StiT - Sul tifare il Taranto

StiT - Sul tifare il Taranto ricerca/azione collettiva, diffusa e indipendente sul calcio tarantino e tutto ciò che lo circonda

GIÙ LE MANI DAI TIFOSI DEL TARANTO📷 Fabio Mitidieri
14/06/2026

GIÙ LE MANI DAI TIFOSI DEL TARANTO

📷 Fabio Mitidieri

"Ultima curva" Ultima partita della stagione Ultima partita a Massafra Ultimo atto dell'esilio forzato ma quanto mai nec...
10/06/2026

"Ultima curva"

Ultima partita della stagione
Ultima partita a Massafra
Ultimo atto dell'esilio forzato ma quanto mai necessario
Ultima ressa fotonica per i biglietti
Ultima volta prima di tornare a Casa

+++ POSTI IN MACCHINA PER SCENDERE DAL NORD PER LA PARTITA +++StiT utile: posti in macchina messi a disposizione per sce...
08/06/2026

+++ POSTI IN MACCHINA PER SCENDERE DAL NORD PER LA PARTITA +++

StiT utile: posti in macchina messi a disposizione per scendere per la finale. Partenza sabato in mattinata da Milano e ripartenza lunedì mattina. Disponibilità ad organizzarsi con fuorisede provenienti da altre città. Per info scrivete in privato alla pagina

Noi oggi pomeriggio ad Aversa📷 Fabio Mitidieri
07/06/2026

Noi oggi pomeriggio ad Aversa

📷 Fabio Mitidieri

"Quando penso a lui mi viene in mente un gabbiano: lui era così, libero da tutto e da tutti", diceva una persona che l'h...
04/06/2026

"Quando penso a lui mi viene in mente un gabbiano: lui era così, libero da tutto e da tutti", diceva una persona che l'ha conosciuto bene. È passato un anno da quando ci ha lasciati Massimo Altamura, per tutti Massimino, volto storico della nostra curva e del Krazy Group.

Vivere una vita davvero libera da influenze è impossibile per chiunque. L'anticonformismo, spesso, è solo l'altra faccia della medaglia di ogni omologazione. Ma Massimino era l'eccezione, aveva un animo unico, libero da qualsiasi convenzione, e ha vissuto una vita seguendo una strada tutta sua che non poteva essere racchiusa in schemi o slogan predefiniti. Non ha mai seguito vento o mode, né dentro né fuori lo stadio. Pensava con la sua testa, decideva col suo cuore dipinto di rossoblù.

Ci stringiamo ancora una volta attorno al dolore di familiari, amici e amiche, compagni di tifo e di vita, e di chiunque lo abbia incrociato anche solo una volta. Massimo Altamura se n'è andato lasciando un vuoto incolmabile e un'impronta indelebile nella memoria personale e collettiva della tifoseria del Taranto.

Hasta siempre Kompagneros!

Con questo striscione, la Taranto Ultras si esprime in merito ai fatti di Torino di due domeniche fa, quando il 36enne M...
01/06/2026

Con questo striscione, la Taranto Ultras si esprime in merito ai fatti di Torino di due domeniche fa, quando il 36enne Marco Basoccu, un tifoso juventino, è stato ferito gravemente e la causa - secondo il padre che era con lui - è stato un lacrimogeno sparato ad altezza d'uomo che l'ha colpito in pieno volto mandandolo in coma. Una pratica vietata e pericolosissima, che nulla ha a che fare con il cosiddetto "ordine pubblico".

Ma ci sono almeno altri due punti sui quali vale la pena soffermarsi.

Il primo: questo tipo di abusi non sono assolutamente una novità. Basti ricordare il caso di Lince, una ragazza 34enne che lo scorso 2 ottobre durante una delle oceaniche manifestazioni per G4z4 ha perso la vista da un occhio, sempre a causa un lacrimogeno sparato in modo criminale.

Il secondo è che, anche in questo caso, le prime ricostruzioni delle FdO riportavano la causa del ferimento agli scontri tra tifoserie. Un depistaggio mediatico che ricorda moltissimi casi di abusi di polizia, che attraversano gli stadi e le piazze: basti pensare a Carlo Giuliani, ucciso a Genova durante il G8 dai colpi di pi***la di un carabiniere, e mentre il suo corpo ancora grondava sangue sull'asfalto un dirigente si rivolge a un manifestante accusandolo con parole passate alla storia: "sei stato tu! col tuo sasso!". Ma lo stesso vale per la morte di Raciti a Catania che, come si sostiene anche dalle rilevazioni dei Ris di Parma, non morì a causa del lancio di oggetti dell'allora minorenne Antonino Speziale ma molto probabilmente dalla manovra in retromarcia della camionetta "Discovery" in dote alla polizia.

Insomma, la violenza dello Stato coinvolge molte pratiche ma, come insegna la storia del Daspo, trova negli stadi il suo laboratorio privilegiato e le piazze il luogo di una repressione che ha lo stesso stampo

Taranto Ultras sul divieto di trasferta ad Apice
31/05/2026

Taranto Ultras sul divieto di trasferta ad Apice

TARANTO – APICE: IL CORO GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO«Ma quanto sono belli i play-off?», ci diciamo in questi giorni, come s...
29/05/2026

TARANTO – APICE: IL CORO GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO

«Ma quanto sono belli i play-off?», ci diciamo in questi giorni, come se alcuni dei momenti peggiori delle nostre esistenze non si fossero consumati a causa di questa lotteria. Eppure è come se il piacere di andare allo stadio sia strettamente legato alle sensazioni forti – abbracciando tutto lo spettro emotivo, non escludendo nessuna espressione dei sentimenti. Ogni tanto ci piace pensare che, in mancanza dell’affettività nelle nostre traiettorie educative, quelle forme di cemento – che chiamiamo gradoni – rivolti verso quel prato – che chiamiamo campo – e che insieme formano quella cosa che chiamiamo volgarmente calcio sono di fatto una palestra emotiva e di passioni collettive. Con tutto ciò che ne concerne chiaramente: nessuna santificazione, né romanticizzazione, né tantomeno glorificazione. A parlare è solo il piacere intimo e a tratti perverso che ci danno queste componenti.

Siamo letteralmente une suse all’otre – uno sopra all’altra – e in queste righe pubbliche ci fermiamo qui. Ma sono queste le occasioni che ci fanno toccare con mano come l’umanità sia capace di dare importanza a cose del tutto insignificanti, che vanno ben oltre i bisogni di sopravvivenza ma che scandiscono la nostra vita sociale: l’elemento che più degli altri rende concreta la straordinarietà dell’evento è proprio la presenza di quelli che si suol chiamare occasionali. Ma è davvero possibile definire occasionale chi porta il suo corpo in un campionato di eccellenza regionale al cospetto dell’Apice – per quanto in una gara valevole per la semifinale playoff che regala nientepopodimeno che la D?
La nostra proposta è quella di cambiare termine e chiamarli, almeno per il momento, almeno in queste categorie, “delusi”: certo, ci sono anche gli occasionali “veri”. Gente che magari ha avuto l’accredito perché è parente di qualche calciatore e si chiede ad alta voce quanto duri la partita o pretende che quelli che sono davanti a loro rimangano seduti e composti invece che alzati e tifanti. Ma la delusione è una parola che inquadra la cosa in una dimensione emotiva: in fondo, anche chi c’è sempre quando le cose vanno male sta sperimentando ed elaborando a suo modo lo sconforto. E, come in un lutto, ognun si senta libero di elaborarlo a modo suo.
E dunque, l’ingresso in campo, finalmente: nessuna coreografia, ma dalla balaustra si sceglie un inizio di tifo canonico, che evidentemente permette anche ai “delusi” di mettere a sistema mani e ugole secondo uno schema che avrebbe riconosciuto anche chi non mette piede sugli spalti da vent’anni. «Quando l’urlo s’alzerà», «Taranto!», «Conquista la vittoria». Un trittico abituale la cui esecuzione ci fa sentire al posto giusto al momento giusto in questa tempolinea.

Con l’Apice che passa in vantaggio per la gioia del centinaio di colorati tifosi al suo seguito, al primo e unico tiro della sua giornata, i fantasmi della storia si manifestano: andare sotto in queste occasioni, alla prima in casa, è un grande classico. Anzi, un film già visto col finale scritto: le cose di solito rimangono così. Ma il Taranto in campo lotta, anche se è più forte almeno sulla carta, come il calcio insegna, questo non basta e bisogna metterci qualcosa in più che vada oltre i rimpalli persi e la sfortuna, l’Apice è sempre più alle corde e inizia a chiudersi nella sua metà campo e getta palloni in tribuna e si gettano anche i loro giocatori a terra per il più tipico del gioco delle parti del pallone. I rossoblù in campo però ringhiano, sradicano palloni dalle gambe e corpi fintamente esamini dal prato fino a quando tutto questo viene ripagato: spunto di Loiodice, calcio di rigore, esecuzione perfetta e pareggio. Da quel momento la partita cambia volto, il Taranto inizia a diventare travolgente e addirittura pochi secondi passerebbe anche in vantaggio se non fosse per la segnalazione di fuorigioco un guardalinee non all’altezza e troppo lontano dal nostro raggio per ricevere gli epiteti che avrebbe meritato. La palestra emotiva di cui prima parla proprio questa lingua: episodi, spunti, trasformazioni passionali come quella che stiamo provando a restituire invano. Ma chi c’era avrà ben presente quello che succede dopo: sulle note di «il mio amico Charlie Brown» parte «Forza Grande Taranto», altro coro storico che i “delusi” conoscono come le loro tasche e che chiunque tra i presenti avrà fischiettato o canticchiato almeno una volta nella vita come se fosse la cosa più normale del mondo.

Questa stagione forse nessun coro ha raggiunto questo picco. Lo cantano tutti, anche in tribuna, che si alza in piedi per rendere merito a un momento che ha la sua magia. Quel coro che ha quel tocco di nostalgia nel quale è facile crogiolarsi ma che in quel momento ha assunto una sfida al destino, quasi un urlo disperato, Forza Grande Taranto in quel frangente significava “ti prego non un’altra volta, non più la stessa storia”. Le parole urlate venivano espulse dalle viscere accompagnate da pugni che sembravano lanciarle al cielo terso per riempirlo di vita, la nostra. Lacrime di un misto di emozioni che non è possibile spiegarle a parole erano il segno di un incantesimo collettivo che per un paio di minuti ci ha reso un unico corpo. Sono momenti che nascono anche con l’aiuto del caso, quello spesso avverso, che stavolta ci regala un’emozione indelebile che ha colpito anche chi era a casa. Certi momenti non sono un’equazione, un’addizione tra elementi che funziona sempre, ma frutto di un’alchimia inspiegabile, tant’è che lo stesso coro riproposto nel secondo tempo – per quanto sia un coro amatissimo – ha avuto un effetto più attenuato al punto che ci si potrebbe chiedere se si tratta della stessa canzone e delle stesse persone che l’hanno cantato.

La partita si incanala sui binari giusti, quelli che scrivono un film diverso da quello a cui siamo abituati. Il secondo tempo è scandito dagli due gol con cui il Taranto batte l’Apice, con un’esultanza travolgente per festeggiare quello che sancisce il vantaggio. Nel settore più caldo – diciamo così per differenziare ma anche la tribuna era bollente! – si mostra uno striscione dedicato al Ca****lo, ultras barlettano scomparso pochi giorni fa, accompagnato dagli applausi del settore.

Questo pezzo, giunti a questo punto, non ha molto altro da dire, almeno a parole. Troppo presi, in troppi frangenti, per provare a mettere in fila qualcosa di sensato. Croce e delizia di una posizione come la nostra che non fa mistero né ha vergogna della sua collocazione non neutrale o partigiana. Che queste righe restituiscano un qualche tipo di conoscenza è un dubbio che riteniamo lecito: ma per quanto ci riguarda non potremmo occupare nessun’altra posizione al mondo se non questa

📷 Fabio Mitidieri

Poco più di due anni fa, la trasferta di Vicenza.Proprio stamattina stavamo commentando tra noi rimembrando l'emotività ...
26/05/2026

Poco più di due anni fa, la trasferta di Vicenza.

Proprio stamattina stavamo commentando tra noi rimembrando l'emotività travolgente di quelle settimane e, controllando i "ricordi", ci spunta questo post.

Ancora vivide le sensazioni di quei giorni, tra brividi e commozioni. Se rileggendo queste righe qualcun si commuove, non c'è da temere nulla: è solo il corpo che cerca la sua strada per rielaborate quell'intensità

Appena salito nel nove posti, con le birre colpevolmente ancora tutte da scoperchiare, prima che l’abbraccio tra alcool e sangue ti spinga a intonare i primi cori e usare la carrozzeria come tamburo, un riff di chitarra elettrica dalle casse audio riesce a risucchiarti in un vortice spazio-temporale e, risuonandoti incredibilmente familiare, ti riporta all’adolescenza.

È un riff cupo e rabbioso e ti serve qualche secondo per comprendere che per questo è quasi profetico, intro di un pezzo che ormai possiamo considerare vintage, canzonetta di inizio millennio ad opera dei Sum 41, trio statunitense di pop-punk che nel 2002 portava alla ribalta questo “Still waiting”. L’avrai ascoltato tipo tremila volte da ragazzino e ti entusiasmava così tanto che, lontano da occhi indiscreti, ti portava a metterti in posizione con braccia e dita che intrecciandosi con l’aria suonavano una chitarra elettrica fantasma. Questa era la patetica cornice di quella che era già la più grande di tutte le tue fisse, che sarebbe rimasta tale per sempre e già forse lo temevi, quella squadra con la maglia a righe verticali rosso e blu oltremare che già ti regalava notti insonne e preghiere al Signore quando ancora facevi finta di crederci. Eri ancora un ragazzino e per questo vivevi la vita come qualcosa da cogliere, una relazione ancora tutta da scrivere. Anche se il Taranto ti aveva già regalato la più grande delusione che la tua vita da tifoso avrebbe mai potuto sperimentare, la tua passione ardeva nella certezza che un futuro radioso sarebbe stato, se non a portata di mano, qualcosa che comunque avresti vissuto di lì a poco. «So am I still waiting», quindi sto ancora aspettando: questa la strofa iniziale della canzone. A ripensarci, sembra un messaggio che mi manda il me stesso di 22 anni fa, o forse dovrei inviarlo io a lui: amico mio, vedi che la B la stiamo ancora aspettando, la vedrai col binocolo. Non so se in fondo gli importerebbe più di tanto.

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La domanda delle domande: da quanto tempo non vivevamo una trasferta del genere? E per genere intendiamo: una trasferta nel settentrione culla della lega nord; alla presenza della nostra Curva al completo insieme ai cani sciolti che abitano la città e che si sobbarcano infinite ore di viaggio; e, soprattutto – non fa male ammetterlo –, al cospetto di una tifoseria che – per numeri, tradizione e storia recente – è più importante della nostra? Andiamo a memoria, decisamente fallibile, ma i consulti nelle chat e le chiacchiere degli ultimi giorni sentenziano: 25 aprile 2010, Verona – Taranto, con tutto quello che successe. La risposta alla domanda può essere la bussola per capire tante cose: 15 anni dal calcio che conta, un periodo che corrisponde ad almeno due, se non tre, generazioni di tifosi che nel frattempo “la trasferta”, una delle esperienze più decisive nel maturare un tifoso o un ultras, l’hanno vissuta poche volte e spesso solamente in campetti insignificanti con tifoserie magari anche orgogliose ma incapaci di restituire un confronto degno di tale nome.

Perché, nel coltivare un desiderio che cresce da dentro, spesso all'improvviso, tifoso o ultras non si nasce ma lo si diventa. È una di quelle cose che non si impara sui libri, non si impara neanche per strada, anche se queste due cose sono cose che possono sempre aiutare, ma si impara quasi esclusivamente facendola, praticandola, meglio ancora se nel confronto con piazze serie e preparate, soprattutto uscendo dai confini della propria terra per rivendicarla altrove. La trasferta è l’occasione tifosa per antonomasia perché comporta la realizzazione di una delle declinazioni tipiche che il calcio dispone, quelle della battaglia tra territorialità, una locale e una “ospite”, che invade letteralmente un luogo per battagliare sul campo per il risultato e sugli spalti e fuori per l’egemonia simbolica e comunicativa. Un quadro che, per quanto ipoteticamente regolamentato, ci mostra il calcio per quello che è: ostilità in un processo di dominazione tra specifiche territorialità coinvolte. Se questo non è chiaro, date pure un’occhiata alla mappa delle squadre vincitrici degli scudetti e abbiate il coraggio di dire che non sia lo specchio di una distribuzione di potere politico, sociale ed economico del territorio nostrano. Essere sugli spalti significa quindi partecipare in prima persona a questa ostilità. Andare allo stadio significa letteralmente mettere in gioco il proprio corpo insieme a quello degli altri, in una performance dispendiosissima non solo economicamente, ma anche emotivamente, fisicamente.

Andare in trasferta è tutto questo ma moltiplicato esponenzialmente attraverso una profonda esperienza estetica di lotta. È con questo, insomma, che si può imparare a fare l’ultras e il tifoso, una dimensione esperienziale che viene dall’abitudine che negli ultimi quindici anni ci è mancata come il pane, relegandoci al confronto con Francavilla in Sinni, Vallo della Lucania, San Severo e, quando ci andava bene, Potenza o Brindisi. A guardar bene la faccenda, al Menti sabato c’erano ipoteticamente persone anche sulla trentina che un’esperienza del genere, contro una tifoseria importante e in un settore ospiti di uno stadio vero e altrettanto ostile, da tarantini forse non l’avevano mai fatta. Come può questo non significare qualcosa in termini di efficacia, preparazione e consapevolezza?

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Già dal sorteggio avevamo capito la straordinarietà di quello che avremmo vissuto, con la curva esaurita in mezz’ora all’andata, il settore ospiti in trentuno minuti, un nuovo coro che si leva dedicato alla trasferta (a oltre vent’anni dall’ultimo, il famoso “cinquemila a Campobasso” che trainò uno storico esodo nel capoluogo molisano), per arrivare alla nostra presenza sin da quando i primi tarantini mettono piede in terra veneta. Un arrivo, il nostro, inaugurato sin dal pomeriggio, con notizie che arrivavano poco chiare e molto preoccupanti (per fortuna smentite) e che, insieme al pesante ritardo con cui ci portano alle porte del settore secondo un protocollo organizzativo a dir poco ridicolo, hanno inevitabilmente destabilizzato il resto delle truppe. Che al loro arrivo scatenano l’inferno, con un ingresso nel settore da antologia: dopo neanche il primo giro di lancetta l’arbitro – che, per una volta bisogna dirlo, ha arbitrato alla grandissima in un contesto infernale – è costretto alla sospensione della partita e involontariamente regala il palco allo spettacolo pirotecnico di due grandi tifoserie che si fronteggiano. Dalla nostra una selva di bomboni, qualche fumogeno e un seggiolino, dalla loro si leva una coltre di fumo che copre l’intera curva. Anche dai “distinti” non si fa attendere la risposta, con continue e reiterate provocazioni a cui viene risposto per le rime: un contesto dove una divisione netta tra vittime e carnefici, come diceva qualcuno, è un esercizio che lasciamo ai moralisti.

Una grandissima tensione ha così preso il sopravvento per tutta la partita, un'altra preziosa occasione per abbandonare la concezione del corpo secondo un paradigma anatomico, come un involucro dai confini chiusi e inviolabili. In certi momenti la nostra relazione con l’ambiente è troppo profonda per poter tracciare una netta divisione tra interno ed esterno: gustiamo, respiriamo, spingiamo, beviamo, sudiamo, odoriamo, tocchiamo. La stessa pelle è porosa, aperta al mondo, anche se non si dà a vedere. Dovremmo invece considerare il corpo per quello che è in realtà: sensazione. E se la sensazione è collettiva è così che facciamo corpo, è così che diventiamo soggetto collettivo. La sensazione di tensione è stata talmente profonda da non lasciare spazio anche alla delusione a fine partita. Proprio quando ci eravamo resi conto che neanche “Ritorneranno gli amici miei” sarebbe riuscito a trascinare il settore, il picco di tifo lo raggiungiamo col coro della disperazione, quello che cantiamo per gettare il cuore oltre l'ostacolo: poco prima del 90esimo parte un “Forza grande Taranto” commovente, cantato con orgoglio fino al triplice fischio e oltre, costringendo gli ospitali vicentini ad alzare il volume delle casse per usare il suono come arma, zittirci e impedirci rovinare la festa. Un ulteriore modo per alimentare quella tensione che ha condizionato anche la prestazione di tifo, non esplosiva e neanche debordante, ma sufficiente per impedire ai vicentini di farsi sentire davvero solo non un paio di volte, a cui si aggiunge una sciarpata notevole e da brividi. Da quanto non ci accadeva di assistere a uno spettacolo del genere?

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Quindi è questa la serie B? Un assaggio di B, dicevamo nel primo post dopo la partita, e ora possiamo finalmente nutrire la nostra immaginazione con delle immagini concrete. Così sarebbe la B, allora: con la nostra orda, rumorosa, fastidiosa, calorosa, colorata e caotica, con la caccia f***e al biglietto e piccole scaramucce, un Taranto che soffre, lotta e spesso perde, al cospetto di città che però non rimangono inermi al nostro arrivo. Possiamo quindi dire che ce ne torniamo dal Veneto con almeno tre preziose consapevolezze.

La prima: siamo, ancora, una grandissima tifoseria, capace di riempire un settore oltre ogni numero, mostrando una presenza importante, da categoria superiore, attraverso una mobilitazione che coinvolge vecchie leve desiderose di calcare i campi che una volta erano ordinari e le nuove leve bramose di mettersi in mostra e imparare ad affrontare confronti del genere. Tutte cose che pensavamo sarebbero appartenute di diritto solamente alla nostalgia e che invece abbiamo riscoperto più che possibile come certa risposta allo scattare di una piccola miccia. E ora che abbiamo nutrito un pezzetto della nostra immaginazione, l’appetito vien mangiando e viene da chiedersi come sarà quando succederà quella cosa lì che, evidentemente, tutti sogniamo ancora con ardore.

La seconda: non esistiamo solo noi. Certo, siamo ancora una tifoseria incredibile per calore, numeri, passione e postura. Il nostro “stile a uecchie”, anarchico non politicamente ma nei fatti, è spesso bello a vedersi, per certi versi ce lo rivendichiamo come marchio di fabbrica e lascia ampi spazi di manovra per cani sciolti e di manifestazioni popolari e dal basso. Allo stesso tempo quando incontri una piazza più importante può rappresentare un rischio. Non siamo sostenitori dell’inquadramento militante di tutta la tifoseria, ma calcare il calcio che conta significa fronteggiare tifoserie più esperte e preparate, che al nostro arrivo formano la “grande coalizione” con altrettante tifoserie più esperte e preparate, sembra chiamando addirittura rinforzi dall’estero, una dinamica che anche questo non conoscevamo da parecchio e che ci suggerisce, ancora una volta, come la nostra presenza possa ingolosire: croce e delizia dei nostri attraversamenti per lo stivale. Non possiamo entrare nel dettaglio sui social e non siamo in grado di insegnare niente a nessuno ma, davanti a certi meccanismi inevitabilmente arrugginiti, siamo sicuri che come comunità sapremo imparare da questa preziosa e incredibile esperienza.

La terza: uno degli sport più popolari nel nostro territorio è quello del lancio di m***a sui propri simili. Se andare allo stadio, soprattutto in trasferta, significa mettere in gioco il proprio corpo, da chi era a casa comodamente sul divano ci saremmo aspettati quantomeno il beneficio del dubbio. Mossi invece dal giudizio tipico di chi è bravo a contemplare qualcosa senza viverla per davvero, magari dopo aver pubblicato le foto dello stadio pieno o di qualche coreografia esaltandone le gesta, non ha perso tempo e gli sono bastati prima una sciarpa ostentata e sfilata in città vecchia e poi qualche seggiolino in campo e un po’ di pirotecnica per spalare sterco su chi invece su quelli spalti c’era e in quella tensione ha fatto corpo e ha vissuto l’esperienza. Mentre a Vicenza hanno fatto da subito quadrato, dalle nostre parti per l’ennesima volta abbiamo dimostrato un tratto peculiare, quello del fuoco nemico, mostrando che se il buttare m***a fosse uno sport olimpico tra le nostra fila avremmo dei novelli Icco.

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Smaltito nervosismo e tensione, possiamo dire che quest’esperienza ha lasciato il segno sia nella nostra memoria che in quella dei vicentini: la nostra presenza se la ricorderanno per un bel pezzo. Noi invece questa trasferta probabilmente ce la ricorderemo per tutta la vita, la racconteremo sicuramente con toni epici, a volte con autocritica, altre magari ingigantendo le nostre gesta, come vuole il gioco delle parti.

Insomma, nonostante tutte le difficoltà e la disabitudine a certe partite, non solo abbiamo retto il colpo ma abbiamo dimostrato a tutti e soprattutto a noi stessi le immense potenzialità di cui siamo capaci. Un patrimonio sociale che abbiamo accumulato nel giro di un anno e che dobbiamo provare a non disperdere e dilapidare, perché abbiamo ancora tanto da dire, da fare e da migliorare. Ma intanto possiamo già iniziare a goderci quello che è stato: al Menti, ammə fattə nu figuronə. Alcuni diranno che è una figura pessima, altri la guarderanno con gli occhi dell’epica. Noi, a bocce ferme, propendiamo già per la seconda ma in ogni caso abbiamo già l’impressione che ci sarà una domanda che per lungo tempo traccerà una linea all’interno della nostra comunità: «ma tu c’eri a Vicenza?»

Taranto - Apice, playoff nazionali eccellenza 25-26, unə suse all'otrə📷 Fabio Mitidieri
24/05/2026

Taranto - Apice, playoff nazionali eccellenza 25-26, unə suse all'otrə

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