11/09/2026
INTERVENTO DEL MAESTRO STEFANO STEFANEL
Stage Alti Gradi – 5 e 6 settembre 2026
Pala Pellicone – Lido di Ostia
Lo Stage Alti Gradi nasce per colmare alcune lacune nell’ambito delle Federazione. Vediamo che ruolo ha la Scuola Nazionale Fijlkam, di cui io sono Presidente del Comitato di gestione, nell’azione federale che ha inizio oggi.
Partiamo dal primo dato: ci sono oggi molti Alti Gradi nella Fijlkam perché tutto sia lasciato al suo destino o alla decisione dei singoli. Non è più possibile che un movimento sportivo di questo livello (numerico e tecnico) possa continuare a operare in forma individuale o dentro contesti regionali non collegati alla struttura federale. Tutti gli Alti Gradi sono Alti Gradi Fijlkam: quindi esiste un filo federale che ci unisce tutti.
Il coinvolgimento della Scuola Nazionale nella gestione del futuro degli Alti Gradi nasce dall’idea di costruire una proposta formativa legata al judo italiano utile ai club e che aumenti l’inclusività nei confronti di tutte le categorie di praticanti partendo dall’esperienza di chi sta nella Fijlkam da oltre mezzo secolo. È quindi necessario un input nazionale che poi scenda nelle regioni. Non si può procedere per personalismi, perché ormai la consistenza degli Alti Gradi è diventata notevole e quindi non è più un semplice riconoscimento alla fine carriera, ma un elemento strutturale di una categoria di tecnici Fijlkam.
CHI È UN ALTO GRADO E CHE RUOLO PUO AVERE
Chi è Alto Grado lo è in virtù di tanti anni di judo e nessuno può giudicare il percorso di ognuno di noi, perché c’è una parte emersa e pubblica e una parte privata e sociale. Dove ci sono costanze così lunghe è fondamentale agire sempre con rispetto. Noi tutti possiamo vedere reciprocamente quello che abbiamo fatto pubblicamente, ma il nostro lavoro quotidiano, la nostra ricerca tecnica personale non è nota, il nostro “speciale” e quello che insegniamo nei club rimane sommerso. La Federazione ha saputo leggerci e ci ha dato la legittimità per quello che siamo.
L’Alto Grado in linea di massima non è più giovane: atleti di alto livello o giovani tecnici sono più reattivi e dimostrano meglio. Bisogna riconoscere i propri limiti, ma non farsi fermare da quelli.
C’è una grossa novità: una percentuale notevole di giovani praticanti ha nel padre il primo manager e coach, indipendentemente che abbia fatto judo o meno. Qualunque tecnica, movimento, passaggio lo si può trovare nel web, fatto più o meno bene, applicabile o fantasioso. Il profano anche nel judo fa quello che si è sempre fatto nel calcio: cedere alla credenza che guardare la televisione o i social possa determinare competenza.
I giovani tecnici con tutto questo si trovano in difficoltà anche relazionali con le famiglie. Ma purtroppo molti di loro prendono spunto per le loro lezioni dai reel che appaiono sui social e non dallo studio dei principi tecnici.
Prendete l’ippon con cui Pino Maddaloni ha vinto le Olimpiadi di Sidney. Non è insegnabile, perché non è una semplice azione, ma il punto di arrivo di dedizione, volontà, voglia di vincere, allenamento, tecnica. È stato il punto di arrivo di un processo, non il prodotto dell’allenamento su un movimento.
Ma dato che faccio judo da molto tempo ricordo anche l’Uchi-Mata di Laura di Toma a Paulette Fouillet nel 1980 al Madison Squadre Garden di New York ai Campionati del Mondo. Uno potrà dire: un Uchi Mata è sempre un Uchi Mata. Quello aveva una particolarità: glielo ha fatto mentre andava indietro non mentre veniva avanti. È lì che si annida il principio.
I PRINCIPI DEL JUDO
L’Alto Grado sa che il judo nasce da principi non da movimenti precisi o assoluti. Il nostro judo non ha molto a che vedere con la ginnastica artistica, il pattinaggio o i tuffi. Chi fa judo da tanto ha compreso che il judo evolve e cambia perché applica principi, non azioni motorie uguali per tutti. Il seoi otoshi di un 66 chili è diverso da quello di un 100 chili, per kuzushi, tsukuri e gake, ma è sempre seoi otoshi.
Noi stiamo discutendo se lo yuko da poco introdotto dell’agonismo con i tre punti di caduta in avanti sia lecito o no, sia bello o no, sia giusto o no. La scelta è dell’IJF e quindi non va discussa. Quello che si può discutere è se questa scelta rispetta i principi del judo: se li rispetta va accettata, se non li rispetta va combattuta. Neanche il Koka era proprio bello, ma non violava nessun principio. Lo stesso vale per il Kata Guruma o le varie forme di Sukui Nage oggi proibite in gara: cambiano le regole, non i principi. Cambiano i movimenti non i principi da cui sono nati.
Ci sono qui con noi Haruki Uemura e Jean Luc Rougé e io li ho visti nel 1975 a Vienna nei Campionati del Mondo. Uemura si trovò di fronte Chochoshvili che applicata in maniera che nessuno prima aveva applicato i principi dell’Ura Nage, del Yoku Guruma e del Yoko Otoshi. Uemura non si chiese se lo poteva fare o meno, ma col suo judo (Tai – Otoshi e grande controllo dei movimenti) affrontò qualcosa di nuovo, con cui poi abbiamo tutti avuto a che fare.
Ma anche Rougè mostrò a Ishibashi in quel Mondiale un nuovo modo di applicare i principi, che non erano applicati nello stesso modo in cui li applicava il judo giapponese. E vinse. L’anno prima (1974) Rougè nel Torneo premondiale di Vienna tenne in sankaku la gamba del tedesco orientale Lorentz per un tempo interminabile e Lorentz si trovò a contatto con un uso delle gambe e del sankaku che non aveva mai preso in seria considerazione, perché riteneva che con la forza si superasse qualunque resistenza.
Dopo Losanna 1973 (tutti i titoli mondiali ai giapponesi) si è assistito all’ingresso nel judo di nuovi modi di utilizzate tecniche che prima si ritenevano non utilizzabili in gara. I principi del judo derivano dalla cultura giapponese, ma una volta lasciati nel mondo sono diventati di tutti. E tutti li possono applicare a modo loro.
Nella sua lezione poco fa Uemura ha mostrato sull’O Uchi Gari lo studio di tre movimenti dentro un unico principio: quella è l’unica strada per un judo duraturo. E tutti noi possiamo, dentro lo stesso principio, proporre molti movimenti e molte interpretazioni. Perché siamo disponibili a continuare a studiare il judo dopo averlo fatto per mezzo secolo o più.
Ho apprezzato moltissimo i maestri giapponesi dello stage IJF tenuto qui a Roma nel 2000 e poi in quelli del Kodokan in Europa (uno organizzato da me a Lignano dove ho avuto l’onore di ospitare Uemura) perché alla base di questi stage c’era una frase semplice: “noi applichiamo i principi così, altre applicazioni ci interessano, ma non sono le nostre e quindi non ci muoviamo da quello che vi abbiamo mostrato.” Questo è lo spirito che anima l’idea degli Alti Gradi, dell’Albo Nazionale, della Scuola, del Corpo Accademico Federale di cui vi parlerà Luigi Crescini.
LA SCUOLA NAZIONALE FIJLKAM E GLI ALTI GRADI
Nessuno di noi è più bravo o meno bravo degli altri: ognuno di noi ha una storia e una cultura. Questa iniziativa vuole produrre la sintesi. Indicare che l’Italia ha una sua idea e che questa idea è flessibile, aperta, pronta per essere discussa ma c’è. L’idea è di produrre un’espansione cognitivi di tipo sociale e non individuale.
La Scuola Nazionale vuole essere il tramite e il luogo dove gli Alti Gradi trovino il loro spazio, il punto di equilibrio tra le innovazioni tecniche, agonistiche, di allenamento e il lavoro sui principi e la tradizione. Tutto questo anche nell’idea di un judo come lifelong learning, cioè di una pratica che si può studiare lungo tutto l’arco della vita.
Un Alto Grado non deve fare i salti mortali o cercare la velocità o la forza che non ha più, ma deve entrare in maniera gentile e costruttiva dunque dentro idee tecniche che hanno bisogno di collaborazione e sinergia per non spegnersi dopo che il miglior cadetto del club ha chiesto il nulla osta per andare da un’altra parte.
Per praticare il judo bisogna conoscere il judo e questo prende tempo. Non è sufficiente ripetere quello che ci ha insegnato il maestro. Ci sono in Italia troppi ragazzini mono-tecnica che presto smetteranno perché con quella tecnica si può andare avanti qualche anno da ragazzini e poi non si riesce più a combinare nulla.
Umiltà e sicurezza della propria storia: questo l’obiettivo di una via didattica italiana al judo.