Saena Docet "Miniature autorizzate del Palio di Siena"

Saena Docet "Miniature autorizzate del Palio di Siena" Miniature Autorizzate dal CTPS con Nulla-Osta in data 22-11-2011, chiunque sia interessato può ordinarle

Chiuso definitivamente.
24/11/2021

Oggi vi proponiamo l'articolo redatto da Giovanni Mazzini per il Notiziario dela Forumme.
Il brano verte sulle origini del Terzo di Città, ripercorrendo luoghi e architetture delle quali, a volte, non si hanno più traccia.

Quello che oggi è denominato – così come per secoli è stato – Terzo di Città, ovvero una delle tre ripartizioni topografico-amministrative in cui il territorio urbano di Siena è storicamente diviso, fu in realtà il nucleo originario della città stessa. Questa consapevolezza era di certo ben nota agli albori dell’età comunale, quando Siena prese la sua definitiva conformazione urbanistica accorpando alla parte più antica le due più recenti, Camollia e San Martino, sorte sui due tratti della Francigena che lambivano il Campus Fori: in questo modo la Saena Vetus, composta dal solo perimetro altomedievale, diventava Senae, al plurale, ed i tre agglomerati urbani prendevano il nome di Terzi; quello più antico si chiamò appunto Terzerius Civitatis Veteris, ovvero Terzo della Città Vecchia, come riportano i documenti fino al XIII secolo inoltrato. Che quella fosse l’area originaria della città di Siena lo dimostra anche la sua insegna araldica: il gonfalone del Terzo altro non fu che il vessillo stesso del Comune senese prima dell’adozione della Balzana in epoca presumibilmente guelfa, cioè la croce bianca in campo rosso, antico simbolo imperiale prima di essere sostituito dall’arme Hohenstaufen, l’aquila bicipite in campo oro.
Il Terzo di Città dunque – come abbiamo detto – corrispondeva a quella Siena primigenia raffigurata nel rozzo sigillo comunale, oggi conservato al Museo del Bargello a Firenze, e definita nella legenda “antica e amena”. Questa città prendeva origine da un insediamento etrusco ubicato sulla collina dell’odierno Duomo e sul Castelvecchio (dove forse sorgeva un castelliere), che aveva il nome di Saina (da una famiglia di latifondisti) e che sarebbe poi stata eretto a municipium nel I secolo a. C. ed infine, in età augustea, trasformato nella colonia militare romana di Saena Iulia, forse a guardia di un altro insediamento etrusco nell’area di Camollia, come lascerebbero presupporre le mai spiegate vestigia murarie della porta omonima.
L’estensione di Saena Iulia, seppur avvolta ancora oggi dal mistero, è tuttavia ipotizzabile sulla base di congetture, ritrovamenti archeologici e speculazioni storiografiche: avrebbe avuto in Porta Salaria (ubicata all’incirca dove via di Città incontra via dei Pellegrini) e nelle Due Porte i capi estremi della maggiore via con orientamento nord-sud della colonia, ovverosia il cardo. Entrambe queste due porte erano infatti costituite da un doppio fornice, come è evidente ancora oggi per l’apertura con cui termina la via Stalloreggi, appunto nota come “le Due Porte” (per quanto uno dei due varchi sia murato ab antiquo) e come si deduce – per la Porta Salaria o Salaia – dalle raffigurazioni dell’insegna araldica della omonima compagnia militare: un doppio arco bianco, che nell’unica immagine coeva è peraltro a tutto sesto. La porta a doppio fornice è una tipologia architettonica risalente alla tarda romanità, fine del III secolo d. C.: erano di tale conformazione le porte principali sulle mura aureliane di Roma, la Porta Nigra di Treviri, le porte di Verona etc.
Queste due porte a doppia arcata delimitavano dunque l’estensione urbana in senso nord-sud della città romana di epoca imperiale ed erano unite dal tracciato viario oggi corrispondente alle vie di Città e Stalloreggi, già indicate come il cardus maximus. Su questo asse si intersecava l’altra via nodale, con orientamento est-ovest, delle città di impianto romano, cioè il decumano, che congiungeva la porta denominata Aurea – ubicata sulla odierna via S. Pietro, all’incirca tra via T. Pendola e via del Casato di Sopra – con un’altra, nota come porta “iuxta cellam Bandini”, posizionata nei paraggi di via del Pozzo o forse identificabile con una scomparsa “Porta di Vallepiatta”, citata nei documenti fino al XIV secolo. I due assi dell’urbe romana si incrociavano pertanto – come ancora oggi è – ai Quattro Cantoni, nei pressi di una posterula o porticciola da cui il toponimo di Postierla. In sostanza, Saena Iulia si stendeva sulle alture di Castelvecchio e del Duomo, dominando da una parte gli scoscendimenti che stanno al di sotto del Fosso di S. Ansano e del Costone, e dall’altra l’area dell’odierna via Duprè fino al Campus Fori.
Con il crollo dell’impero romano Siena subì, come ogni altro centro abitato della pen*sola, un forte declino ed un inesorabile calo demografico, che portarono alla contrazione della città entro uno spazio più ridotto rispetto all’estensione toccata precedentemente. La Siena dei secoli bui, molto verosimilmente, si ridusse al solo Castelvecchio, sorta di acropoli fortificata che si suppone di origine etrusca, le cui strutture murarie sarebbero rimaste in uso mentre le mura romana andavano soggette ad un lungo degrado. È nell’area del Castrum Vetus che si situa la residenza dei gastaldi longobardi e poi dei conti franchi, menzionata ancora in documenti dell’XI secolo e ricordata nei due toponimi di piazza del Conte e vicolo del Contino. Verso la metà dell’VIII secolo ci si sarebbe allargati di nuovo ad includere il colle di Santa Maria, dove in un momento imprecisato tra questo ed il secolo successivo (nell’816, secondo il Pecci) la cattedrale sarebbe stata spostata dalla primitiva sede (dall’ubicazione oggi ignota: secondo alcuni potrebbe essere stata l’odierna S. Pietro in Castelvecchio, o “alle scale”). Finalmente, in seguito alla generale ripresa demografica, con l’XI secolo si assiste ad una nuova espansione della città a rioccupare il perimetro dell’urbe romana, ripristinandone la cinta degradata delle mura.
Come già abbiamo detto, dopo l’inclusione entro il primo ampliamento delle mura cittadine dei borghi sorti lungo la francigena nella valle di S. Martino ed in Camollia (alla metà del XII secolo), Siena mutò il nome latino in Senae, ad indicare che la nuova città era composta di più nuclei, appunto i terzieri. Il più antico dei quali era appunto il “Terzo della città vecchia”. Con la neonata organizzazione comunale, la divisione in terzi assunse una funzione – oltre che amministrativa – militare. I Terzi (come altrove i Sestieri) servivano a scandire il reclutamento di cavalieri e fanti per allestire l’esercito del Comune. È infatti ai primi del XIII secolo che nascono quelle magistrature che, con alcune modifiche, perdureranno fino all’età medicea, pur perdendo l’originaria connotazione poliziesco-militare. Stiamo parlando di quegli ufficiali che, con carica elettiva semestrale, capeggiavano i reparti dei rispettivi Terzi. Fino alle riforme novesche, ogni Terzo ebbe un comandante della cavalleria, uno della fanteria ed uno dei balestrieri, ognuno con un proprio specifico vessillo. È bene ricordare che la fanteria era reclutata per gruppi di 50 uomini di ogni contrada della città (ove per contrada si intende zona, e non certo le attuali Contrade) e che, fino all’epoca novesca, le compagnie cosiddette militari ancora non esistevano.
Il governo dei Nove attuò una riforma dell’organizzazione della milizia cittadina, creando quelle succitate compagnie militari che avrebbero dovuto occuparsi della difesa cittadina contro nemici interni ed esterni. Le compagnie militari vennero dunque sottoposte al comando di un Gonfaloniere Maestro del Terzo, carica che divenne una delle più alte magistrature cittadine. Il Gonfaloniere Maestro riceveva lo stendardo del Terzo al momento della nomina e lo deteneva presso la propria abitazione per la durata dei sei mesi in carica. Abbiamo già ricordato come il gonfalone del Terzo di Città fosse (e tuttora è) rosso con la croce bianca. Le compagnie militari del Terzo di Città – inizialmente più numerose – furono definitivamente ridotte al numero di sedici nel corso del Trecento. Sono le stesse che sopravvissero fino alla caduta della Repubblica senese ed i cui vessilli e stemmi sono entrati a far parte del patrimonio araldico delle Contrade. Di queste faceva notoriamente parte anche l’unica compagnia il cui territorio era ubicato extra moenia, ovverosia quella di Monastero. È infine curioso notare che la compagnia di S. Pellegrino, tradizionalmente facente parte della Nobile Contrada dell’Oca, fosse storicamente compresa nel terzo di Città, nonostante il suo territorio si localizzasse al di fuori del perimetro della città antica: la chiesa di S. Pellegrino, infatti – sede anche della potentissima Arte della Lana – sorgeva nell’attuale piazza Indipendenza, all’incirca dove sono le logge ottocentesche, in una zona che - anche orograficamente – era appunto staccata dalla città altomedievale e che fu a questa unita alla metà del XII secolo da un “ponte nuovo”, identificabile oggi con Diacceto.

Giovanni Mazzini.

12/11/2021

Questo è il terzo articolo tratto dal numero di ottobre del Notiziario del Forumme.
In questo testo vengono analizzate le corse non convenzionali effettuate dalle Contrade, ad opera del nostro Simone Pasquini

Il Palio di Siena è tradizionalmente una “sfida” tra 10 delle 17 Contrade senesi da effettuarsi in Piazza del Campo attraverso una corsa di cavalli, non regolare, montati a pelo da dei fantini. Una definizione certamente riduttiva e banale che tuttavia restituisce quelle che sono le caratteristiche di un Palio che si possa considerare “convenzionale”.
Al di là del numero delle Contrade partecipanti, che per regolamento divenne di 10 solo nel 1721 (precedentemente si partecipava su richiesta e il numero era variabile), il Palio si corre in questo modo dal 1633, ovvero dal primo Palio alla Tonda ufficialmente riconosciuto dal Comune. Eppure nella secolare storia della festa senese si conteggiano numerosi casi di Palii che hanno esulato da tali caratteristiche di ordinarietà.

I PALII CORSI SENZA I CAVALLI: LE BUFALATE E LE ASINATE
Tra tutti i Palii non convenzionali meritano senz'altro un posto d'onore le Bufalate (anche se in realtà non è del tutto corretto parlare di “non convenzionalità” considerato che sono precedenti all’avvento del Palio alla Tonda). Devono la loro nascita alla soppressione delle Cacce dei Tori, le quali furono la prima e vera Festa delle Contrade dalla fine del 1400 fino al 1597. Queste infatti furono espressamente vietate dal Granduca Ferdinando I, sia in virtù di quanto deciso dal Concilio di Trento che proibiva le manifestazioni troppo violente, sia poichè erano considerate troppo costose. Per sopperire a questa mancanza le Contrade si reinventarono in un nuovo "gioco", che al contrario delle Cacce era una vera e propria competizione tra Contrade: nacquero così, solo 2 anni dopo, le Bufalate, le quali avevano già avuto nel 1581 un loro primo esempio tramite un Palio alla Lunga.
La corsa si svolgeva in senso antiorario (l'opposto rispetto a oggi), le bufale venivano montate da dei butteri e venivano indirizzate e stimolate da dei pungolatori che si presume avessero anche il compito di ostacolare le avversarie, si compievano 3 giri e vi partecipavano tutte le Contrade che lo richiedevano, che pertanto erano in numero variabile. Si hanno anche notizie sui regolamenti e in alcuni casi sull'entità del premio: "Il drappellone era in tessuto broccato. La contrada l'ha usato per l'addobbo delle chiese", in altri casi sullo svolgimento del corteo dei carri allegorici che, come nel caso del 1650, venivano minuziosamente descritti e commentati.
Dopo il 1650 non se ne ha più notizia (a parte il caso della Bufalata di Cetinale), sia perchè ormai stava prendendo piede il Palio alla Tonda, sia perchè probabilmente anche queste vennero proibite a causa della loro eccessiva pericolosità, tant'è che nell'ultima cronaca del 1650 si racconta che il Buttero della Chiocciola, nonostante la vittoria, a seguito delle ferite riportate morì 5 giorni dopo la corsa.
Com’è evidente è difficile se non impossibile risalire a quante Bufalate si siano effettivamente svolte e quali siano state le Contrade vincitrici. Confrontando i vari elenchi tuttavia se ne estrae in totale 36 tra il 1599 e il 1650, a cui vanno aggiunte 2 non ordinarie poiché corse una alla lunga (1581) e una a Cetinale (1679). 3 di queste vittorie sono contese tra 2 Contrade (1599, 1639 e 1643). Solo il Drago non può vantare nemmeno una vittoria, le altre Contrade invece se ne attribuiscono tutte almeno una ma non tutte decidono di conteggiarle nel proprio elenco di vittorie.
Vale la pena menzionare anche le Asinate, che come è intuibile erano corse di asini. Vennero organizzate fino ai primi dell'800 molto spesso dalle Contrade (ne organizzò diverse la Torre) e avevano carattere prevalentemente ludico senza nessuna pretesa di ufficialità. In una cronaca del 1705 si racconta che venisse svolto un vero e proprio corteo, come nel Palio ufficiale, senza tuttavia che fosse permesso portare armi, si racconta anche che verso questi animali c'era un grande rispetto, tant'è che non si potevano usare fruste nè bastonate per incitarli. Nessuna Contrada le inserisce nel proprio elenco, e se ne conosce l'esito solo in 4 casi, solo uno tra questi era un'asinata organizzata da Contrade. L’ultimo caso di Asinata fu quella del 1810 definita dalle cronache “Asinata Carnevalesca”

I PALII ALLA LUNGA
Del Palio alla Lunga a Siena si hanno notizie fin dal XIII° Secolo anche se la sua definitiva collocazione nello statuto senese si ebbe di fatto nel 1310. Si celebrava il 15 Agosto in occasione delle festività mariane e si svolgeva tramite una corsa di cavalli che partivano generalmente dalla Chiesa del Santuccio nei pressi della Porta Romana e arrivavano fino al Duomo. I cavalli correvano scossi e, soprattutto, era una festa riservata ai soli Nobili, non solo senesi ma anche provenienti da tutta la pen*sola. Le Contrade quindi nulla avevano a che fare con questa ricorrenza, tuttavia nella secolare storia del Palio e negli elenchi delle vittorie contradaiole in qualche raro caso questo particolare tipo di Carriera si è potuto riscontrare.
Nel 1581 si sarebbero corsi, stando a cronache non ufficiali tra lo storico e il leggendario, 2 Palii alla lunga con le Contrade. Uno fu una bufalata, l’altro fu il mitico Palio in cui partecipò anche la villanella Virginia con i colori del Drago e che fu vinto dall’Onda che rivendica tale vittoria nel proprio elenco. Di poco successivo è un Palio alla Lunga corso nel 1611 per festeggiare la traslazione di Maria Santissima nell’appena costruita Basilica di Provenzano: fu vinto dalla Selva che tuttavia non conteggia tale vittoria. Si arriva al XVIII° Secolo e diventa consuetudine delle Contrade organizzare Palii rionali in occasione dei propri festeggiamenti patronali, di questi si hanno ben poche notizie, com’è intuibile, ma si presume che venissero corsi alla lunga all’interno del territorio delle Contrade che lo organizzavano. Solo in pochi casi conosciamo qualche dettaglio ulteriore compresa la Contrada vincitrice, tuttavia, ad esclusione della Giraffa che conteggia 3 Palii rionali tra le proprie vittorie (1718, 1751, 1790), nessuna Contrada rivendica tali Carriere. Ultimo esempio di Palio alla Lunga con le Contrade fu quello del 1804, uno straordinario fatto correre dai francesi con tutte e 17 le Contrade e con i cavalli scossi: vinse la Tartuca che conteggia tale vittoria nel proprio elenco. Ulteriori esempi di Palii alla Lunga furono quelli di Cetinale e il Palio di Valli del 1754 ma di questi ne parleremo nel prossimo paragrafo.

I PALII CORSI LONTANO DA PIAZZA DEL CAMPO
Una delle regole fondamentali per ottenere l’attribuzione di una vittoria da parte del Comune è che il Palio in questione sia corso in Piazza del Campo, non è un caso infatti che i Palii alla Romana nonostante le loro particolari caratteristiche siano tutti ufficialmente riconosciuti tranne che in una sola eccezione: il Palio alla Romana del 1874 che fu corso in Fortezza. Il Palio citato non è l’unico esempio di Carriere corse non solo lontano da Piazza ma anche lontano da Siena, gli esempi più significativi in tal senso sono gli 8 Palii corsi nella Villa di Cetinale (oggi nel comune di Sovicille) tra il 1679 e il 1692. Furono organizzati dal Cardinale Flavio Chigi che in quegli anni invitò le Contrade a competere presso la propria villa in corse, probabilmente alla lunga, mettendo in palio ricchi premi. La prima edizione si ritiene sia stata in forma di bufalata, mentre tutte le altre furono corse con i cavalli, e 6 diverse Contrade possono vantarne la vittoria: Onda e Bruco tuttavia non conteggiano la vittoria al contrario di Chiocciola, Oca e Nicchio; il Montone vincitore in 3 occasioni conteggia solo le 2 vittorie per la quali possiede una documentazione al riguardo.
Oltre ai Palii di Cetinale e al citato Palio in Fortezza in altre 3 occasioni sono stati corsi dei Palii lontano da Siena: nel 1754 il comunello di Valli organizzò un Palio alla Lunga e vi invitò le Contrade, vinse l’Aquila che tuttavia non conteggia la vittoria pur conservando tutt’ora il drappellone vinto. 2 anni dopo, nel 1756, le Contrade corsero a Lucca in occasione dei festeggiamenti di Santa Croce: vinse il Montone il quale conteggia la vittoria nel proprio elenco. Esattamente un secolo dopo, nel 1856, le Contrade furono invitate a correre un Palio a Firenze e in quell’occasione vinse la Chiocciola; di tale evento si racconta che non vi fosse nemmeno un senese ad assistere e che da quel momento fu deciso che le Contrade non si sarebbero più dovute allontanare da Siena, tant’è che ad un nuovo invito fiorentino nel 1898 fu risposto con un secco rifiuto.

I PALII CORSI DA TUTTE E 17 LE CONTRADE
E' doverosa una premessa: come già accennato fino al 1720 non vi era limite al numero di Contrade partecipanti ad un Palio. Non vi si partecipava infatti per "estrazione" ma vi si partecipava su "richiesta" e per questo motivo il numero di Contrade partecipanti fu per lungo tempo estremamente variabile. Si iniziò nella seconda metà del 1600 con Palii corsi da poche Contrade per arrivare velocemente a Carriere corse da ben oltre 10 partecipanti. Il rientro dell'Aquila nel novero delle Contrade datato 1718 e la partecipazione di tutte e 17 le Contrade al Palio del 2 Luglio 1720 (è quindi di fatto questo il primo Palio corso da tutte e 17, e fu vinto dal Bruco) spinsero definitivamente la Città a prendere provvedimenti e a limitare il numero di partecipanti al Palio. Per la verità il motivo scatenante fu un incidente causato proprio nel corso del Palio del 1720: si racconta in cronaca che il proprietario del Barbero vincitore, un certo Paci, sceso in pista per festeggiare la vittoria del suo cavallo, sia stato scaraventato a terra dal cavallo secondo arrivato e successivamente calpestato da tutti gli altri 15 fino a rimanere morto.
Da questo momento in poi quindi, il Palio con 17 Contrade divenne un evento Straordinario, e fu organizzato come tale in 3 occasioni.
La prima fu la già citata Carriera del 1804 voluta dai francesi, le altre due invece, nel 1841 e 1842 furono organizzate da una organizzazione di Palchettanti e Cittadini (una antenata della Società delle Feste nata una 30ina di anni dopo) allo scopo dichiarato di "aumentare il numero delle consuete feste". Nella Carriera del 1842 si specifica che non fu permesso l'uso del nerbo. Stando alle Cronache tuttavia l'esperimento non riuscì particolarmente gradito, si racconta infatti di Palii confusi, poco combattuti, pieni di cadute e di incidenti. Non fu un caso quindi che dopo solo due edizioni questo tipo di Palio non sia più stato riproposto. Questi due Palii sono considerati ufficiali e furono vinti da Nicchio e Istrice, in queste 2 occasioni erano previsti anche premi per il secondo posto che furono vinti da Aquila e Chiocciola, l’Aquila conteggia tale vittoria nel proprio elenco.

I PALII CON CAVALLI SCOSSI
La corsa con Cavalli Scossi, generalmente riservata al Palio alla Lunga dei Nobili, ebbe anche qualche accenno nel mondo delle Contrade con l'organizzazione di 6 diverse Carriere.
Come primo esempio dobbiamo nuovamente citare il Palio del 1804 vinto dalla Tartuca che aveva su di sé ben 3 caratteristiche di non ordinarietà: alla lunga, corso con 17 Contrade e con cavalli scossi. E’ anche l’unico tra i 6 Palii con cavalli scossi non considerato ufficiale.
35 anni dopo, nel 1839, ripropone l'idea una commissione di cittadini capeggiata dal Conte Mario Nerucci: la cronaca racconta che la vittoria della Pantera fu aspramente contestata perchè si riteneva che il barbero avesse corso solo 2 giri al contrario della Torre giunta seconda, non potendo dimostrare il fatto il Palio fu tuttavia consegnato alla Pantera.
Nel 1884, 1887, 1889 e 1907 ad appropriarsi dell'idea è la Società delle Feste che dopo aver ideato il Palio alla Romana organizza queste nuove 4 edizioni del Palio con i cavalli scossi. In questi casi si fa menzione all'utilizzo delle "perette" per stimolare i cavalli (non è chiaro se queste siano state utilizzate anche nel 1804 e 1839). Tutte queste vittorie sono state considerate ufficiali a seguito di una delibera del 1931.

I PALII CON PARTICOLARI REGOLAMENTI: I PALII ALLA ROMANA E I PALII A SORPRESA
A chiudere questo viaggio nei Palii non convenzionali ci è d’obbligo citare due particolari tipi di Palio partoriti dalla mente della “Società delle Feste”, una associazione nata appositamente per organizzare manifestazioni parallele al classico Palio alla Tonda in occasione dei festeggiamenti di mezz’agosto, orfani ormai del Palio alla Lunga abolito nel 1861.
La prima “invenzione” fu il Palio alla Romana, tale Palio prevedeva 3 Batterie eliminatorie corse da 3 Contrade ciascuna (solo nel 1891 e nel 1894 vi parteciparono 4 Contrade) e una finale corsa tra le rispettive Contrade vincitrici. La prima edizione fu nel 1874 in Fortezza (e non è considerata ufficiale), poi ve ne furono altre 5 tra il 1875 e il 1894. Tra il 1877 e il 1889 non fu organizzato e al suo posto tra il 1884 e il 1889 fu proposto il già citato Palio con i cavalli scossi.
La fine del Palio alla Romana fu decretata nel 1901 con una nuova edizione organizzata a 7 anni di distanza dall’ultima. A causa di un errore del mossiere durante la Batteria finale caddero al Canape Lupa e Montone, lasciando all'Oca la possibilità di correre praticamente da sola, il popolo non gradì affatto e invase la pista causando l'annullamento della Carriera e la definitiva fine dei Palii alla Romana.
A partire dalla seconda edizione fu sempre prevista una corsa di consolazione tra le Contrade che non si erano qualificate alla finale, tali vittorie non sono riconosciute dal comune tuttavia Giraffa, Civetta e Nicchio le inseriscono nei propri elenchi.

Concluso l’esperimento del Palio alla Romana la Società delle Feste (rinominata Società dei Commercianti) propose nel 1909 il Palio a Sorpresa (nello stesso anno la stessa Società organizzò anche una rievocazione delle Pallonate medievali)
Il meccanismo del Palio a Sorpresa era il seguente: all'indomani del Palio del 16 Agosto si procedeva ad una nuova estrazione per stabilire le 10 Contrade partecipanti, successivamente tramite due sorteggi distinti si assegnavano alle Contrade i cavalli e i fantini che erano gli stessi che avevano corso il Palio il giorno precedente, con eventuali sostituzioni in caso di indisponibilità. I Contradaioli in tutto questo venivano a conoscere la propria accoppiata solo al momento dell'uscita dei cavalli dall'entrone.
Ovviamente la formazione delle accoppiate in maniera così del tutto casuale poteva creare situazioni imbarazzanti, come fu ad esempio nel 1919 quando all'Oca toccò il fantino Testina che il giorno precedente aveva corso proprio nella Torre.
Di questo particolare Palio ne furono organizzate tre edizioni, ma ne furono corse solamente due poichè nel 1913 il rinvio del Palio del 16 Agosto a causa della pioggia ne decretò l'annullamento. Entrambe sono considerate ufficiali ed entrambe furono vinte dall'Oca.

Simone Pasquini

08/11/2021

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