24/11/2021
Oggi vi proponiamo l'articolo redatto da Giovanni Mazzini per il Notiziario dela Forumme.
Il brano verte sulle origini del Terzo di Città, ripercorrendo luoghi e architetture delle quali, a volte, non si hanno più traccia.
Quello che oggi è denominato – così come per secoli è stato – Terzo di Città, ovvero una delle tre ripartizioni topografico-amministrative in cui il territorio urbano di Siena è storicamente diviso, fu in realtà il nucleo originario della città stessa. Questa consapevolezza era di certo ben nota agli albori dell’età comunale, quando Siena prese la sua definitiva conformazione urbanistica accorpando alla parte più antica le due più recenti, Camollia e San Martino, sorte sui due tratti della Francigena che lambivano il Campus Fori: in questo modo la Saena Vetus, composta dal solo perimetro altomedievale, diventava Senae, al plurale, ed i tre agglomerati urbani prendevano il nome di Terzi; quello più antico si chiamò appunto Terzerius Civitatis Veteris, ovvero Terzo della Città Vecchia, come riportano i documenti fino al XIII secolo inoltrato. Che quella fosse l’area originaria della città di Siena lo dimostra anche la sua insegna araldica: il gonfalone del Terzo altro non fu che il vessillo stesso del Comune senese prima dell’adozione della Balzana in epoca presumibilmente guelfa, cioè la croce bianca in campo rosso, antico simbolo imperiale prima di essere sostituito dall’arme Hohenstaufen, l’aquila bicipite in campo oro.
Il Terzo di Città dunque – come abbiamo detto – corrispondeva a quella Siena primigenia raffigurata nel rozzo sigillo comunale, oggi conservato al Museo del Bargello a Firenze, e definita nella legenda “antica e amena”. Questa città prendeva origine da un insediamento etrusco ubicato sulla collina dell’odierno Duomo e sul Castelvecchio (dove forse sorgeva un castelliere), che aveva il nome di Saina (da una famiglia di latifondisti) e che sarebbe poi stata eretto a municipium nel I secolo a. C. ed infine, in età augustea, trasformato nella colonia militare romana di Saena Iulia, forse a guardia di un altro insediamento etrusco nell’area di Camollia, come lascerebbero presupporre le mai spiegate vestigia murarie della porta omonima.
L’estensione di Saena Iulia, seppur avvolta ancora oggi dal mistero, è tuttavia ipotizzabile sulla base di congetture, ritrovamenti archeologici e speculazioni storiografiche: avrebbe avuto in Porta Salaria (ubicata all’incirca dove via di Città incontra via dei Pellegrini) e nelle Due Porte i capi estremi della maggiore via con orientamento nord-sud della colonia, ovverosia il cardo. Entrambe queste due porte erano infatti costituite da un doppio fornice, come è evidente ancora oggi per l’apertura con cui termina la via Stalloreggi, appunto nota come “le Due Porte” (per quanto uno dei due varchi sia murato ab antiquo) e come si deduce – per la Porta Salaria o Salaia – dalle raffigurazioni dell’insegna araldica della omonima compagnia militare: un doppio arco bianco, che nell’unica immagine coeva è peraltro a tutto sesto. La porta a doppio fornice è una tipologia architettonica risalente alla tarda romanità, fine del III secolo d. C.: erano di tale conformazione le porte principali sulle mura aureliane di Roma, la Porta Nigra di Treviri, le porte di Verona etc.
Queste due porte a doppia arcata delimitavano dunque l’estensione urbana in senso nord-sud della città romana di epoca imperiale ed erano unite dal tracciato viario oggi corrispondente alle vie di Città e Stalloreggi, già indicate come il cardus maximus. Su questo asse si intersecava l’altra via nodale, con orientamento est-ovest, delle città di impianto romano, cioè il decumano, che congiungeva la porta denominata Aurea – ubicata sulla odierna via S. Pietro, all’incirca tra via T. Pendola e via del Casato di Sopra – con un’altra, nota come porta “iuxta cellam Bandini”, posizionata nei paraggi di via del Pozzo o forse identificabile con una scomparsa “Porta di Vallepiatta”, citata nei documenti fino al XIV secolo. I due assi dell’urbe romana si incrociavano pertanto – come ancora oggi è – ai Quattro Cantoni, nei pressi di una posterula o porticciola da cui il toponimo di Postierla. In sostanza, Saena Iulia si stendeva sulle alture di Castelvecchio e del Duomo, dominando da una parte gli scoscendimenti che stanno al di sotto del Fosso di S. Ansano e del Costone, e dall’altra l’area dell’odierna via Duprè fino al Campus Fori.
Con il crollo dell’impero romano Siena subì, come ogni altro centro abitato della pen*sola, un forte declino ed un inesorabile calo demografico, che portarono alla contrazione della città entro uno spazio più ridotto rispetto all’estensione toccata precedentemente. La Siena dei secoli bui, molto verosimilmente, si ridusse al solo Castelvecchio, sorta di acropoli fortificata che si suppone di origine etrusca, le cui strutture murarie sarebbero rimaste in uso mentre le mura romana andavano soggette ad un lungo degrado. È nell’area del Castrum Vetus che si situa la residenza dei gastaldi longobardi e poi dei conti franchi, menzionata ancora in documenti dell’XI secolo e ricordata nei due toponimi di piazza del Conte e vicolo del Contino. Verso la metà dell’VIII secolo ci si sarebbe allargati di nuovo ad includere il colle di Santa Maria, dove in un momento imprecisato tra questo ed il secolo successivo (nell’816, secondo il Pecci) la cattedrale sarebbe stata spostata dalla primitiva sede (dall’ubicazione oggi ignota: secondo alcuni potrebbe essere stata l’odierna S. Pietro in Castelvecchio, o “alle scale”). Finalmente, in seguito alla generale ripresa demografica, con l’XI secolo si assiste ad una nuova espansione della città a rioccupare il perimetro dell’urbe romana, ripristinandone la cinta degradata delle mura.
Come già abbiamo detto, dopo l’inclusione entro il primo ampliamento delle mura cittadine dei borghi sorti lungo la francigena nella valle di S. Martino ed in Camollia (alla metà del XII secolo), Siena mutò il nome latino in Senae, ad indicare che la nuova città era composta di più nuclei, appunto i terzieri. Il più antico dei quali era appunto il “Terzo della città vecchia”. Con la neonata organizzazione comunale, la divisione in terzi assunse una funzione – oltre che amministrativa – militare. I Terzi (come altrove i Sestieri) servivano a scandire il reclutamento di cavalieri e fanti per allestire l’esercito del Comune. È infatti ai primi del XIII secolo che nascono quelle magistrature che, con alcune modifiche, perdureranno fino all’età medicea, pur perdendo l’originaria connotazione poliziesco-militare. Stiamo parlando di quegli ufficiali che, con carica elettiva semestrale, capeggiavano i reparti dei rispettivi Terzi. Fino alle riforme novesche, ogni Terzo ebbe un comandante della cavalleria, uno della fanteria ed uno dei balestrieri, ognuno con un proprio specifico vessillo. È bene ricordare che la fanteria era reclutata per gruppi di 50 uomini di ogni contrada della città (ove per contrada si intende zona, e non certo le attuali Contrade) e che, fino all’epoca novesca, le compagnie cosiddette militari ancora non esistevano.
Il governo dei Nove attuò una riforma dell’organizzazione della milizia cittadina, creando quelle succitate compagnie militari che avrebbero dovuto occuparsi della difesa cittadina contro nemici interni ed esterni. Le compagnie militari vennero dunque sottoposte al comando di un Gonfaloniere Maestro del Terzo, carica che divenne una delle più alte magistrature cittadine. Il Gonfaloniere Maestro riceveva lo stendardo del Terzo al momento della nomina e lo deteneva presso la propria abitazione per la durata dei sei mesi in carica. Abbiamo già ricordato come il gonfalone del Terzo di Città fosse (e tuttora è) rosso con la croce bianca. Le compagnie militari del Terzo di Città – inizialmente più numerose – furono definitivamente ridotte al numero di sedici nel corso del Trecento. Sono le stesse che sopravvissero fino alla caduta della Repubblica senese ed i cui vessilli e stemmi sono entrati a far parte del patrimonio araldico delle Contrade. Di queste faceva notoriamente parte anche l’unica compagnia il cui territorio era ubicato extra moenia, ovverosia quella di Monastero. È infine curioso notare che la compagnia di S. Pellegrino, tradizionalmente facente parte della Nobile Contrada dell’Oca, fosse storicamente compresa nel terzo di Città, nonostante il suo territorio si localizzasse al di fuori del perimetro della città antica: la chiesa di S. Pellegrino, infatti – sede anche della potentissima Arte della Lana – sorgeva nell’attuale piazza Indipendenza, all’incirca dove sono le logge ottocentesche, in una zona che - anche orograficamente – era appunto staccata dalla città altomedievale e che fu a questa unita alla metà del XII secolo da un “ponte nuovo”, identificabile oggi con Diacceto.
Giovanni Mazzini.