10/11/2023
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- "Piantala vecchio, è finita"
- "«È finita» si dice alla fine"
- "Bella questa, cos'è, degli anni Ottanta?
- "Forse anche Settanta.”
Da Rocky Balboa di Sylvester Stallone
1° novembre del 1974. Zaire. George Foreman sta per partire per tornare negli Stati Uniti. La sua anima è spezzata, distrutta. Contro ogni pronostico ha perso per KO contro Muhammad Ali, ne è stato ipnotizzato e infine travolto. Nessuno lo ama lì, lo vedono come uno Zio Tom, lui sorride di circostanza, poi incappa in uno strano tipo, uno dei tanti stregoni di quella fetta di Africa a metà tra passato e futuro. "Quando il Re non sarà più Re e quando tu non sarai più te, allora tornerai ad essere Campione". Passano vent'anni esatti o quasi, è il 5 novembre 1994, siamo MGM Grand Garden Arena di Las Vegas e George è esattamente nella situazione opposta di allora: nessuno pensa veramente che possa vincere, per quanto molti lo sperino, in virtù di una simpatia che da sempre circonda gli sfavoriti. Il suo avversario, Michael Moorer, è un pugile forte, coraggioso ma soprattutto è più giovane. Nessuno crede che sulla soglia della mezza età George possa veramente farcela, ha già fallito contro Tommy Morrison e Evander Holyfield pur dandoci dentro alla grande.
Eppure, alla fine, quel match sovvertì l'adagio per il quale il pugilato è uno sport per giovani, ma soprattutto lo spirito di quell'epoca, di quegli anni '90, in cui la gioventù era, ancora più che oggi forse da certi punti di vista, l'unica cosa che contasse. Foreman non era d’accordo. Da quando si era ritirato dopo essere quasi morto dopo il suo ultimo combattimento contro Jimmy Young era diventato un predicatore, si era dedicato ai giovani, e disadattati, era tornato comba***re sul ring per trovare i soldi per la sua associazione ma anche per dimostrare qualcosa se stesso: non era più il ragazzo debole che Ali aveva sconfitto. Contro aveva quel ragazzo ombroso ma talentuoso, un destro che combatteva in guardia mancina capace di ba***re proprio "The Real Deal", Foreman scavò a fondo nella sua anima. Moorer per tutta la durata del match, fece valere la sua superiore tecnica, velocità, le sue combinazioni e si mosse con abilità, gonfiando il viso di George round dopo round. Nessuno pensava andando avanti che Foreman potesse ribaltare l'andamento, nessuno tranne paradossalmente proprio l'allenatore di Moorer, Teddy Atlas un bucaniere che la sapeva lunga.
Un’utile lezione che si può imparare da quel match infatti, è di non strafare, usare sempre la testa. Moorer non lo fece, pensò di poter fare ciò che nessun altro se non Alì aveva fatto: fermare prima del limite Big George. Atlas sapeva che non poteva farlo, che nessuno poteva farlo. Vide anche quel vecchio distruttore pelato, capì che non era salito sul ring confidando nel buon Dio, ma con una strategia, aveva un piano, e quel piano prevedeva di fare ciò che il suo grande Rivale era riuscito a fare quel giorno a Kinshasa: aspettare il momento giusto. Ogni colpo di Moorer, si rese conto Atlas, era un punto per il suo ragazzo, ma ogni sganassone che Foreman metteva a segno, per quanto isolato, toglieva qualcosa a Moorer, qualcosa che non sarebbe più tornato.
Probabilmente anche Michael se ne rese conto nel 9° round, quando cercò ancora il gioco di gambe che gli aveva permesso di mandare a vuoto quel carro armato umano quarantenne che aveva di fronte. Ma non ci riuscì. Foreman le gambe gliele aveva tolte con le bordate al corpo, l’aveva sfiancato con un jab possente che gli aveva fatto perdere lucidità, un colpo apparentemente lento ma dietro il quale si celava la trappola mortale di un destro mortifero, lo stesso che lo abbatte ficcandogli tre denti dentro il paradenti e lasciandolo esanime a terra. “E’ successo! E’ successo!” gridò Jim Lampley dai microfoni della HBO. Il Foreman giovane si sarebbe beato della sua unità tra se stesso e la sua spada, compiacendosi della sua forza. Invece il George 40enne supera gli abbracci di Angelo Dundee, l'uomo che era all'angolo del più Grande quando venne sconfitto in terra d’Africa.
China la testa e ringrazia il suo Dio, quel Dio che gli ha insegnato con la sconfitta che cosa conta nella vita e cosa no. Quel Dio lo aveva guidato per tutti quegli anni a quel momento decisivo, a quel riscatto esistenziale che voleva più di ogni cintura. Moorer, lo sconfitto, era solo come capita sempre in questi casi. In un certo senso la sua carriera finì quella sera, ma rimane uno dei grandi talenti del suo tempo. Oggi, a 29 anni di distanza da quel match, la cosa più preziosa che si può avere da quella notte magica, da quella favola regalata ad un 45enne, il più vecchio campione mondiale della storia dei pesi massimi, è il fatto che non è mai tardi. Non abbiamo una data di scadenza, siamo cresciuti in una società che sovente ci fa credere che se entro un certo anno della nostra vita non abbiamo tra le mani alcune cose, vuol dire che abbiamo fallito, che siamo dei falliti, che abbiamo perso la gara e arriveremo ultimi.
Foreman, la sua vittoria di quella sera, il suo ritorno sul ring, sono la dimostrazione che non è vero, che non è semplicemente nella primavera e nell'estate della nostra vita che vi si può trovare ciò che vogliamo e ciò che desideriamo, che il successo e la felicità non sono la stessa cosa, che l'età e soprattutto un regno della mente, un atteggiamento verso il mondo. Per quanto paradossale possa sembrare, aveva vinto quel match perché aveva perso vent'anni prima. Aveva perso l'opportunità di avere successo ma guadagnato quella di essere una persona migliore. Forse quella sera, finalmente, dopo decenni di colpi dati e ricevuti, Big George diventò il guerriero che aveva cercato di essere. Lo stesso che dopo di allora, è stato infine capace di essere in pace con se stesso e con il mondo.