09/05/2017
Primavera 2012. Ero un ragazzotto agli ultimi brufoli e con tante energie e capelli. Nell'incessante ripetersi degli esami di una facoltà infame quale Medicina, faticavo ad appendere al chiodo le scarpette dell'atletica leggera, laddove avevo già raccolto molto più del dovuto. L'ego gonfiato da qualche medaglia adolescenziale si stava affievolendo piuttosto rapidamente. Se nonché, qualche mese prima, un amico dal naso grosso e dalla proverbiale passione per lo studio, in un duro pomeriggio di settembre decise di raggruppare una banda di scapestrati che stavano al mondo del calcetto all'incirca quanto Matteo Salvini a quello della politica. A dire il vero, era riuscito a convincerne uno che avesse una minima dimestichezza con il pallone. Gli appioppammo all'unanimità la casacca numero 10: speravamo tutti ci guidasse lontano dai bassifondi del torneo. Seguivano all'appello un nevrastenico agitato e rissoso, un furetto di quaranta chili bagnati che fumava in panchina, uno eccessivamente lungo per trasmettere informazioni sensate cervello-piedi, un portiere svogliato ed un sostituto lento che scendeva in campo con la maglia di una squadra svedese. Ah, ed io. Che potevo apportare alla 'squadra' qualche sporadico salto triplo e niente di più. Per pietà, mio zio mi diede qualche spiccio in cambio di uno sponsor di un'impresa di sabbie edili.
Bene, con il passare delle settimane questa schifezza stava prendendo una forma. Tignosa, rugosa, scomposta, ma una forma. Rocambolescamente arrivammo in finale. Il nasuto scoordinato ed io cercammo di sponsorizzare l'evento. Lui appese annunci perfino ai portoni adiacenti l'aula studio dove marcivamo da anni. Sentivamo il bisogno di far vedere al mondo quanto eravamo brutti e brocchi. Accorsero credo in tre. Marco Bottiroli, che per ragioni imperscrutabili avevamo proclamato nostro presidente (sperando forse ci elargisse del denaro), Giovanni Guido Rossiche, indeciso se seguire il posticipo della serie D scozzese o una replica di Ciao Darwin, venne finalmente accalappiato con false promesse di gnocca, e Tullia Penna, che mi voleva del bene ed aveva una fotocamera nuova.
L'arbitro diede inizio alle ostilità. Contro avevamo una formazione tutta tecnica ed antipatia. Un concentrato di arroganza che culminava nella loro punta centrale, un cabinotto trentaefischienne urlatore. Ci misero sotto, ci schiacciarono. Poi, all'ultimo secondo, il piede ottagonale del nostro iperattivo numero 8 pennellò sul capello maltagliato dello spilungone che, convergendo nel mezzo, buttó dentro il pallone del 3 pari. Del pareggio. Dell'inizio della lotteria dei rigori. Tra le stampellate al plexiglas della panchina da parte dell'infortunato bomber. Le gambe tremevano. Gol del bislungo e del nano vizioso, alle stelle il piazzato del vicecapitano e tra le braccia del portiere il mio petto. L'Atleticone non aveva tuttavia fatto i conti col nazismo crescente del nostro portierone, che si esaltava lanciandosi da un palo all'altro. Toccava ad Abbagol: crocifisse il loro estremo difensore e, dopo essersi inciampato, corse n**o in mezzo al campo. La ciurma di disperati aveva agguantato la gloria (anche un viaggio, a dirla tutta, per una destinazione di nostro piacimento. Non ci andammo, facemmo scadere il premio). Quella sera, che personalmente finì abbracciata al water di casa per i troppi luppoli spillati dalla birreria Petrarca, rimase e rimarrà impressa come tra le più incredibili della mia noiosa esistenza. A distanza di 5 anni, buon 9 maggio amici miei. E buon 9 maggio a tutti quelli che negli anni, anche sporadicamente, onorarono i colori dei Merenderos.