Azato Ryu Karate Zevio

Azato Ryu Karate Zevio Studio del Karate stile Shotokan tradizionale, difesa personale e del ‘KI’ anche in forma olistica Nelle Arti Marziali la tecnica è come il cosmo: infinita!

Un buon Maestro di karate-do è colui che non si limita a curare la preparazione dei propri studenti ma se ne prende cura. Non vi sono limiti. Il Karate-Do non è uno sport, ma una disciplina che ti guida nel sentiero verso il lungo percorso della vita. Ci sono gruppi che dicono di fare corsi di karate. Noi non facciamo corsi. Facciamo Karate! Molti dicono di fare il karate per sentire l'energia. Noi non lo diciamo. La ricerchiamo con i fatti! Molti dicono di fare karate 'tradizionale'. Noi cerchiamo di fare anche un Karate realmente efficace nel rispetto della tradizione Marziale. Una cosa è certa! Noi non facciamo un karate commerciale!...

QUESTO PER ANNI E' STATO LO SCOPO DI INTENTI DELL'AZATO RYU KARATE ZEVIO. UNO STILE DIMOSTRATO ANCHE NEL COMPORTAMENTO. CHI NE HA FATTO PARTE E CHI CI HA CONOSCIUTO, POTRA' TESTIMONIARLO. ORA LA STORIA DELL'AZATO RYU PROSEGUE CON IL NOME AZATOMUSHINKAI IL SUO MAESTRO E I SUOI NUOVI ASSOCIATI

11/09/2026

DUE ANNI FA: LA COERENZA DEL MAESTRO, di Sergio Roedner

Quanti mettono in dubbio l’autenticità delle parole con cui il maestro Hiroshi Shirai si dimette dal Consiglio Direttivo della Fikta per favorire il ricambio generazionale e l’unificazione con la Fijlkam, se non sono in cattiva fede, mancano clamorosamente di memoria storica. Periodicamente Yoi ripubblica una foto famosa, quella dello scioglimento della Fesika nel novembre del 1978 per confluire, insieme alla FIK di Ceracchini, in una nuova federazione unitaria, la Fikda.
Lasciamo perdere per un attimo le conseguenze di quella decisione: i dieci anni di confronto e di scontri che portarono dieci anni dopo alla nascita della Fikta, Federazione Italiana Karate Tradizionale. Guardate per un attimo le facce perplesse e poco convinte dei maestri e degli istruttori, famosi e meno famosi, che votarono quasi unanimemente per l’unificazione. Che cosa li convinse?
FU L’INTERVENTO, BREVE MA DECISIVO, DEL MAESTRO SHIRAI, che in italiano comprensibilissimo si dichiarò convinto della necessità della fusione, per il bene del karate italiano, per il riconoscimento del CONI e per veder sventolare (e a questo punto si commosse) la bandiera italiana dal pennone più alto. Chi scrive era presente, si commosse anche lui, ma settariamente votò no.
Quasi mezzo secolo dopo, la storia sembra ripetersi, ma la situazione è diversa. Allora a unirsi erano due federazioni sportive di diverso peso politico: col tempo la dirigenza romana tolse fiato e spazio al nostro gruppo, rendendo pressoché inevitabile la nuova scissione e la nascita della Fikta.
Adesso, nero su bianco, cambiati gli uomini e le teste, si riconosce che a cercare un’intesa sono due gruppi qualitativamente diversi: la federazione ufficiale del karate sportivo e la più importante organizzazione del karate tradizionale Shotokan, espressione del lavoro svolto in Italia dal maestro Shirai dal 1965 ad oggi. La diversità del karate tradizionale è sancita da una commissione della quale fanno parte alcuni dei nomi più noti e affidabili del nostro ambiente.
L’obbiettivo è però oggettivamente lo stesso di allora: unificare le forze più significative del karate italiano per dare maggior compattezza e profondità a questa disciplina. E’ naturale che il maestro Shirai si dichiari favorevole, mettendo al servizio del nuovo progetto la figlia Yuri, nonché il genero e alcuni dei maestri a lui vicini. Chi non capisce questo, capisce ben poco della storia del karate italiano.

Da sinistr in terza fila i maestri Capuana, Tammaccaro, Montanari, Fugazza, Fabozzi; più a destra, con i capelli lunghi, la barba e gli occhiali, l'autore di questo articolo.

04/09/2026
26/07/2026
13/07/2026

I ricercatori hanno fatto una scoperta davvero straordinaria in Argentina, portando alla luce i fossili di una specie di dinosauro predatore finora completamente sconosciuta: questo gigante della preistoria è stato battezzato dagli scienziati con il nome di Joaquinraptor casali e ha vissuto nella regione della Patagonia circa 66 milioni di anni fa, proprio durante l'ultimo periodo dell'era dei dinosauri, poco prima che l'asteroide ne causasse l'estinzione totale.
Le sue dimensioni erano impressionanti: gli esperti hanno calcolato che questo animale poteva raggiungere i sette metri di lunghezza e superare abbondantemente le 10 tonnellate di peso. La caratteristica fisica che ha colpito di più gli studiosi riguarda le sue braccia: quando pensiamo ai grandi dinosauri carnivori, come il famosissimo Tyrannosaurus rex, siamo abituati a immaginarli con braccia cortissime e quasi inutilizzabili. Il Joaquinraptor, invece, faceva parte di un gruppo chiamato megaraptoridi ed era l'esatto contrario: possedeva degli arti anteriori enormi, lunghi, estremamente muscolosi e armati di artigli giganteschi. Questo significa che per cacciare e immobilizzare le sue prede non usava soltanto la forza della bocca, ma sfruttava moltissimo la potenza delle sue braccia.
Tuttavia, la sorpresa più incredibile e ravvicinata per i paleontologi è arrivata analizzando i dettagli della sua bocca: incastrato tra i denti e le ossa della mascella, i ricercatori hanno trovato il fossile intatto della zampa anteriore di un antico coccodrillo dell'epoca. Questo tipo di ritrovamento è più unico che raro nella paleontologia: è come aver trovato una fotografia ravvicinata dell'ultimo pasto del dinosauro prima di morire. Questa prova diretta ci spiega con assoluta certezza cosa mangiava questo predatore, confermando che l'animale andava a cacciare anche nei pressi di fiumi e paludi, sfidando altri temibili rettili acquatici del suo tempo. Lo scheletro è stato ritrovato in condizioni di conservazione eccezionali, e questo permetterà agli scienziati di capire molto meglio come funzionava l'ecosistema del passato e come vivevano i più grandi e temibili cacciatori della Terra.

30/06/2026

Il Tàijíquán è un’Arte Marziale molto famosa, ma non tutti sanno che è anche la più sofisticata e micidiale tra tutte quelle conosciute dalla massa.

14/03/2026

DI PADRE IN FiGLIO, di Ludovico Ciccarelli

Durante la mia permanenza in Giappone negli anni 80, oltre a frequentare l'Hombu Dojo JKA e l'Hoitsugan di Nakayama Shihan, passavo il mio tempo a visitare i dojo di illustri Maestri .

Ricordo con piacere l'incontro con il Maestro Hirokazu Kanazawa nel suo piccolo dojo di shinjuku-ku dove trovai bambinetto il figlio Nobuaki .

Vedevo il Maestro che seguiva con trepidazione e lo sguardo di padre il proprio figlioletto che da poco aveva iniziato karate.

Nobuaki Kanazawa ora è il leader della Shotokan karate international ma non perché solo fosse il figlio del Maestro. Direi che Nobuaki ha ereditato con grande attenzione e dedizione tutto il sapere del padre dimostrando sul tatami le sue indubbie capacità tecniche oltre ad evidenziare un grande talento e carisma. Ma,di qui, volevo arrivare a quanto sia bello e gratificante per un padre donare la propria conoscenza ad un figlio e di quanto questo possa rappresentare nella sua essenza e totalità. Nel karate è pieno,fortunatamente, di esempi di padri ,illustri e meno illustri, che hanno avuto la fortuna di avere dei figli che hanno seguito la VIA, qualcuno anche con grandi e prestigiosi risultati.

Ebbene, questo è un dono, un importante tassello che suggella un prezioso passaggio nella vita, il trasmettere una idea,un pensiero,un contenuto. Bellissima l'immagine di un padre che corregge con amore,affetto e la giusta severità, il proprio figlio in questa nobile disciplina. Che bello essere negli occhi di un padre che scruta i movimenti del proprio ragazzo, il frutto di tanto amore e di quella profonda attenzione che solo un padre può elargire al proprio sangue.

E poi.....i padri invecchiano e ci lasciano , e rimangono loro,i nostri figli che continueranno quella pratica che non è solo fatta di calci e pugni, c'è molto di più.

E che il ciclo possa non interrompersi mai e che lo stupendo rapporto padre figlio possa continuare a vivere nei prossimi tempi con quello spirito e ardore che lo deve caratterizzare.

27/02/2026

道 (DŌ) — La Via che cambia significato

Il kanji 道 oggi viene tradotto come “Via”.
Ma non ha sempre significato la stessa cosa.

In Cina antica, da cui proviene, 道 (Dao) era principio cosmico.
Nel pensiero di Laozi è ciò che precede cielo e terra, ciò che non può essere nominato.

Quando il carattere arriva in Giappone accade qualcosa di sottile:
perde parte dell’astrazione e diventa pratica concreta.

Non più soltanto principio universale.
Ma gesto ripetuto.

首 oggi significa “testa”.
Nei contesti arcaici indicava anche ciò che si conquista, ciò che si prende. Non era un simbolo gentile.

辶, il radicale del cammino, è graficamente una strada che curva.
Non è una linea retta.

La Via non è disegnata come direzione diretta.
È deviazione. È movimento che aggira.

Nel periodo Edo (1603–1868), in una società ormai pacificata, molte arti militari cambiano funzione.

Il combattimento reale diminuisce.
La pratica rimane.

È qui che molte discipline smettono di essere jutsu (tecnica per vincere) e diventano dō (percorso di formazione).

剣術 → 剣道
柔術 → 柔道

Non è solo un cambio di nome.
È un cambio di epoca.

Quando non devi più sopravvivere sul campo di battaglia, puoi trasformare la tecnica in disciplina interiore.

Una differenza che quasi nessuno nota

In giapponese esistono varie parole per “strada”:

道 (michi)
路 (ro)
街道 (kaidō)

Ma solo 道 diventa suffisso spirituale.

Non si dice 書路 per la calligrafia.
Si dice 書道.

Ro è infrastruttura.
Michi è attraversamento.
Dō è esperienza che modella chi la percorre.

La Via non è progresso lineare

Nella cultura occidentale, “percorso” implica avanzamento.
Un prima e un dopo.

Nel dō tradizionale si ritorna sempre allo stesso gesto.

Nel kendō si ricomincia dal colpo base.
Nel sadō si ripete la stessa sequenza.
Nello shodō si scrive mille volte lo stesso carattere.

Non per arrivare altrove.
Ma per attraversarlo in modo diverso ogni volta.

La Via non è andare avanti.
È approfondire.

Kaizen e Dō

Il kaizen nasce nel contesto industriale del Novecento: miglioramento continuo, micro-aggiustamenti, efficienza.

Il dō è più antico.
Non nasce per ottimizzare.
Nasce per trasformare.

Il primo guarda al sistema.
Il secondo al praticante.

Eppure convivono nella mentalità giapponese contemporanea.

Quando si scrive 道 nello shodō, l’ultimo tratto lungo e curvo non chiude il carattere.

Si estende.
Esce.
Non ritorna al centro.

La forma stessa suggerisce che la Via non si chiude su sé stessa.

Haiku

道ばたに
立ち止まる影
春の風

Michi bata ni
tachidomaru kage
haru no kaze

Sul bordo della via
un’ombra si ferma —
vento di primavera.

— Matsuo Bashō

La Via non è solo camminare.
È anche fermarsi.

In Giappone non si chiede spesso “qual è il tuo obiettivo?”.
Si osserva cosa pratichi con costanza.

Perché ciò che pratichi diventa la tua Via.
E la tua Via, nel tempo, diventa la tua forma.



Indirizzo

San Felice Del Benaco

Orario di apertura

Lunedì 18:00 - 22:00
Mercoledì 18:00 - 22:00
Giovedì 18:00 - 22:00
Venerdì 20:00 - 22:00

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