07/06/2026
“Iga Świątek ha reso molto visibile il lavoro con la psicologa Daria Abramowicz, Coco Gauff parla spesso di salute mentale, Naomi Osaka ha aperto una faglia enorme sul tema. Ma i discorsi dopo le vittorie sono in genere più classici e più ristretti, non si va oltre il coach, la famiglia, il mio staff - dicono. Oggi una diciannovenne che vince uno Slam può dire apertamente di aver parlato con la psicologa prima della semifinale e della finale. Non la mental coach. È un'altra cosa. E lo fa descrivendo tutto come una parte del lavoro, senza vergogna e senza retorica. I giovani che parlano di salute mentale sono ormai quasi un luogo comune. Ma è vero che per molti nati prima della Gen-Z andare dallo psicologo significava avere un problema. Si diceva piano, quando si diceva. Era una cosa privata, da nascondere.
La Gen-Z ha spostato il senso della frase. Andare dalla psicologa significa essere al lavoro su sé stessi. Nel 2026 circa un terzo dei 18-29enni negli USA valuta la propria salute mentale, molto più degli adulti sopra i 50 anni.
Hanno meno difficoltà a parlarne.
Il tennis è uno sport dove la testa è decisiva più che in altri, ma la sua funzione è stata raccontata con parole come carattere, grinta, freddezza, paura. Etichette. Il discorso di Mirra dice che la testa si allena, che esistono strumenti, che una professionista gliene ha dati e lei li ha usati. E come portare la psicologia nello stesso spazio della preparazione fisica. Nei programmi di mental skills per giovani tennisti si insiste proprio sull'idea che si tratti di una competenza allenabile.
La Gen-Z ha rotto lo stigma non perché sia più fragile, come amiamo dire noi adulti o molto adulti, ma perché ha meno interesse a difendere l'idea di invulnerabilità.
Non significa certo vivere tutto bene. I dati dicono che stress, ansia, isolamento, pressione economica e social media pesano parecchio. Il rapporto Stress in America descrive giovani adulti e millennial come molto gravati da preoccupazioni finanziarie e isolamento. La novità è che non accettano il patto del silenzio e della vergogna.
Se la mente lavora e si allena, se ne può parlare.
Nel caso di Andreeva c'è un meraviglioso dettaglio in più. E una ragazza all'inizio della carriera. Non ha dovuto prima diventare adulta, cadere, sparire e magari tornare per capire che le serviva aiuto. L'ha fatto crescendo, l'ha fatto vincendo. Una psicologa è entrata più spesso nel racconto sportivo per un burnout o per degli attacchi di panico. Andreeva l'ha portata col sorriso dentro la costruzione della vittoria. Senza più fingere che essere campionessa significhi avere un talento senza crepe.”
Quando l’ultima palla è caduta sulla terra rossa, pure Mirra Andreeva si è lasciata andare, ma così, senza tanta convinzione e tanto stupore. Ha messo le due manine davanti ...