11/02/2020
Il nostro Maestro!!!
SETTE! SETTE! TORE! TORE!
(Il mio terrificante incontro con un umanissimo Maestro)
di Sergio Roedner
Mi è stato più volte chiesto di scrivere del maestro Takeshi Naito ma ho fino ad oggi declinato l’invito non solo perché mi sembrava di non avere elementi sufficienti per parlarne, ma soprattutto perché il mio primo incontro con lui è stato traumatico, anche se in modo umoristico.
Il maestro Naito arrivò in Italia nel 1977 per affiancare il maestro Shirai alla guida della Fesika e, come il suo illustre predecessore, al suo arrivo nel nostro Paese non conosceva una parola d’italiano. Un ostacolo superabilissimo, soprattutto secondo la mentalità giapponese per la quale non è importante spiegare ma far vedere, e non bisogna fare tante domande ma provare a fare finché si riesce.
Appena arrivato Naito, il maestro Shirai “chiese” (si notino le virgolette) a Gastone Bertolazzi, proprietario del mitico CSKS di via Maffei, di assegnargli un corso di cinture nere fino a quel momento seguito dal maestro Fugazza. E fu così che il sottoscritto, primo Dan da un paio di anni, fece la conoscenza dell’astro nascente della Jka, e ne rimase traumatizzato.
Durante la prima lezione fu subito chiaro che al maestro Naito non piacevano le nostre posizioni, in particolare kokutsudachi, e provò immediatamente a correggerci utilizzando le cinquanta parole di italiano che aveva appreso. Prese a ruggire a gran voce questo incomprensibile proclama: “Sette! Sette! Tore! Tore” Nessuno capiva, tutti erano spaventati, e il maestro si innervosiva sempre di più, perché non c’era nessuno che potesse tradurre il suo grido di guerra. Finalmente qualcuno capì: voleva dire “sette e tre”, indicando la percentuale di peso corporeo che dovevano sostenere le gambe della posizione kokutsudachi. A me invece il suo ruggito ricordava troppo il “Tora tora” dei film di guerra, mi faceva ridere e mi spaventava allo stesso tempo.
Quando si passò al kumite fu anche peggio. Qui la lingua non lo sosteneva proprio, e il maestro Naito diventò molto fisico. Ci, e mi, spiegò come arretrare efficacemente durante l’attacco dell’avversario bombardandomi amichevolmente con una serie di pesanti gyakuzuki negli addominali, come sicuramente era abitudine fare negli allenamenti delle università giapponesi, per insegnare ai novizi la dura legge del kumite. Ma non eravamo in un’università giapponese, e io ero un introverso e non particolarmente prestante primo Dan italo-austriaco. Non apprezzai.
Infine, i kata. Qui nulla di particolare da osservare, se non che ogni tanto il maestro Naito interrompeva l’allenamento e chiamava fuori uno o due malcapitati, facendo loro eseguire alcune tecniche davanti a tutti gli altri e criticandoli severamente. A me capitò solo un paio di volte ma avrei voluto sprofondare nella cantina della palestra.
Non fu a causa dell’arrivo del maestro Naito che me ne andai dal Csks, ma diciamo pure che il suo approccio così “giapponese” all’insegnamento mi intimidì e rafforzò la mia decisione di seguire al Dicamon il maestro Capuana, che era forse più severo di lui nelle sue aspettative, ma aveva una didattica personale ben calibrata sulle mie aspettative di “occidentale civilizzato”.
Naturalmente i miei contatti col maestro proseguirono perché Naito era nella commissione di esami e insegnava nei vari corsi e stage della Fesika e, dopo il suo infelice scioglimento, dell’Istituto Shotokan e, a partire dal 1989, della Fikta. Col tempo la mia opinione di lui cambiò di parecchio e, di pari passo col progredire della sua conoscenza dell’italiano, imparai ad apprezzare anche il suo senso dell’umorismo.
Un momento chiave della nostra conoscenza si verificò nell’ottobre del 1988. Era appena morta mia madre, il maestro Shirai lo sapeva e doveva avergliene parlato. Fatto sta che, incontrandomi in via Maffei, dove vivevano i miei suoceri e abitava anche lui, mi strinse calorosamente la mano per esprimermi le sue condoglianze e mi disse solo una parola: “esperienza”. Intendeva sicuramente dire che anche la morte di un congiunto fa parte delle inevitabili esperienze umane e aggiunge qualcosa alla maturazione di qualcuno.
Ho molto apprezzato il contributo che il maestro Naito ha dato allo studio del kumite, forgiando ottimi combattenti e mantenendo i legami con la casa madre, la Jka, con cui il maestro Shirai aveva interrotto i rapporti all’epoca dell’unificazione con la Fik. Mi è pertanto dispiaciuto quando, nel 2010, la strada del maestro Naito si è separata da quella della Fikta, una separazione che ci ha tolto il contributo periodico dei maestri della Jka e della quale mi ricordo dolorosamente ogni anno quando, al momento della riaffiliazione alla Fikta, devo impegnarmi per iscritto a non partecipare all’attività della Jka Italia, la nuova organizzazione da lui presieduta.
In questo spiacevole scisma, Yoi ha mantenuto un atteggiamento imparziale e neutrale nonostante molti suoi redattori siano tesserati Fikta, e il miglior riconoscimento della nostra imparzialità è dato da un’altra telegrafica affermazione del maestro Naito: “Yoi dice sempre la verità!” Grazie, Maestro.