29/05/2026
Dal libro "Maestri di vita"
Dopo la morte di Bonnie, la mia prima cagnolina, il cuore era spezzato. Non urlava, non cercava attenzioni: piangeva in silenzio. In quel silenzio, però, si faceva spazio una domanda nascosta tra le pieghe del dolore: avrò ancora il coraggio di amare? Sarò capace di dare nuovamente affetto a un altro essere vivente, consapevole della possibilità – anzi, della certezza – che prima o poi dovrò affrontare un’altra separazione?
La razionalità, sempre pronta a indossare la maschera della prudenza, mi suggeriva di lasciar perdere. Di evitare quel rischio emotivo, di non concedere una nuova possibilità al cuore. “Hai già sofferto abbastanza”, mi diceva. “Perché aggiungere altra fatica?” E per un po’, l’ho ascoltata.
Ma dentro di me, qualcosa resisteva. Un impulso profondo, istintivo, viscerale. Ogni volta che vedevo un cane, ogni volta che incrociavo quello sguardo così diverso eppure così familiare, sentivo un vuoto e insieme una spinta. Come un bisogno fisiologico di ricominciare a sentire, a prendermi cura, a dare amore.
E fu proprio in quel momento sospeso, in quell’intervallo tra desiderio e paura, che accadde qualcosa. Fu mia figlia Silvia a ridare voce a quel desiderio. Con delicatezza, senza forzature, iniziò a cercare, a sognare per entrambi. Non mi disse nulla all’inizio, ma quando mi mostrò le foto di una cucciolata di Golden Retriever dell’allevamento “Panbiscotto”, mi si sciolse il nodo alla gola. Era arrivato il momento. La porta del cuore si era riaperta.
Così, in un freddo ma luminoso gennaio del 2002, Pennylane entrò nella nostra vita. Il suo nome, evocativo e musicale, sembrava già un presagio di bellezza e dolcezza. Quando arrivammo a vedere la cucciolata, fummo travolti da un’onda di energia: undici cuccioli meravigliosi, morbidi, giocosi, che ci saltavano addosso e ci cercavano con entusiasmo.
Ne selezionammo tre. Li presi in braccio uno a uno, cercando quel segnale impercettibile, quel filo invisibile che unisce le anime destinate a incontrarsi. Quando fu il turno di lei, non ci furono dubbi: mi guardò dritto negli occhi e mi diede una lunga, tenera leccata sul naso. Quel gesto fu come un sì. Un sì senza riserve, un sì che parlava di fiducia, di alleanza, di una storia che doveva ancora cominciare ma che sembrava già scritta.
Pennylane si ambientò in fretta. Aveva una vitalità contagiosa, un’intelligenza brillante e una curiosità insaziabile. Ogni giorno era una scoperta, una piccola conquista. Ricordo ancora una scena che ci fece ridere fino alle lacrime: vide per la prima volta la propria immagine riflessa in uno specchio. Convinta che si trattasse di un altro cucciolo, cominciò a saltellare felice, a rincorrersi intorno al tavolo, a invitare il “rivale” al gioco. E tornava sempre lì, con uno sguardo entusiasta, come se si sorprendesse ogni volta. Una gioia semplice, autentica, che riempiva la casa.
Ma come ogni cucciolo, anche Penny era imprevedibile, istintiva, piena di vita. E come ogni compagno umano, io ero inesperto, ancora lontano dal comprendere a fondo quel mondo così affascinante e complesso.
Un giorno, durante una passeggiata domenicale in una zona che credevo tranquilla, accadde qualcosa che mi fece gelare il sangue. La lasciai libera, convinto che nulla potesse accadere. E invece, in un battito di ciglia, Penny vide una signora anziana sull’altro lato della strada. Spinta dal suo amore viscerale per gli esseri umani, partì come un razzo, attraversando la carreggiata. Si sedette composta, aspettando una carezza. Ma un’auto sfrecciò a pochi metri da lei. Pochi, davvero pochi.
Fu un attimo, ma bastò. Capii che non potevo più permettermi leggerezze. Capii che la libertà, per essere davvero tale, va educata. Va sostenuta da regole, da consapevolezza, da attenzione. Decisi che era il momento di far qualcosa: per lei, per me, per il nostro rapporto. Così la iscrivemmo a un centro cinofilo.
Ci affidarono a un istruttore noto della zona, consigliato da amici. Un uomo imponente, dallo stile marziale, con una visione rigida dell’addestramento. Silvia, ancora adolescente, avrebbe dovuto seguire le lezioni, ma con il tempo – come spesso accade – la responsabilità ricadde su di me.
Fin dalle prime lezioni, qualcosa stonava. L’approccio era freddo, meccanico. Penny veniva giudicata “troppo esuberante”, come se fosse un difetto da correggere. Dopo qualche settimana, l’istruttore propose l’uso del collare a punte. Lo portò a casa Silvia. Lo guardai, lo presi in mano. E lo provai sul mio stesso braccio.
Il dolore fu netto. Ingiustificabile.
… … …
Quel giorno presi un’altra decisione importante: Penny non sarebbe mai più tornata da quell’istruttore. Quel collare, ancora oggi, è appeso al mio portachiavi. Non per dimenticare, ma per ricordare. Perché ogni scelta lascia un segno. E alcune scelte, se accolte con consapevolezza, diventano svolte.
Fu in quel momento che iniziai a sentire che esisteva un altro modo. Che il mondo della cinofilia poteva – doveva – essere qualcosa di più profondo, più rispettoso, più umano. Penny non fu solo una cagnolina vivace e affettuosa. Fu una guida. Una Maestra. La prima vera compagna nel mio viaggio di trasformazione personale e professionale.
Attraverso di lei, capii che educare un cane non significa “comandarlo”, ma costruire un dialogo. Significa accogliere i suoi bisogni, comprenderli, tradurli in convivenza. Significa – soprattutto – mettersi in gioco, crescere insieme.
Oggi so che fu anche grazie a lei se il mio sguardo sul mondo è cambiato. Se ho trovato il coraggio di cercare un’altra strada, più empatica, più autentica. Se ho deciso di dedicare la mia vita non solo ai cani, ma alle persone che li accompagnano. E Penny, con il suo entusiasmo, la sua ingenuità, la sua assoluta fiducia, è stata la prima a insegnarmi che non si educa per “controllare”, ma per condividere.
Pennylane è stata un’anima gentile, luminosa. E ancora oggi, nel silenzio di certe giornate, sento il suo sguardo su di me. Come allora, quando mi leccò il naso per la prima volta, e senza parole, mi disse: “Andiamo”.
Questa e altre storie di cani e persone che hanno attraversato la mia vita, le ho raccolte in un libro dal titolo: “Maestri di vita”.
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