27/03/2022
La cura delle cose è un aspetto che divide.
C'è chi la inquadra nel materialismo e le imputa uno sviamento dall'essenziale; c'è invece chi ritiene che l'essenza si estrinsechi anche in come tratti e dai valore agli oggetti, che così diventano espressione di te e della tua personalità.
Nel judo, la cura delle cose ha un forte aspetto simbolico, che si riallaccia al sentire dell'animo e alla costruzione dei principi disciplinari legati ad alcuni gesti.
Ripiegare con meticolosità il judogi (comunemente ma erroneamente chiamato kimono) sublima un fatto materiale in una sensazione dello spirito, che richiama calma, amore per lo strumento che ti fa felice e senso di appartenenza ad una comunità che ti rende fiero.
E così, avere a cuore le sorti di un ambiente - la scuola, il dojo - diventa naturalmente il modo di investire nel proprio futuro, di riporvi rispetto, di aberrare ciò che potrebbe distruggerlo.
La sensazione è esattamente quella che separa il grado di affezione per un oggetto che hai comprato rispetto ad un oggetto che ti sei costruito da O, prestando attenzione alla scelta dei materiali, dei colori, alla sua manutenzione.
In ambito neurocognitivo, la cura degli ambienti produce conoscenza, implementa le capacità spaziali e favorisce lo sviluppo delle funzioni esecutive legate all'organizzazione e alla pianificazione.
In Italia, dove le briglie al sistema educativo stanno conducendo all'anarchia infantile, vedere un bambino che pulisce il proprio banco darebbe luogo ad un servizio giornalistico per sfruttamento del lavoro minorile.
Il judo, per contro, è una piccola oasi felice che sfida questa deriva e che ha il dono di creare le condizioni affinché il bambino possa costituire precocemente un giusto equilibrio tra il sé e ciò che userà per crescere e sentirsi uomo/donna.
Mica poco!
Fdm
www.educajudo.com