21/02/2020
Ieri ad allenamento finito ero distrutto.
Piegato su me stesso, sfiancato da una settimana faticosa.
I libri, il lavoro, gli allenamenti.
Con le mani sulle ginocchia, piegato, mi sono fermato ad osservare il campo.
Un attimo di tranquillità, con qualche compagno che calciava ancora in porta.
Uscendo, uno di loro, visibilmente sfiancato urla: “Ma chi me lo ha fatto fare?”
Non voglio contraddirlo, lo sto pensando anche io.
Insomma, è anche naturale pensare che ad un certo punto, se non ce la fai, è meglio lasciar stare.
No?
Eppure c’è sempre qualcosa che frena.
La nostalgia dello spogliatoio dopo due giorni e tutte quelle robe lì che solo un giocatore può capire.
Intanto il fiato si è schiarito.
La vista è meno annebbiata e sul campo c’è ancora qualcuno che calcia, manco a dirlo, il capitano.
Sembra stia calciando la palla della vita ad ogni rincorsa.
È il più vecchio, ma non si rassegna.
E chissà da quanto lo fa.
Ma allora, forse, non è poi nemmeno naturale pensare che a una certa bisogna lasciar perdere.
Non abbiamo iniziato per qualcosa, ma solo per urlare “Goaaal” e magari vincere qualche stupido campionato.
Mi alzo, do un’ultima occhiata.
È il panorama più bello de mondo.
È proprio vero:
Non è dove sono arrivato, ma perché sono arrivato.
Nel mio caso, come in quello di qualsiasi altro dilettante, non ci può essere che amore.