09/04/2026
Elogio della lentezza (nel combattimento)
Su cosa fondi il tuo combattimento? Potenza? Velocità? Astuzia?
Dipende dallo sport (o dall’arte). Ma c’è una cosa che vale sempre: Il combattimento è un confronto tra due menti che usano il corpo.
Se la guardi così, cambia tutto. L’idea dell’“adesso spacco tutto”, del colpo tirato più forte e più veloce possibile, perde senso. Non perché non funzioni — può funzionare — ma perché è solo la fine del percorso, non l’inizio.
Un colpo davvero efficace nasce da anni di lavoro: tecnica, catena cinetica, controllo, timing. Per i karateka direi Kimé. Prima di arrivarci però, c’è altro.
C’è un combattimento fluido, fatto di adattamento continuo. Di lettura dell’avversario. Di movimenti che diventano sempre più economici.
Diventi liquido. Poi, se serve, ti indurisci.
Ma per arrivare lì devi passare da una fase che molti sottovalutano: andare piano. Senza forza. Senza fretta.
Perché è così che impari davvero a conoscere il tuo corpo, a costruire schemi motori solidi, a muovere i piedi (tutto parte da lì), a capire le distanze.
Dopo inizi a leggere l’altro, i suoi tempi, i suoi tic, le sue abitudini.
È un lavoro enorme. E non finisce mai. Io l’ho iniziato una vita fa e sono ancora lì a cercare il bandolo della matassa. Sapendo che non lo troverò mai. E forse è proprio questo il bello.
Intanto continuo a studiare. E per studiare, spesso, vado piano. Perché serve tempo per capire. Anche quando si combatte.
Entrare sul ring con l’idea di distruggere tutto è spesso controproducente.
Ti fa smettere di osservare. Ti fa smettere di imparare.
Un ultimo semino. Quando studi davvero, scopri una cosa importante: a volte bastano movimenti piccolissimi per gestire un avversario. Movimenti economici. Quasi invisibili. E a quel punto puoi stare tranquillo. Anche davanti a uno che si agita, urla, accelera.
Perché quello che si agita… non sei tu.