10/08/2026
Abbiamo letto, credo un po’ tutti, del grave episodio avvenuto nel Torinese: un automobilista ha investito un gruppo di ciclisti non per un sorpasso azzardato, non per una distrazione, ma con la precisa volontà di colpire il gruppo, tornando indietro dopo averli superati a seguito di un diverbio.
Non parliamo di un f***e isolato, almeno stando alle cronache: i giornali lo descrivono come un artigiano edile, un lavoratore qualunque.
Ed è proprio questo che colpisce. La normalità del profilo, la triste normalità a cui siamo arrivati sulle nostre strade, dove l’ostilità verso chi pedala sembra essersi trasformata in un riflesso quasi automatico.
Qualche tempo fa Tadej Pogačar, uno dei grandi del ciclismo contemporaneo, ha criticato duramente la sicurezza dei ciclisti sulle strade italiane, definendo addirittura “criminali” certi comportamenti degli automobilisti. Parole forti, ma che oggi suonano terribilmente attuali.
È vero: non tutti i ciclisti rispettano alla lettera il Codice della Strada. Capita di procedere in coppia, capita di occupare più spazio del necessario.
Ma nulla, assolutamente nulla, può giustificare un livello di aggressività tale da arrivare a gesti come quello accaduto nel Torinese.
Qualsiasi diverbio, qualsiasi incomprensione, non può trasformarsi in violenza.Certo, i comportamenti aggressivi che vediamo sulle nostre strade hanno anche a che fare – o perlomeno sono aggravati – dallo stato precario dell’asfalto e delle infrastrutture: buche, tratti disconnessi, segnaletica trascurata.
Chi va in bici lo vede ogni giorno, costretto a slalom continui per evitare avvallamenti, tombini sprofondati che nessuno si preoccupa di riportare al livello della carreggiata.
Anche questo contribuisce a generare tensione, incomprensioni e manovre pericolose.
Serve una regolata generale.
Serve perseguire con più efficacia certi comportamenti.
E serve, soprattutto, diffondere una cultura diversa: un ciclista si sorpassa come si sorpassa un’auto.
Non si supera se dall’altro lato arriva un altro veicolo.
Non si rischia la vita di una persona per guadagnare qualche decimo di secondo.
Non si sfiora un ciclista perché “tanto ci sta”.In molti Paesi europei lo abbiamo visto tutti: piccole carreggiate laterali, semplici corsie delimitate da una riga bianca, che già bastano a creare rispetto e distanza.
Non servono grandi opere, serve una mentalità diversa.
Quello che è successo non deve essere archiviato come un semplice fatto di cronaca, ma come un episodio che chiama in causa tutti, a partire dalla politica, dal legislatore e dalle istituzioni – dai Comuni fino al governo centrale.
Le nostre strade devono essere curate meglio: l’esempio dei Paesi vicini non ci fa onore e dimostra che si può fare molto di più con continuità e serietà.
La strada è di tutti, e solo il rispetto reciproco può garantire sicurezza a chiunque la percorra.