26/05/2026
Poco più di due anni fa, la trasferta di Vicenza.
Proprio stamattina stavamo commentando tra noi rimembrando l'emotività travolgente di quelle settimane e, controllando i "ricordi", ci spunta questo post.
Ancora vivide le sensazioni di quei giorni, tra brividi e commozioni. Se rileggendo queste righe qualcun si commuove, non c'è da temere nulla: è solo il corpo che cerca la sua strada per rielaborate quell'intensità
Appena salito nel nove posti, con le birre colpevolmente ancora tutte da scoperchiare, prima che l’abbraccio tra alcool e sangue ti spinga a intonare i primi cori e usare la carrozzeria come tamburo, un riff di chitarra elettrica dalle casse audio riesce a risucchiarti in un vortice spazio-temporale e, risuonandoti incredibilmente familiare, ti riporta all’adolescenza.
È un riff cupo e rabbioso e ti serve qualche secondo per comprendere che per questo è quasi profetico, intro di un pezzo che ormai possiamo considerare vintage, canzonetta di inizio millennio ad opera dei Sum 41, trio statunitense di pop-punk che nel 2002 portava alla ribalta questo “Still waiting”. L’avrai ascoltato tipo tremila volte da ragazzino e ti entusiasmava così tanto che, lontano da occhi indiscreti, ti portava a metterti in posizione con braccia e dita che intrecciandosi con l’aria suonavano una chitarra elettrica fantasma. Questa era la patetica cornice di quella che era già la più grande di tutte le tue fisse, che sarebbe rimasta tale per sempre e già forse lo temevi, quella squadra con la maglia a righe verticali rosso e blu oltremare che già ti regalava notti insonne e preghiere al Signore quando ancora facevi finta di crederci. Eri ancora un ragazzino e per questo vivevi la vita come qualcosa da cogliere, una relazione ancora tutta da scrivere. Anche se il Taranto ti aveva già regalato la più grande delusione che la tua vita da tifoso avrebbe mai potuto sperimentare, la tua passione ardeva nella certezza che un futuro radioso sarebbe stato, se non a portata di mano, qualcosa che comunque avresti vissuto di lì a poco. «So am I still waiting», quindi sto ancora aspettando: questa la strofa iniziale della canzone. A ripensarci, sembra un messaggio che mi manda il me stesso di 22 anni fa, o forse dovrei inviarlo io a lui: amico mio, vedi che la B la stiamo ancora aspettando, la vedrai col binocolo. Non so se in fondo gli importerebbe più di tanto.
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La domanda delle domande: da quanto tempo non vivevamo una trasferta del genere? E per genere intendiamo: una trasferta nel settentrione culla della lega nord; alla presenza della nostra Curva al completo insieme ai cani sciolti che abitano la città e che si sobbarcano infinite ore di viaggio; e, soprattutto – non fa male ammetterlo –, al cospetto di una tifoseria che – per numeri, tradizione e storia recente – è più importante della nostra? Andiamo a memoria, decisamente fallibile, ma i consulti nelle chat e le chiacchiere degli ultimi giorni sentenziano: 25 aprile 2010, Verona – Taranto, con tutto quello che successe. La risposta alla domanda può essere la bussola per capire tante cose: 15 anni dal calcio che conta, un periodo che corrisponde ad almeno due, se non tre, generazioni di tifosi che nel frattempo “la trasferta”, una delle esperienze più decisive nel maturare un tifoso o un ultras, l’hanno vissuta poche volte e spesso solamente in campetti insignificanti con tifoserie magari anche orgogliose ma incapaci di restituire un confronto degno di tale nome.
Perché, nel coltivare un desiderio che cresce da dentro, spesso all'improvviso, tifoso o ultras non si nasce ma lo si diventa. È una di quelle cose che non si impara sui libri, non si impara neanche per strada, anche se queste due cose sono cose che possono sempre aiutare, ma si impara quasi esclusivamente facendola, praticandola, meglio ancora se nel confronto con piazze serie e preparate, soprattutto uscendo dai confini della propria terra per rivendicarla altrove. La trasferta è l’occasione tifosa per antonomasia perché comporta la realizzazione di una delle declinazioni tipiche che il calcio dispone, quelle della battaglia tra territorialità, una locale e una “ospite”, che invade letteralmente un luogo per battagliare sul campo per il risultato e sugli spalti e fuori per l’egemonia simbolica e comunicativa. Un quadro che, per quanto ipoteticamente regolamentato, ci mostra il calcio per quello che è: ostilità in un processo di dominazione tra specifiche territorialità coinvolte. Se questo non è chiaro, date pure un’occhiata alla mappa delle squadre vincitrici degli scudetti e abbiate il coraggio di dire che non sia lo specchio di una distribuzione di potere politico, sociale ed economico del territorio nostrano. Essere sugli spalti significa quindi partecipare in prima persona a questa ostilità. Andare allo stadio significa letteralmente mettere in gioco il proprio corpo insieme a quello degli altri, in una performance dispendiosissima non solo economicamente, ma anche emotivamente, fisicamente.
Andare in trasferta è tutto questo ma moltiplicato esponenzialmente attraverso una profonda esperienza estetica di lotta. È con questo, insomma, che si può imparare a fare l’ultras e il tifoso, una dimensione esperienziale che viene dall’abitudine che negli ultimi quindici anni ci è mancata come il pane, relegandoci al confronto con Francavilla in Sinni, Vallo della Lucania, San Severo e, quando ci andava bene, Potenza o Brindisi. A guardar bene la faccenda, al Menti sabato c’erano ipoteticamente persone anche sulla trentina che un’esperienza del genere, contro una tifoseria importante e in un settore ospiti di uno stadio vero e altrettanto ostile, da tarantini forse non l’avevano mai fatta. Come può questo non significare qualcosa in termini di efficacia, preparazione e consapevolezza?
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Già dal sorteggio avevamo capito la straordinarietà di quello che avremmo vissuto, con la curva esaurita in mezz’ora all’andata, il settore ospiti in trentuno minuti, un nuovo coro che si leva dedicato alla trasferta (a oltre vent’anni dall’ultimo, il famoso “cinquemila a Campobasso” che trainò uno storico esodo nel capoluogo molisano), per arrivare alla nostra presenza sin da quando i primi tarantini mettono piede in terra veneta. Un arrivo, il nostro, inaugurato sin dal pomeriggio, con notizie che arrivavano poco chiare e molto preoccupanti (per fortuna smentite) e che, insieme al pesante ritardo con cui ci portano alle porte del settore secondo un protocollo organizzativo a dir poco ridicolo, hanno inevitabilmente destabilizzato il resto delle truppe. Che al loro arrivo scatenano l’inferno, con un ingresso nel settore da antologia: dopo neanche il primo giro di lancetta l’arbitro – che, per una volta bisogna dirlo, ha arbitrato alla grandissima in un contesto infernale – è costretto alla sospensione della partita e involontariamente regala il palco allo spettacolo pirotecnico di due grandi tifoserie che si fronteggiano. Dalla nostra una selva di bomboni, qualche fumogeno e un seggiolino, dalla loro si leva una coltre di fumo che copre l’intera curva. Anche dai “distinti” non si fa attendere la risposta, con continue e reiterate provocazioni a cui viene risposto per le rime: un contesto dove una divisione netta tra vittime e carnefici, come diceva qualcuno, è un esercizio che lasciamo ai moralisti.
Una grandissima tensione ha così preso il sopravvento per tutta la partita, un'altra preziosa occasione per abbandonare la concezione del corpo secondo un paradigma anatomico, come un involucro dai confini chiusi e inviolabili. In certi momenti la nostra relazione con l’ambiente è troppo profonda per poter tracciare una netta divisione tra interno ed esterno: gustiamo, respiriamo, spingiamo, beviamo, sudiamo, odoriamo, tocchiamo. La stessa pelle è porosa, aperta al mondo, anche se non si dà a vedere. Dovremmo invece considerare il corpo per quello che è in realtà: sensazione. E se la sensazione è collettiva è così che facciamo corpo, è così che diventiamo soggetto collettivo. La sensazione di tensione è stata talmente profonda da non lasciare spazio anche alla delusione a fine partita. Proprio quando ci eravamo resi conto che neanche “Ritorneranno gli amici miei” sarebbe riuscito a trascinare il settore, il picco di tifo lo raggiungiamo col coro della disperazione, quello che cantiamo per gettare il cuore oltre l'ostacolo: poco prima del 90esimo parte un “Forza grande Taranto” commovente, cantato con orgoglio fino al triplice fischio e oltre, costringendo gli ospitali vicentini ad alzare il volume delle casse per usare il suono come arma, zittirci e impedirci rovinare la festa. Un ulteriore modo per alimentare quella tensione che ha condizionato anche la prestazione di tifo, non esplosiva e neanche debordante, ma sufficiente per impedire ai vicentini di farsi sentire davvero solo non un paio di volte, a cui si aggiunge una sciarpata notevole e da brividi. Da quanto non ci accadeva di assistere a uno spettacolo del genere?
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Quindi è questa la serie B? Un assaggio di B, dicevamo nel primo post dopo la partita, e ora possiamo finalmente nutrire la nostra immaginazione con delle immagini concrete. Così sarebbe la B, allora: con la nostra orda, rumorosa, fastidiosa, calorosa, colorata e caotica, con la caccia f***e al biglietto e piccole scaramucce, un Taranto che soffre, lotta e spesso perde, al cospetto di città che però non rimangono inermi al nostro arrivo. Possiamo quindi dire che ce ne torniamo dal Veneto con almeno tre preziose consapevolezze.
La prima: siamo, ancora, una grandissima tifoseria, capace di riempire un settore oltre ogni numero, mostrando una presenza importante, da categoria superiore, attraverso una mobilitazione che coinvolge vecchie leve desiderose di calcare i campi che una volta erano ordinari e le nuove leve bramose di mettersi in mostra e imparare ad affrontare confronti del genere. Tutte cose che pensavamo sarebbero appartenute di diritto solamente alla nostalgia e che invece abbiamo riscoperto più che possibile come certa risposta allo scattare di una piccola miccia. E ora che abbiamo nutrito un pezzetto della nostra immaginazione, l’appetito vien mangiando e viene da chiedersi come sarà quando succederà quella cosa lì che, evidentemente, tutti sogniamo ancora con ardore.
La seconda: non esistiamo solo noi. Certo, siamo ancora una tifoseria incredibile per calore, numeri, passione e postura. Il nostro “stile a uecchie”, anarchico non politicamente ma nei fatti, è spesso bello a vedersi, per certi versi ce lo rivendichiamo come marchio di fabbrica e lascia ampi spazi di manovra per cani sciolti e di manifestazioni popolari e dal basso. Allo stesso tempo quando incontri una piazza più importante può rappresentare un rischio. Non siamo sostenitori dell’inquadramento militante di tutta la tifoseria, ma calcare il calcio che conta significa fronteggiare tifoserie più esperte e preparate, che al nostro arrivo formano la “grande coalizione” con altrettante tifoserie più esperte e preparate, sembra chiamando addirittura rinforzi dall’estero, una dinamica che anche questo non conoscevamo da parecchio e che ci suggerisce, ancora una volta, come la nostra presenza possa ingolosire: croce e delizia dei nostri attraversamenti per lo stivale. Non possiamo entrare nel dettaglio sui social e non siamo in grado di insegnare niente a nessuno ma, davanti a certi meccanismi inevitabilmente arrugginiti, siamo sicuri che come comunità sapremo imparare da questa preziosa e incredibile esperienza.
La terza: uno degli sport più popolari nel nostro territorio è quello del lancio di m***a sui propri simili. Se andare allo stadio, soprattutto in trasferta, significa mettere in gioco il proprio corpo, da chi era a casa comodamente sul divano ci saremmo aspettati quantomeno il beneficio del dubbio. Mossi invece dal giudizio tipico di chi è bravo a contemplare qualcosa senza viverla per davvero, magari dopo aver pubblicato le foto dello stadio pieno o di qualche coreografia esaltandone le gesta, non ha perso tempo e gli sono bastati prima una sciarpa ostentata e sfilata in città vecchia e poi qualche seggiolino in campo e un po’ di pirotecnica per spalare sterco su chi invece su quelli spalti c’era e in quella tensione ha fatto corpo e ha vissuto l’esperienza. Mentre a Vicenza hanno fatto da subito quadrato, dalle nostre parti per l’ennesima volta abbiamo dimostrato un tratto peculiare, quello del fuoco nemico, mostrando che se il buttare m***a fosse uno sport olimpico tra le nostra fila avremmo dei novelli Icco.
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Smaltito nervosismo e tensione, possiamo dire che quest’esperienza ha lasciato il segno sia nella nostra memoria che in quella dei vicentini: la nostra presenza se la ricorderanno per un bel pezzo. Noi invece questa trasferta probabilmente ce la ricorderemo per tutta la vita, la racconteremo sicuramente con toni epici, a volte con autocritica, altre magari ingigantendo le nostre gesta, come vuole il gioco delle parti.
Insomma, nonostante tutte le difficoltà e la disabitudine a certe partite, non solo abbiamo retto il colpo ma abbiamo dimostrato a tutti e soprattutto a noi stessi le immense potenzialità di cui siamo capaci. Un patrimonio sociale che abbiamo accumulato nel giro di un anno e che dobbiamo provare a non disperdere e dilapidare, perché abbiamo ancora tanto da dire, da fare e da migliorare. Ma intanto possiamo già iniziare a goderci quello che è stato: al Menti, ammə fattə nu figuronə. Alcuni diranno che è una figura pessima, altri la guarderanno con gli occhi dell’epica. Noi, a bocce ferme, propendiamo già per la seconda ma in ogni caso abbiamo già l’impressione che ci sarà una domanda che per lungo tempo traccerà una linea all’interno della nostra comunità: «ma tu c’eri a Vicenza?»