11/06/2026
L'altroieri ho pubblicato un post sulla squadra che ha vinto l'Europeo u17 domenica.
Non so se qualcuno l'abbia notato, ma nello scorrere il post, nome per nome, emergeva abbastanza chiaramente un dato: la maggior parte dei giocatori che si è imposta a livello Continentale è nata nei primi mesi dell'anno.
Ho messo in fila questi dati, dai quali emerge che 6 giocatori su 20 sono nati a gennaio, 5 a marzo e 3 a febbraio.
Significa che 14 su 20, cioè il 70% dei convocati, sono nati nel primo trimestre del proprio anno.
Allargando il discorso al semestre, troviamo 1 giocatore ad aprile e 2 a maggio.
Ovvero l'85% della rosa è nata nei primi sei mesi dell'anno, con solo 3 giocatori su 20 nati da luglio (2) in poi (1 nato ad ottobre).
Per dare un paio di riferimenti, Spagna e Belgio avevano invece 6 e 7 calciatori nati nel secondo semestre (su 20).
Il doppio dell'Italia.
Qualche settimana fa, come forse ricorderete, pubblicai un post relativo ad uno studio spagnolo (Aixa-Requena, Gil-Galve, Legaz-Arrese, Hernández-González e Reverter-Masia) che parlava di maturazione biologica applicata al calcio giovanile.
Dimostrava come, nella coorte considerata, il grosso del minutaggio nelle giovanili andava ai "precoci", ma anche di come questo non "predicesse" il loro sviluppo da adulti.
Infatti, per paradosso, erano più i tardivi ad aver raggiunto i Big 5 o la Segunda Division sp****la.
E ad arrivare nei Big 5 erano stati TUTTI "maturatori tardivi".
Oggi vado oltre e focalizzo un punto specifico della questione, ovvero quello relativo al Relative Age Effect, anche noto come RAE.
Lo faccio partendo appunto dai dati raccolti in relazione all'Italia u17, ricollegandomi poi ai dati pubblicati su X qualche settimana fa dall'amico Fillix9, un grande appassionato di calcio giovanile.
Innanzitutto, cos'è il RAE?
Il Relative Age Effect descrive il vantaggio sistematico di chi nasce all’inizio del periodo di selezione (nel nostro caso l'inizio dell'anno solare) rispetto a chi nasce alla fine dello stesso periodo.
Nello sport giovanile, e in modo particolarmente visibile nel calcio maschile agonistico, questo vantaggio nasce dall’interazione tra età relativa, maturazione biologica, aspettative degli adulti e processi di selezione cumulativi.
Nel calcio giovanile il RAE non è semplicemente definibile come un “bias della data di nascita”, quanto più come un problema sistemico.
L’età relativa si combina con differenze di forza, velocità, statura, esperienza accumulata, auto-percezione di sé ed aspettative di allenatori e genitori, generando quello che la letteratura collega a meccanismi come "l'Effetto San Matto", "l'Effetto Pigmalione" e "l'Effetto Galatea".
Da un punto di vista pratico, i ragazzi relativamente più vecchi e/o più precoci biologicamente vengono più spesso selezionati e tendono ad accumulare un minutaggio maggiore, come appunto già visto nel post che citavo in precedenza.
I più "relativamente giovani" e/o meno maturi rischiano invece valutazioni distorte, minor esposizione e uscita dal percorso.
Come detto, il fenomeno del RAE è piuttosto presente anche in Italia.
I dati raccolti in relazione alla Nazionale u17 lo confermano, quelli raccolti - divisi per annata - da Fillix9 sul Milan anche: come potete vedere, infatti, pare siano pochi o molto pochi in tutte le categorie i giocatori nati "nel secondo semestre", rispetto al totale.
Nella pratica, del resto, nascere a gennaio significa avere praticamente un anno in più di chi nasce a dicembre.
Questo significa che normalmente, a parità di "stadio di maturazione", ci sarà una differenza biologica importante tra un calciatori di gennaio ed uno nato a dicembre dello stesso anno, che rende quest'ultimo, di fatto, un "sotto età" rispetto al primo.
Ovviamente, come abbiamo visto proprio con la Nazionale u17 italiana, i "sotto età" esistono anche a livello di annata.
Quindi non è impossibile che il ragazzo di dicembre possa giocarsela ad armi pari con quello di gennaio.
Anzi: proprio perché l'andamento della maturazione biologica dei ragazzi non è lineare e, soprattutto, non è uguale per tutti, ci possono per paradosso essere ragazzi di dicembre più maturi biologicamente di alcuni di gennaio.
Questo proprio perché il caso può rendere chi nasce a gennaio un "tardivo" mentre chi nasce a dicembre un "precoce", così da rendere possibile il "sorpasso" del secondo sul primo.
Con di fatto un anno di differenza tra i due, però, resta molto improbabile o, comunque, raro che ciò accada.
L'evidenza empirica mostra come il bias segua la cosiddetta "data di cutoff", ovvero il momento in cui inizia il periodo di "cernita" preso in considerazione.
Banalmente: se una squadra si basa sull'anno solare sarà il 1° gennaio, se invece si basa sulla stagione sportiva sarà il 1° luglio.
Partendo da qui, la soluzione non è e non può quindi essere quella di lavorare sulla "data di cutoff" stessa.
Farlo servirebbe infatti solo a spostare il problema, non a risolverlo (anche solo parzialmente).
Ad oggi l'approccio più promettente per gestire questo tipo di problematica è quindi quello multicomponente.
Ovvero: monitoraggio della maturazione, valutazioni "a doppio riferimento" (età cronologica e maturità biologica), bio banding, educazione di scout ed allenatori, audit sistematici delle distribuzioni di nascita e metriche alternative/aggiustate per età relativa.
Insomma, la riflessione che viene da fare è che il RAE non possa essere derubricato a mera "curiosità statistica", perché - almeno in Italia - c'è una discrepanza troppo evidente che riguarda i calciatori nati nel primo trimestre (14 su 20, nella squadra presa come riferimento) e quelli nati nel quarto trimestre dell'anno (1 su 20).
Per questo motivo Federazione/i e club dovrebbero inquadrare questo argomento non sulla base di un mero numero svuotato di significato, ma come un tema di governance del talento.
L'effetto più immediato e visibile del RAE è, appunto, quello della selezione.
Come mostra la nostra u17, ma come mostrano anche i dati relativi alle giovanili del Milan raccolti ed elaborati dall'amico Filip, la discrepanza che riguarda gli "intervalli di nascita" è marcatissima e va oltre quello che è lecito aspettarsi da una naturale "distribuzione casuale del talento".
Cioè, se per pura casualità è legittimo che i giocatori talentuosi non nascano in maniera eguale in ogni mese dell'anno, è vero pure che è improbabile pensare che sia "naturale" un 14-1 tra i nati nel 1° e quelli nati nel 4° trimestre.
Questo di per sé dimostra già, empiricamente, come il RAE abbia un impatto fortissimo in termini di selezione.
Sul piano della performance, invece, il Relative Age Effect agisce soprattutto nella fase in cui le differenze fisiche sono più importanti e, per questo, il vantaggio di chi è più grande relativamente tende a essere forte nelle prove immediate di intensità, duello, corsa e impatto, quindi principalmente sul versante atletico.
La letteratura, però, avverte che questo non equivale automaticamente ad un maggior potenziale a lungo termine, come già visto nel post relativo allo studio succitato.
Lo stesso filone sul bio-banding riporta che alcuni ragazzi meno sviluppati, una volta valutati in contesti più equilibrati, emergono come molto competenti sul piano tecnico, cognitivo-spaziale e decisionale.
Non a caso, e mi ricollego di nuovo allo studio spagnolo, si parlava del fatto che i giocatori capaci di raggiungere i Big5 fossero TUTTI tardivi, nel proprio sviluppo biologico.
Ecco quindi che in questo discorso va considerato anche il cosiddetto "Effetto Underdog", che deve quindi portare a ponderare con grande attenzione il Relative Age Effect.
Perché esso, appunto, si accompagna spesso ad una differente maturazione biologica, che come visto nello studio spagnolo tende ad avere effetti inversamente proporzionali.
Sul piano del dropout, invece, la letteratura sul RAE lo va a collegare chiaramente all’attrito e all’uscita precoce dai percorsi sportivi, anche se non è ancora stato definito un valore preciso dell’effetto per quartile, ed il rischio relativo di abbandono non è specificato.
Il punto che emerge con più affidabilità è dunque un altro: i sistemi che selezionano presto e premiano la “readiness” del momento aumentano il rischio di perdere giocatori con "potenziale ritardato", ma reale.
Lo sviluppo a lungo termine, il potenziale dei ragazzi, è quindi il punto in cui il ragionamento per club e Federazioni dovrebbe diventare più prudente.
Nel calcio il succitato bio-banding pare essere uno degli interventi con la base applicativa più interessante.
Piccola parentesi: cosa si intende quando si parla di bio banding?
Si intende una metodologia di selezione e allenamento che raggruppa i giovani atleti in base alla loro età biologica (livello di maturazione fisica) anziché a quelle anagrafica.
In questi termini introduco nella discussione anche uno studio qualitativo di Reeves e colleghi, condotto in una Academy inglese di Premier League, su 66 giocatori, 8 membri dello staff e 80 genitori/tutori.
Tra i vantaggi emersi compaiono una valutazione "più corretta" dei ragazzi meno sviluppati e la possibilità, per coach e recruiter, di vedere qualità tecniche e di consapevolezza spaziale che in contesti cronologici standard restavano coperte.
Non a caso il bio-banding è già entrato anche nel lessico di policy del calcio inglese, dal punto di vista operativo.
Lo stesso studio di Reeves mostra come l’Elite Player Performance Plan (EPPP) include il RAE tra le aree di modernizzazione della "talent identification", e questo è un segnale importante: il problema, lì, è abbastanza riconosciuto da essere entrato nei documenti di sistema.
In estrema sintesi, possiamo identificare il RAE nel calcio giovanile come un problema di equità, efficienza e qualità del talento sviluppato.
Ignorarlo potrebbe significare perdere dei giocatori potenzialmente molto validi.
Affrontarlo in modo strutturato, invece, significa allargare il bacino reale del talento, migliorare la qualità delle decisioni e ridurre gli errori di selezione che il sistema, oggi, tende a naturalizzare.