel mondo.

Ripete la Libertadores.
E alla fine lascia.

Nel mezzo: Apertura 1998, Clausura 1999, Copa Libertadores 2000, Coppa Intercontinentale 2000, Apertura 2000, Copa Libertadores 2001.
Sei trofei in poco più di tre anni.

Il Boca stesso definisce quello iniziato nel 1998 il ciclo più vincente della propria storia.
Ma anche qui, come per il River di ieri, fermarsi ai trofei secondo me sarebbe limitante.

Perché quelle due squadre vicine nel tempo raccontano due cose diverse.

Il River mi affascina per il flusso di talento: Francescoli, Crespo, Ortega, Salas, Gallardo, Aimar, Saviola.
Giocatori che arrivano, crescono, partono e vengono sostituiti.

Il Boca mi affascina invece per la capacità di costruire una squadra che diventò progressivamente più grande della somma dei propri giocatori.
E attenzione: i giocatori erano fortissimi.

Riquelme è uno dei calciatori più particolari e talentuosi che abbia prodotto il Sudamerica negli ultimi decenni.
Palermo è diventato il miglior marcatore della storia del club.

Samuel sarebbe diventato uno dei migliori difensori della propria generazione.
Guillermo Barros Schelotto un'icona xeneize.

Córdoba, Bermúdez, Ibarra, Serna, C***a, Arruabarrena erano giocatori di enorme livello.
Ma quando penso a quel Boca, prima ancora dei singoli, penso a una squadra.

Ed è probabilmente il più grande complimento che si possa fare a un allenatore.
Bianchi non aveva costruito una squadra che doveva giocare sempre nello stesso modo, aveva costruito una squadra che sembrava sapere cosa richiedeva ogni partita.

Poteva avere il pallone e lasciare che Riquelme decidesse i tempi.
Poteva attaccare direttamente Palermo.

Poteva aspettare.
Poteva difendersi.

Poteva giocare una finale in Brasile.
Poteva affrontare il Real Madrid a Tokyo.

Poteva vincere ai rigori.
E se la partita diventava br**ta, nervosa, sporca, probabilmente al Boca andava bene lo stesso.

Forse è anche questo il motivo per cui quella squadra si sposò così bene con la Libertadores, una competizione nella quale raramente basta essere la squadra che gioca meglio.
Devi sapere viaggiare, soffrire, adattarti, gestire pressioni completamente diverse e soprattutto devi essere convinto che, anche quando una partita sembra scapparti via, non sia ancora finita.

Il Boca Juniors 1998-2001 quella convinzione sembrava averla interiorizzata.
E forse nessun episodio la rappresenta meglio proprio del ritorno contro River nel 2000.

Palermo fermo da mesi, rientra, Bianchi lo manda dentro e lui segna il gol della qualificazione.
Sul piano razionale, non è il modo in cui programmi una stagione, ma le grandi squadre finiscono spesso per costruire anche una propria mitologia e quando quella mitologia comincia a coincidere con ciò che accade davvero sul campo, diventa una forza ulteriore.

Il River degli anni precedenti sembrava dire: “Se parte un talento, ne arriverà un altro.”
Il Boca di Bianchi sembrava rispondere: “Qualunque cosa accada, troveremo un modo per vincere.”

Naturalmente non era vero sempre, nessuna squadra vince sempre, il Bayern lo avrebbe ricordato nel 2001.
Ma per qualche anno fu vero abbastanza spesso da trasformare quella squadra in uno dei grandi riferimenti del calcio sudamericano a cavallo del millennio.

E forse è proprio per questo che, dopo aver parlato ieri del River, non avrei potuto lasciare fuori questo Boca.
Non soltanto perché erano rivali, ma perché, nello stesso periodo e nella stessa città, rappresentarono due modi differenti di essere una grande squadra.

E quello di Carlos Bianchi, Riquelme, Palermo e tutti gli altri fu terribilmente semplice da riconoscere.
Quando arrivavano le partite che decidevano qualcosa, il Boca quasi sempre sembrava sapere perfettamente chi voleva essere.

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