01/04/2026
Fa male dirlo, ma tre Mondiali consecutivi senza Italia non sono una coincidenza. Sono una diagnosi.
Sono nato negli anni ’70 e ho avuto la fortuna di vivere un calcio che era molto più di uno sport. I Mondiali erano un rito collettivo, un linguaggio comune, un momento in cui quartieri, amici e ragazzi si ritrovavano davvero.
E lo dico senza retorica: il calcio non è mai stato il mio primo amore. Ho sempre amato gli sport da contatto, l’atletica, il pugilato. Gli sport dove la fatica è vera e la disciplina non si racconta, si pratica.
Forse proprio per questo oggi colpisce ancora di più vedere che il calcio, lo sport che muove più soldi, più attenzione e più visibilità, sia anche quello che mostra la crepa più profonda.
Qui non siamo più nel campo delle opinioni. Siamo davanti a un problema strutturale.
Se per tre volte restiamo fuori dai Mondiali, significa che qualcosa nel sistema si è rotto. Nella ricerca del talento. Nella formazione. Nella distribuzione degli investimenti. Nella cultura sportiva.
Il mio invito è ai brand che investono nella Nazionale, a quelli che investiranno, e allo Stato: serve un’alleanza vera. Non simbolica.
Quei milioni che non verranno spesi per i Mondiali diventino un nuovo inizio. Investiamoli nei ragazzi, nei territori, negli impianti, nelle scuole, nei quartieri. Ma soprattutto nei tecnici e nelle persone meritevoli. Basta club, rendite e piccoli feudi.
Perché il punto non è tornare ai Mondiali.
Il punto è tornare a meritarceli.
E i Mondiali, quelli veri, cominciano da un pallone che rotola in un paesino sperduto d’Italia.Questa versione è entro il limite massimo di Instagram.