28/09/2026
Oggi sono esattamente dieci anni da ché il maestro Masashi Chiba ha lasciato questo piano astrale.
Era il 24 settembre 2007 quando misi per la prima volta piede nel kendobu dell'Università Hitotsubashi - sita a Kunitachi, nella parte occidentale della prefettura di Tokyo - dove il maestro insegnava. Volevo imparare il jodan no kamae, e chi meglio di lui - tre volte campione nazionale al senshuken taikai e shihan del Keishicho - poteva insegnarmelo? Non fu facile e dovetti smuovere alcune mie conoscenze giapponesi, ma alla fine l'assenso arrivò e presi il primo aereo direzione Giappone. Da quel giorno ogni anno, anche più volte l'anno, la mia tappa fissa era il kendo club dell'università Hitotsubashi. Nel frattempo eravamo anche riusciti a far ve**re Chiba sensei in Italia per dei seminari.
Posso dire di essermi allenato con una certa regolarità col Maestro durante questi nove anni di frequentazione, ma sicuramente avrei voluto potermi allenare di più sotto la sua direzione. Di una cosa però ho fatto tesoro: dei suoi insegnamenti; che a distanza di anni replico nel mio dojo. Ogni insegnante ha un proprio metodo, e quello che personalmente considero il maggiore lascito di Chiba sensei è proprio quello di avermi dato un metodo. Dal 2007 al 2016 ho meticolosamente annotato nel mio quadernino le sequenze di allenamento, le spiegazioni, i consigli e le dinamiche di ogni allenamento fatto; anche le idiosincrasie e le preferenze che il Maestro aveva; modellando il mio insegnamento di kendo su quanto appreso.
Ora, nel decennale della sua dipartita, butto giù queste poche righe come omaggio e ringraziamento per i nove anni in cui le nostre strade si sono incrociate. Nel dojo del Kendo Roma, lato kamiza, è sempre presente un tenugui incorniciato del Maestro. Sopra vi sono raffigurati i kanji delle tre virtù confuciane: saggezza (智); compassione (仁); coraggio (勇).
La famiglia del maestro Chiba è di tradizione shingon, una curiosa coincidenza, essendo lo shingon, assieme a quello bön tibetano, una delle forme di buddhismo da me maggiormente studiate negli anni passati. Questo mi porta a una sera di tanti anni fa quando, dopo gli allenamenti, uscì fuori la questione dello shingon. Passata la sorpresa iniziale iniziai a recitare i primi versi dell'hannya shingyo, il "sutra del cuore", che conoscevo a memoria, e a cui il maestro Chiba venne immediatamente dietro nelle parole; meravigliato che un gaijin avesse contezza di questo aspetto poco noto della cultura giapponese. Tutto si risolse in una risata, come era prassi con l'apparentemente arcigno Maestro. E ancora a oggi serbo vivido il ricordo di quella serata passata a parlare di kendo e di buddhismo in una Tokyo settembrina ancora troppo afosa e umida.
Maurizio Ricci