01/09/2024
Lealtà, correttezza, rettitudine morale e sportiva. Nell’anno dei Mondiali.
È iniziato il mese di settembre 2024.
Di solito è il mese in cui riparte il nostro amato hockey pista.
Quest’anno, in più, ci sono i Mondiali (World Skate Games per la precisione) e proprio in Italia, a Novara, la città che ha fatto la Storia della nostra disciplina.
Come ci arriviamo? L’analisi non è concentrata sull’aspetto tecnico, anche se ci auguriamo, con tutto il cuore, che le nazionali azzurre facciano bene.
Ci soffermiamo invece su un’altra questione e parliamo allora di lealtà, correttezza, rettitudine morale e sportiva. È indubbio che tutti, dirigenti delle nostre associazioni, tecnici, atleti e, più in generale, coloro che a vario titolo si occupano del nostro sport, debbano fare propri questi concetti. E non solo perché l’art. 1 del Regolamento di Giustizia e Disciplina della FISR impone il loro rispetto.
La recente riforma dell’intero settore sportivo ha liberalizzato, di fatto, la circolazione degli atleti e delle atlete, che possono cambiare società sportiva senza più vincoli come in passato.
E lo possono fare, naturalmente, a partire dai settori giovanili.
Questa circostanza impone alle società sportive di essere il più possibile attrattive, offrendo ai tesserati che le scelgono (o ai loro genitori nelle giovanili) organizzazione, tecnici esperti e di qualità, logistica e tutto quanto serve per allenarsi e giocare bene le partite.
È una logica concorrenziale, quasi di tipo aziendale, che va benissimo.
Purché lo si faccia, appunto, con correttezza, rettitudine morale e, nel nostro caso, si veda il citato articolo del regolamento di disciplina, osservando un comportamento “non lesivo della dignità e del prestigio della FISR e/o di altre Federazioni”.
E allora veniamo al punto ponendo alcune domande.
È corretto e leale, per esaltare e sostenere la propria, parlare male delle altre società sportive?
È corretto e leale, per convincere un giocatore o una giocatrice di essere un tecnico dotato di particolari qualità, parlare male o criticare i colleghi? Definirli superati, dai metodi antiquati, non aggiornati e tutto ciò con il solo scopo di convincere un’atleta a farsi allenare da lui? E, tra l’altro, il più delle volte senza nemmeno argomentarlo questo giudizio negativo, l’importante è “farsi belli alle spalle degli altri”…..
Lo scorso mese di agosto ci sono state le Olimpiadi e molti di noi ci siamo esaltati ed emozionati per le imprese della nazionale di pallavolo femminile e del suo tecnico, Julio Velasco, punto di riferimento per qualsiasi allenatore. Le sue frasi, anzi, i suoi principi, sono, giustamente, fonte di ispirazione.
Bene, per non incorrere in superficialità o, peggio, banalità, ricordiamo che Julio Velasco non si è limitato solamente a dire che “bisogna che gli schiacciatori imparino a schiacciare palloni alzati male”. O che in nazionale e anche negli staff tecnici ci “devono andare i migliori”.
Julio Velasco ha anche detto che “vincere significa innanzitutto saper riconoscere, affrontare e cercare di migliorare i propri limiti”. Senza scorciatoie.
E, per quanto riguarda i rapporti con i colleghi, una volta, ai membri del suo staff che, pensando di fargli piacere, si erano messi a criticare i metodi di lavoro di un suo rivale, ha rivolto loro, seccamente, l’invito a concentrare tutto l’impegno e tutti gli sforzi a “cercare di migliorare il nostro lavoro, senza perdere nemmeno un secondo a criticare quello degli avversari”.
Dovrebbe essere, questo, un imperativo morale, valevole per tutti gli addetti ai lavori.
E chi ha incarichi di responsabilità nel nostro sport dovrebbe vigilare affinché tutti osservino questa basilare norma di rispetto. La lealtà sportiva non la si viola solo criticando sui social una decisione arbitrale…..
Ma anche denigrando gli altri tecnici o le altre società!
In un passato non molto lontano è capitato che le società di hockey pista collaborassero lealmente.
Per esempio si sono unite per organizzare manifestazioni sportive (le finali giovanili).
Oggi non è più così purtroppo: letteralmente le società si “portano via i giocatori”. E lo si fa, però, “sparlando”, spargendo veleno… E non importa se una società si trova senza atleti per iscriversi al campionato: ben gli sta!
E questo accade in uno sport che, ci viene detto, dovrebbe avere circa 3000 praticanti (comunque pochi) ma che di fatto registra sempre più abbandoni, precoci o meno.
Uno sport che avrebbe bisogno, mai come ora, visto che stanno iniziando i Mondiali e, quindi, tutti ci guardano, di dare all’intero movimento hockeistico l’immagine di un’Italia in cui le società collaborano lealmente e lealmente competono, al fine di essere sempre più organizzate, capaci e all’altezza della missione di far praticare e conoscere il nostro sport.
Un Paese, l’Italia, che avrebbe bisogno di mostrare al Mondo che i propri tecnici studiano, si aggiornano, si scambiano informazioni per essere sempre più orientati al loro compito, che è poi quello di formare atlete ed atleti intanto entusiasti di giocare ad hockey pista e, poi, sempre più capaci e in grado di competere lealmente. Una Nazione in cui allenatori, atleti e società si rispettano!!
È, insomma, giunto veramente il momento di fare autocritica e questo vale anche per Noi.
Ma deve valere a tutti i livelli.
Questa deve essere la stagione in cui l’hockey pista italiano comprende e fa proprio il principio che solo una concorrenza basata sul rispetto dell’avversario e, perché no, sull’aiuto reciproco, può consentire a questo sport di guardare al futuro con la speranza di poter dimostrare di essere una disciplina bella, emozionante e, soprattutto, credibile.
Oggi, anche per colpa di simili atteggiamenti e comportamenti, ingiustificabili, che, purtroppo, vengono riferiti da più parti e, quel che è peggio, non vengono smentiti, non lo è ancora.
E se questo miglioramento nei comportamenti non ci sarà, a prescindere dalle possibili denunce alle Autorità competenti degli atteggiamenti sleali di cui sopra, l’hockey pista italiano sarà destinato all’inevitabile declino.
Qualcuno, leggendo queste righe, potrà pensare che sono solo parole.
Noi crediamo vivamente invece che solo se certi comportamenti deleteri cesseranno, subito, e solo se ci si rispetterà davvero, potremo sperare di vedere ancora praticato questo sport, in Italia, nei prossimi decenni.
Pensiamoci e impegniamoci, Noi vogliamo fare la nostra parte.
Ne vale davvero la pena.
Il direttivo di ATIHP