ASD Judo Sarnico

ASD Judo Sarnico I nostri corsi sono aperti a bambini, ragazzi, agonisti, amatori e a chiunque voglia cimentarsi nella pratica di uno sport ancora poco pubblicizzato.

L' ASD Judo Sarnico è una associazione sportiva senza fini di lucro affiliata alla Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali (FIJLKAM) ed operante da oltre 55 anni. L'attività si svolge presso il Palazzetto dello Sport Famiglia Bortolotti, a Sarnico (BG) in Via Donatori di Sangue. CORSO PER BAMBINI E RAGAZZI:
lunedì - mercoledì - venerdì
ore 17.30 - 19.00

CORSO PER AGONISTI E AMATORI:
lunedì - mercoledì - venerdì
ore 19.00 - 21.00

06/06/2026

📍Appena ti siedi in un ristorante giapponese, prima ancora di ordinare, ti portano una cosa che in Italia non riceveresti mai gratis. E alla fine, nessuno si aspetta una mancia in cambio.

Te lo posano davanti senza dire niente, su un piccolo vassoio. Un asciugamano arrotolato. Caldo, se è inverno. Fresco, se è estate. Serve a pulirti le mani prima di mangiare. Non lo hai chiesto. Non lo paghi. E lo trovi ovunque: nel ristorante stellato e nella minuscola izakaya di quartiere, sul treno e sull'aereo. Sempre, e sempre gratis.

E c'è qualcosa, in quel momento, che va oltre l'igiene. Apri l'asciugamano ancora tiepido, te lo passi sulle mani, e per un istante ti fermi. Non hai ancora ordinato, non hai ancora fatto nulla. Eppure qualcuno si è già preso cura di te. È un modo silenzioso di dirti: rallenta, sei arrivato, posa pure lì fuori la fretta del mondo.

Si chiama oshibori (おしぼり).

Il nome viene dal verbo shiboru (絞る), che significa "strizzare", "torcere". Con davanti il piccolo "o", il prefisso che in giapponese rende onorevole quello che segue. Alla lettera, quindi, oshibori vuol dire qualcosa come "l'onorevole panno strizzato". Un asciugamano strizzato a mano, porto con rispetto.

E non è una moda recente. Affonda le radici secoli fa. Nelle locande e nelle case da tè del periodo Edo, ai viaggiatori che arrivavano stanchi e impolverati dopo giorni di cammino veniva offerto un panno bagnato per rinfrescarsi le mani e il viso prima di entrare. Non era un servizio a pagamento. Era un gesto di benvenuto. Da allora, in quattro secoli, da quel panno il Giappone non si è più separato.

Perché quel piccolo asciugamano è il simbolo di una delle parole più importanti della cultura giapponese: omotenashi. L'arte di prendersi cura dell'ospite. Ma con una sfumatura che da noi quasi non esiste: prendersene cura prima che l'ospite chieda qualcosa.

Tu non domandi l'oshibori. L'oshibori arriva. Nessuno te lo propone come un extra, nessuno te lo mette in conto, nessuno si aspetta che tu lasci qualcosa in cambio. Anzi, e questa è la cosa che ribalta tutto: in Giappone, se provi a lasciare la mancia, spesso il cameriere ti rincorre per restituirtela, convinto che tu abbia dimenticato dei soldi sul tavolo.

Fermati a pensare quanto è diverso dal nostro mondo.

Da noi il buon servizio è una transazione. Spesso, per essere trattato bene, ti aspetti di doverlo pagare: la mancia, il "tenga pure il resto", il di più che lasci perché qualcuno si è preso cura di te. Più lasci, meglio vieni trattato. La gentilezza, in fondo, ha un prezzo, e lo sappiamo entrambi.

In Giappone è esattamente l'opposto. La cura non si compra. Non è un premio per chi paga di più. È lo standard, data a chiunque, con dignità, gratuitamente. Trattare bene un ospite non è un favore extra da ricompensare. È semplicemente il modo in cui si fa.

E allora capisci che quell'asciugamano caldo non serve solo a pulirti le mani. Sta dicendo una cosa, senza una parola: "ti aspettavamo. Sei il benvenuto. E prima ancora che tu ci chieda qualsiasi cosa, ci stiamo già prendendo cura di te."

Da quando l'ho capito, ho iniziato a guardare diversamente la mia idea di gentilezza. A chiedermi quante volte aspetto che qualcuno mi chieda aiuto, prima di offrirlo. Quante volte faccio qualcosa per qualcuno tenendo, da qualche parte, un piccolo conto aperto, aspettandomi qualcosa in cambio.

L'oshibori mi ha insegnato una cosa semplice. La forma più alta di gentilezza non è quella che risponde a una richiesta. È quella che arriva prima. Quella che anticipa il bisogno dell'altro. E che, soprattutto, non presenta mai il conto.

A volte prendersi cura di qualcuno non vuol dire fare gesti enormi. Vuol dire una piccola cosa calda, offerta per prima, senza aspettarsi niente in cambio.

Ho scritto un libro con 19 storie su modi giapponesi di stare al mondo come questo, e su cosa succede quando scegli la strada opposta a quella che ti hanno insegnato.

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05/06/2026

📍In Giappone, prima di concederti il diritto di rompere una regola, ti chiedono di rispettarla alla lettera per anni. Non per piegarti. Ma perché sanno una cosa che noi tendiamo a dimenticare: la libertà vera non si proclama, si conquista.

Esiste una parola che racchiude l'intero cammino di chi vuole imparare qualcosa fino in fondo, in qualunque arte: la spada, la ceramica, la cerimonia del tè, la calligrafia. Si dice shuhari, e dentro tiene tre stadi, tre tempi che nessuno può scavalcare.

Il primo si chiama shu, e vuol dire "custodire la forma". È la stagione in cui imiti il maestro alla lettera. Non interpreti, non metti il tuo tocco, non cerchi la scorciatoia: ripeti il gesto esatto finché non ti scende nelle mani da solo. Rispetti la regola anche quando non ne afferri ancora il motivo. Ti fidi della forma prima ancora di capirla.

Il secondo si chiama ha, e vuol dire "rompere". Quando la forma è diventata davvero tua, e soltanto allora, cominci a incrinarla. Provi le tue varianti, esci dal solco già tracciato, osservi cosa accade se fai diversamente. Non è capriccio: è una crepa che si apre dall'interno, perché finalmente hai le radici per reggerla.

Il terzo si chiama ri, e vuol dire "staccarsi". Qui non segui più alcuna regola e non ne infrangi nessuna, perché le hai assorbite tutte fino a non vederle più. Ti muovi libero. Quello che crei è tuo, inconfondibile, eppure porta dentro, invisibile, ogni ora di disciplina che lo ha reso possibile. La forma non è scomparsa. È diventata te.

Pensa a un apprendista in una bottega tradizionale. Per i primi anni non crea nulla di suo: spazza, osserva, ripete un unico gesto fino allo sfinimento. A noi parrebbe tempo buttato. Per il suo maestro è il contrario esatto: è il tempo in cui la forma smette di essere una regola imposta da fuori e diventa istinto. Il giorno in cui potrà finalmente discostarsi dalle regole non se ne accorgerà neppure, perché a quel punto le regole saranno diventate il suo corpo.

Questo cammino ci riguarda più di quanto sembri.

Noi vorremmo partire dalla fine. Vogliamo essere originali al primo colpo, trovare la nostra voce senza fatica, spezzare schemi che non abbiamo mai imparato. Chiamiamo libertà l'impazienza, e creatività la fretta. Saltiamo lo shu, perché copiare e ripetere ci pare umiliante, roba da chi non ha talento. E così restiamo per sempre dei principianti convinti di essere maestri.

Il bello è che oggi tutto ci spinge in questa direzione. Possiamo sembrare esperti di qualunque cosa nel giro di un pomeriggio: un video guardato di sfuggita, qualche parola raccolta qua e là, e già ci sentiamo autorizzati a giudicare, a riformare, a dettare la nostra versione. Abbiamo confuso l'accesso rapido alle informazioni con il possesso lento di una competenza. Ma le mani non si lasciano ingannare: una cosa la sai davvero solo quando il corpo la sa fare anche senza che la testa ci pensi, e quel sapere non si scarica da nessuna parte. Si suda.

Lo shuhari rimette le cose nell'ordine giusto. Prima la pazienza, poi la libertà. Prima la forma, poi la voce. Chi salta la disciplina non diventa libero: diventa prevedibile. Senza fondamenta, le idee "originali" che ci vengono sono quasi sempre le prime che capitano in mente, cioè le più comuni di tutte. È solo dopo aver assorbito una forma fino al midollo che puoi davvero sorprendere gli altri, e te stesso. Gli anni passati a custodire non sono una gabbia. Sono le ali che ti costruisci senza accorgertene.

Quando mi sorprendo a volere tutto e subito, una competenza nuova, un'arte, perfino un modo diverso di stare al mondo, lo shuhari mi rallenta la mano. Mi ricorda che i lunghi mesi spesi a fare una cosa come si deve, senza saltare un passaggio, non sono tempo sottratto alla mia libertà: sono il prezzo che la rende possibile. Che si comincia obbedendo, si prosegue rompendo, e si arriva, se si arriva, a qualcosa di solo nostro proprio perché siamo passati attraverso tutto il resto.

La libertà non è il punto da cui parte chi crea. È il premio di chi ha avuto la pazienza di imparare.

Ho scritto un libro in cui ho affinato diciannove idee giapponesi, diverse da quelle dei miei post e mai raccontate prima: diciannove forme semplici da custodire, incrinare e poi fare tue, per arrivare alla tua voce senza bruciare gli anni che te la fanno guadagnare.

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05/06/2026

📍L'uomo che ha inventato uno degli sport da combattimento più famosi del mondo era convinto che il vero scopo di una lotta non fosse ba***re l'altro, ma crescere insieme a lui. E ne fece il cuore di tutto il suo metodo.

Si chiamava Kano Jigoro, ed è il padre del judo. Nato in Giappone nel 1860 in una famiglia di produttori di sake, da ragazzo era gracile e veniva preso di mira dai più grossi. Per difendersi, andò a cercare un vecchio maestro di jujitsu, l'arte di lotta dei samurai. Imparò, studiò, confrontò scuole diverse, tolse ciò che riteneva pericoloso o inutile, e nel 1882 fondò una sua disciplina e una sua scuola, il Kodokan. La chiamò judo, "la via della cedevolezza".

Kano però non voleva creare solo una tecnica per atterrare gli avversari. Voleva un metodo per formare persone migliori. E lo riassunse in due princìpi che fece incidere come fondamento del judo. Il primo è seiryoku zenyo: il miglior uso dell'energia, ottenere il massimo con il minimo spreco. Il secondo, quello che mi interessa di più, è jita kyoei. Si traduce più o meno come "benessere e prosperità reciproci". Vuol dire: io e l'altro fioriamo insieme, oppure non è vera vittoria.

Messo a fondamento di uno sport da combattimento, è un principio quasi spiazzante. Perché sul tatami hai davanti un avversario, qualcuno che vuole batterti. Eppure Kano aveva capito una verità semplice e profonda: senza quell'avversario, tu non potresti migliorare affatto. È spingendo contro di lui, ed è grazie alla sua resistenza, che diventi più forte. Se lo distruggi, se lo umili, se lo allontani, resti senza il compagno che ti fa crescere. Per questo nel judo l'altro non è un nemico da annientare: è qualcuno con cui ci si solleva a vicenda. Il partner di allenamento, in giapponese, si chiama proprio "colui che ti aiuta a crescere".

Kano portò questa idea ben oltre la palestra. Inventò un modo per riconoscere i progressi di ciascuno, le cinture che ancora oggi tutti conosciamo, perché ognuno potesse vedere la propria crescita senza doverla strappare a qualcun altro. E dedicò la vita a diffondere lo sport come strumento di educazione, in Giappone e nel mondo. Fu il primo asiatico a entrare nel Comitato Olimpico Internazionale, e si batté per portare i Giochi a Tokyo.

La sua storia ha una fine che dice tutto di lui. Nel 1938, ormai vicino agli ottant'anni, andò fino al Cairo a perorare la candidatura olimpica del suo Paese, e la ottenne. Sulla nave che lo riportava in Giappone, con quella vittoria nel cuore, si ammalò e morì in mezzo al mare. Aveva passato l'intera esistenza a costruire occasioni in cui gli altri potessero crescere. Se ne andò mentre tornava da un'ultima impresa fatta, ancora una volta, non per sé, ma perché tanti giovani avessero un palcoscenico.

Quel jita kyoei mi smuove perché va contro un istinto che conosciamo bene. Siamo cresciuti pensando che la vita sia una gara a somma zero: se tu sali, io scendo; il tuo successo è la mia sconfitta. Guardiamo chi ci sta accanto, al lavoro, tra amici, perfino in famiglia, come un avversario da superare. E così ci ritroviamo a vincere in mezzo a un deserto, circondati da persone che abbiamo battuto, e stranamente soli.

Kano dice un'altra cosa. Che la forma più alta di forza non è quella che schiaccia, ma quella che solleva anche l'altro. Che la persona davanti a te può essere la ragione per cui diventi migliore, non l'ostacolo. E che esiste un modo di stare al mondo in cui il tuo bene e quello di chi ti circonda crescono nella stessa direzione, invece di scontrarsi.

Ci penso quando mi scopro a misurarmi con gli altri, a tenere il conto di chi è davanti e chi è dietro. Mi domando se sto trattando le persone come avversari da superare o come compagni con cui crescere. E quasi sempre, quando smetto di voler vincere su qualcuno e comincio a salire insieme a lui, divento più forte, non più debole.

Si fiorisce meglio in due. La vittoria che lascia l'altro a terra, in fondo, non solleva nessuno.

Ho allenato, nel mio libro, diciannove idee giapponesi come questa, diverse da quelle dei miei post e mai raccontate prima: diciannove pensieri per imparare a crescere insieme agli altri, invece che a loro spese.

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01/06/2026
19/05/2026
16/05/2026

El cinturón no solo cambia la técnica.
Muchas veces también cambia el ego.

Y casi todos los artistas marciales pasan por etapas psicológicas muy parecidas durante su camino.

Cinturón blanco:

El ego suele bajar rápidamente.

Porque el alumno descubre algo incómodo:

no sabe pelear.

Ahí aparecen:

* frustración,
* miedo,
* vergüenza,
* cansancio,
* y humildad forzada.

Es la etapa donde muchos abandonan.

Porque por primera vez sienten presión real,
errores constantes
y diferencia de nivel.

Cinturón amarillo/naranja:

Empieza una etapa peligrosa.

El alumno ya aprendió algunas técnicas,
logra controlar a principiantes
y comienza a sentir que “ya entiende”.

Aquí aparece uno de los egos más comunes en artes marciales:

el exceso de confianza temprana.

Muchos creen que ya saben pelear…
cuando en realidad recién comenzaron.

Cinturón verde/azul:

Aquí muchos desarrollan confianza real.

Ya no son principiantes.

Empiezan a reaccionar mejor,
entender estrategia
y aplicar técnicas bajo presión.

El arte marcial deja de ser solo una actividad…
y comienza a formar parte de su identidad.

Y ahí aparecen dos caminos muy distintos:

* disciplina auténtica,
o
* ego técnico.

Algunos empiezan a entrenar con más humildad,
porque descubren la complejidad real del combate.

Otros comienzan a mirar en menos a principiantes,
discutir constantemente qué estilo es “mejor”
o sentirse superiores por tener más experiencia.

Es una etapa peligrosa,
porque el practicante ya sabe bastante más que un novato…
pero todavía está lejos de dominar realmente el arte.

Cinturón café:

Empieza una crisis silenciosa.

El practicante descubre algo duro:

todavía le falta muchísimo.

Ahí muchos sienten:

* estancamiento,
* desgaste físico,
* lesiones,
* frustración,
* dudas,
* o pérdida de motivación.

Es una etapa donde algunos maduran profundamente…
y otros desaparecen del camino marcial.

Porque aquí ya no basta el entusiasmo.

Ahora se necesita disciplina real.

Cinturón negro:

Aquí el ego puede dividirse completamente.

Y suelen aparecer dos tipos muy distintos.

El primero:

el cinturón negro humilde.

Mientras más aprende,
más entiende todo lo que todavía desconoce.

Suele entrenar tranquilo,
sin necesidad de demostrar nada.

Corrige,
ayuda
y continúa aprendiendo.

El segundo:

el cinturón negro personaje.

Necesita sentirse superior,
hablar como autoridad absoluta
y defender constantemente su estatus.

Muchas veces el cinturón deja de ser aprendizaje…
y se convierte en identidad.

Curiosamente,
muchos maestros antiguos desconfiaban de esto.

Porque entendían algo importante:

el cinturón puede fortalecer el carácter…
o alimentar peligrosamente el ego.

Y el problema más grande aparece cuando alguien:

usa el cinturón para sentirse superior…
en vez de usarlo para seguir creciendo.

Porque el verdadero artista marcial no se reconoce por el color que lleva en la cintura.

Se reconoce por:

* cómo trata a los demás,
* cómo controla su ego,
* cómo actúa bajo presión,
* y cómo sigue aprendiendo incluso después de décadas.

Al final,
hay cinturones extremadamente humildes…
y otros que jamás vencieron su propio ego.

Onorati anche stasera della presenza del Maestro Beltrachini 8* Dan, nel luogo dove si segue la Via della Cedevolezza.
08/05/2026

Onorati anche stasera della presenza del Maestro Beltrachini 8* Dan, nel luogo dove si segue la Via della Cedevolezza.

Indirizzo

Palazzetto Dello Sport Via Donatori Di Sangue
Sarnico
24067

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