Fighters Life

Fighters Life Un nuovo spazio dedicato allo sport da combattimento dove troverete interviste ai campioni del presente e del passato ad affermati maestri e tutorial ...

🥊 Il pugilato sbarca ad Amici di Maria De Filippi!Dopo ballerini e cantanti, quest’anno arriva una novità che farà sicur...
07/09/2026

🥊 Il pugilato sbarca ad Amici di Maria De Filippi!
Dopo ballerini e cantanti, quest’anno arriva una novità che farà sicuramente discutere: la boxe entra nel mondo di Amici.
Un’opportunità per far conoscere ancora di più la nobile arte a un pubblico enorme… oppure un contesto che rischia di snaturarne l’essenza?
Senza pregiudizi: voi da che parte state? Favorevoli o contrari? E soprattutto… perché? 👇🥊

06/09/2026

In questa domenica pomeridiana, regalate ai vostri occhi un viaggio nella storia. 🥊
Riassaporate la grandezza di un campione immenso, di un uomo che ha trasformato ogni battaglia in leggenda: Roberto “Manos de Piedra” Durán.
Il ring, il sudore, la rabbia, il coraggio.
Ogni movimento, ogni colpo, ogni sguardo raccontava la storia di un guerriero.
Oggi lasciamo parlare le immagini… perché certe leggende non hanno bisogno di essere raccontate.
Vanno semplicemente rivissute. 🥊🔥

Il suo nome di battaglia è “THE GENTLEMAN”. Ma prima di dirvi di chi sto parlando, voglio raccontarvi una storia. Una di...
02/09/2026

Il suo nome di battaglia è “THE GENTLEMAN”. Ma prima di dirvi di chi sto parlando, voglio raccontarvi una storia. Una di quelle storie che nella boxe nascono quasi per caso, lontano dai riflettori, e che soltanto con il tempo ti fanno capire quanto fosse grande il viaggio. Era un dilettante con tanto coraggio e pochi risultati. Non era un fenomeno, combatteva tra alti e bassi, come la maggior parte dei ragazzi che salgono sul ring inseguendo un sogno. Parlare di professionismo, in quegli anni, sembrava quasi come voler raggiungere Marte a piedi. Poi arrivò l'incontro con colui che avrebbe cambiato per sempre il suo destino: il maestro Simone Autorino. Era giovane anche lui, con una voglia enorme di farsi strada tra tanti mostri sacri agli angoli delle palestre romane. Entrambi crescevano, match dopo match. Cambiava la mentalità, aumentavano le risate, gli allenamenti diventavano sempre più duri, e tra loro nasceva quell'intesa che non ha bisogno di essere spiegata: una fratellanza costruita sul ring, giorno dopo giorno. Lui si affidò completamente a quel giovane tecnico che aveva una voglia feroce di dimostrare, soprattutto a quell'angolo, di saperci fare davvero. Dieci anni fa arrivò la decisione comune: passare professionista. Con la stessa mentalità di oggi, quella bella e f***e convinzione di chi dice: “Come va, va. Sarà comunque un successo. Non ci interessa.” Otto vittorie consecutive. Ma sempre con i piedi per terra. Sempre quella gentilezza, quello spirito di sacrificio, quella fame silenziosa che cresceva dentro il ring e all'angolo. E, insieme, sempre più consapevolezza del percorso che stavano costruendo. Poi arrivò il nono match. Una proposta interessante: andare in Sardegna per sfidare un vero campione. Uno che nella sua bacheca aveva già una Coppa Italia, quattro titoli italiani, IBO Mediterraneo, IBF Mediterraneo e IBF International. E che, dopo la sconfitta per l'IBF International, cercava il rilancio proprio attraverso il titolo italiano: Salvatore Erittu. L'occasione era ghiotta. E tutti erano consapevoli che quel ragazzo, che fino a poco prima stava semplicemente vivendo il sogno del professionismo, si sarebbe ritrovato a disputare un titolo italiano. In Sardegna. Contro ogni pronostico. Il Gentleman del ring lasciò tutti a bocca aperta. Da semplice sfidante, un po' come Rocky, uscì tra gli applausi del pubblico presente. Due giudici su tre diedero la vittoria al pugile di casa, ma soltanto per due punti. E allora qualcosa cambiò davvero. Quello fu il momento in cui un ragazzo che considerava già il professionismo un punto di arrivo iniziò a pensare che forse poteva diventare non soltanto un pugile professionista, ma anche un campione. E, dall'altra parte, c'era la certezza di aver trovato un tecnico capace di capire e sfruttare fino in fondo le sue qualità. La festa era soltanto rimandata. Ladispoli, 13 luglio 2019. Dopo appena due anni, arriva il primo vero colpo: il titolo italiano. E già questa sarebbe la trama perfetta per un romanzo. Ma da quel momento accadde qualcosa. Alzare una cintura iniziò a diventare quasi la normalità. Arrivò il titolo IBO International vacante. E poi l'occasione all'estero. Perché mentre fuori dall'Italia iniziavano a capire la bravura di quel ragazzo, nel nostro Paese molti continuavano a guardarlo con un certo distacco. Quel velo di scetticismo. Quel retrogusto del: “Sì, però… ma vediamo…”. Germania. Una nuova occasione. E a quel punto, perché fermarsi? Se erano arrivati fino a lì, perché non provarci ancora? Maestro e pugile ormai erano uniti da una convinzione diversa. Non più soltanto quella del “proviamoci”, ma quella di poter davvero competere con tutti. Roman Fress. WBO Intercontinental. Ne uscì uno spettacolo. Addirittura un arbitro assegnò un punto di vantaggio a Fress. Una sconfitta, sì. Ma di quelle sconfitte che hanno il sapore della grande impresa. E forse, tornando a casa, pensarono: “Adesso vogliamo giocarcela con tutti.” Intanto a Guidonia arriva Lacrosse. È il 2022. In palio c'è il titolo IBF International. Match finito ai punti. Vittoria. Ma quella trasferta tedesca, probabilmente, aveva lasciato qualcosa anche al popolo della boxe tedesca. Perché il nostro campione viene richiamato nuovamente in Germania. Questa volta contro Harth. E ancora una volta arriva un verdetto che lascia l'amaro in bocca, un risultato che, a parti inverse, probabilmente avrebbe avuto ben altro esito. Il tragitto fino a oggi era stato lungo. Forse, a un certo punto, si saranno detti: “Anche se finisse qui, considerando da dove siamo partiti, possiamo essere più che soddisfatti.” Poi arriva una chiamata da Londra. Frank Warren. Main event della serata. Davanti c'è Ellis Zorro, 16 vittorie, nessuna sconfitta. E immagino la domanda: “Che facciamo? Andiamo?” La risposta, probabilmente, fu quella di sempre: “Ovvio maestro. Che abbiamo da perdere?” Londra. Un'altra battaglia. Un arbitro dà 94-96 a favore del pugile di casa. Due punti. Il titolo WBO dei cruiser resta a Londra. E ancora una volta, però, non c'è vergogna. Solo orgoglio. “Maestro, possiamo essere soddisfatti?” “Certo che sì. Abbiamo affrontato i match sempre a testa alta. E anche nelle sconfitte siamo stati applauditi.” Sono passati due anni dal match contro Zorro. Due match più tranquilli. Poi quella domanda che ormai accompagna ogni nuova sfida: “Ci vogliamo togliere un'altra soddisfazione?” Chi avrebbe mai potuto immaginare l'occasione europea? EBU Silver. “Dai maestro, proviamoci.” 20 giugno 2025. Santa Marinella. Arriva Carlos Alberto Lamela. In palio c'è l'EBU Silver. Ancora una volta tra lo scetticismo di molti. Ancora una volta una cintura finisce nella sua bacheca. E ora? Ora non ci si può più fermare. Perché arriva l'occasione della vita. Meno di un anno dopo quel titolo europeo, quello vero. Quello Gold. Quello che fa quasi paura anche solo a pronunciarlo. Davanti, una montagna: il polacco Robert Parzęczewski, 35 vittorie, 20 per KO. Signori, sto parlando di Luca D'Ortenzi. Perché quel giorno, compreso il sottoscritto, che ha seguito praticamente tutta la sua carriera, avrà pensato: “Impossibile. Difficile. Se va bene finisce ai punti. Il polacco lo mette giù…” Ho sentito di tutto. Ma Luca, ancora una volta, aveva una consapevolezza diversa. Ricordo un'intervista nella quale disse, in sostanza: “Se fossi il mio avversario, non sarei tanto tranquillo. Sono consapevole della sua bravura e della sua forza, ma deve fare attenzione.” E quella sera è arrivata una sinfonia. Una sinfonia stupenda. All'angolo, la perfezione di un maestro d'orchestra. Sul ring, lui. Un assolo dopo l'altro. Fino a portarlo sul tetto d'Europa. Questo ragazzo merita ogni singola cintura, ogni singolo obiettivo raggiunto. Mai fuori dalle righe. Sempre disponibile. Sempre pronto a ogni battaglia alla quale è stato chiamato. Siamo orgogliosi di avere un campione come Luca D'Ortenzi. Ma la verità è che tutta la sua storia, anche senza una sola cintura, sarebbe già la storia di un campione. Perché ci sono pugili che diventano campioni quando alzano una cintura. E poi ci sono uomini che dimostrano di esserlo molto prima. Luca è uno di questi. E accanto a lui, per tutto questo viaggio, un grande tecnico: Simone Autorino, che ha saputo costruirsi insieme al suo pugile, crescendolo match dopo match, sconfitta dopo sconfitta, vittoria dopo vittoria. Due uomini. Un angolo. Un sogno iniziato quando il professionismo sembrava Marte. E oggi, quel sogno, li ha portati sul tetto d'Europa. Con affetto e amicizia,
Alberto Frati.

Roma si prepara a vivere un autunno caldo. 🔥 E questa volta non è soltanto una frase. È arrivata come un fulmine a ciel ...
01/09/2026

Roma si prepara a vivere un autunno caldo. 🔥 E questa volta non è soltanto una frase. È arrivata come un fulmine a ciel sereno la notizia di una sfida che farà ba***re il cuore a chi ama davvero la noble art. Una sfida tutta italiana. Due pugili forti. Due storie profondamente diverse. Due strade percorse in modo completamente differente che, il 21 novembre, finiranno per incrociarsi sullo stesso ring. Da una parte ci sarà Pasquale Barile, 25 anni. Un ragazzo che il pugilato lo ha portato praticamente in giro per il mondo. Ha accettato ogni tipo di match, senza paura della distanza, del nome dell’avversario o del luogo in cui comba***re. È arrivato fino in Canada, costruendosi la propria strada combattimento dopo combattimento. Il primo titolo è arrivato contro Patrizio Santini, in una sfida in una sfida che ne ha consacrato anche la categoria di peso. Poi, in Danimarca, è arrivata l’impresa. Il mondialino IBF contro Elias Idrissi. Una notte che Barile ha trasformato in una dichiarazione di forza, chiudendo tutto con un pesantissimo KO alla seconda ripresa. Da quel momento, ancora viaggio. Ancora boxe. Ancora ring. Spagna. Canada. Un continuo girovagare nel mondo della noble art, accompagnato anche da due sconfitte ai punti. Ma ogni sconfitta, per chi continua a comba***re, diventa parte del viaggio. Dall’altra parte dell’angolo ci sarà “La Furia del Quadraro”, Armando Casamonica. 26 anni. Un ragazzo cresciuto a pane e pugilato. Una lunga esperienza nel dilettantismo nazionale, i titoli assoluti e una carriera costruita con l’idea precisa che prima o poi sarebbe arrivato il momento del salto tra i professionisti. Quel momento arrivò nel 2020. Da allora, vittorie su vittorie. Fino al primo, importante titolo da professionista. Ancora un mondialino IBF. E ancora una volta, davanti a lui, Patrizio Santini. Casamonica non lasciò spazio alle interpretazioni: vittoria per KO al suo primo grande appuntamento da professionista. Da lì, la bacheca di Armando cominciò a riempirsi. Due titoli italiani. Un EBU Silver. Poi arrivò la sfida per il titolo d’Europa. Un sogno che sembrava lì, a portata di guantoni, ma che venne interrotto da un taglio che impedì al match di proseguire. E poi ancora il grande palcoscenico nordamericano. Il gigantesco evento tra Tyson e Paul. Una notte internazionale, davanti agli occhi del mondo, terminata con un verdetto che, a detta di tutti, fu ingiusto. Ma adesso tutto questo è alle spalle. Perché il 21 novembre non conteranno i chilometri percorsi da Barile. Non conteranno i titoli conquistati da Casamonica. Non conteranno le vittorie, le sconfitte, i viaggi, le ferite o le occasioni mancate. Ci saranno loro. Uno di fronte all’altro. Due pugili italiani che hanno seguito strade diverse e che ora si ritrovano nello stesso punto. Sul ring. E questa volta, per entrambi, sarà molto più di un combattimento. Sarà un match di rilancio nel pugilato che conta. In palio ci sarà il titolo IBO Continental. Ma oltre quella cintura ci sarà qualcosa di ancora più importante: la possibilità di riprendersi un posto, di dimostrare ancora una volta chi sono e quanto valgono. Il 21 novembre non sarà soltanto Barile contro Casamonica. Sarà una storia italiana. Una storia fatta di sacrificio, coraggio, viaggi, cadute e rinascite. Una storia che dovrà essere scritta sul ring, round dopo round, colpo dopo colpo. E alla fine, quando suonerà l’ultima campana, resterà una sola certezza: che vinca il migliore. Che vinca il più meritevole. Ma soprattutto… che vinca il pugilato italiano. 🇮🇹🥊 , , ,

Potrebbe essere la sceneggiatura di un film. Una di quelle storie che, se qualcuno te la raccontasse, faresti fatica a c...
01/09/2026

Potrebbe essere la sceneggiatura di un film. Una di quelle storie che, se qualcuno te la raccontasse, faresti fatica a credere che sia realmente accaduta. E invece è la vita di Angelo Morejon, “El Terrible”., un ragazzo che amava il pugilato, il suo sogno era arrivato fino alla Nazionale cubana e che sembrava avere davanti a sé una strada già tracciata. Poi è nata sua figlia e Angelo ha scelto di fermarsi. Due anni lontano dal ring, due anni nei quali ha avuto il tempo di guardarsi dentro, di capire chi fosse davvero e soprattutto dove volesse andare. Forse aveva capito che quello non era più il suo posto. Poi una madre in Italia, un legame che chiamava, e forse dentro di lui cresceva anche il sogno di ricominciare, di vivere in una terra diversa, di ritrovare le proprie radici. Il ritorno al pugilato, nuovamente la nazionale e quella sfida contro la nazionale Russa. È così che è arrivato in Russia. E poi tutto è cambiato. La fuga, il viaggio verso la rotta Balcana, la strada percorsa a piedi durante la notte, nel buio più totale. Non soltanto il buio della notte, ma quello dei pensieri, delle paure, delle domande e di un futuro che ancora non aveva un volto. Chissà se in quelle camminate, affrontando salite e passaggi tortuosi, Angelo riusciva anche soltanto a immaginare dove sarebbe arrivato. Chissà se avrebbe mai pensato che un giorno i figli di quella nazione che sognava avrebbe gridato il suo nome, che un movimento intero avrebbe iniziato a tifare per lui, a riconoscere la sua forza, il suo talento, il suo carattere. Angelo è stato adottato dall’Italia dal calore del suo popolo. E forse questa è la parte più bella della sua storia: perché ci sono volte in cui una nazione non è soltanto il luogo in cui nasci, ma è il luogo in cui finalmente senti di appartenere. Oggi quel ragazzo che ha attraversato il buio è il numero 5 del ranking WBC nella categoria Bridgerweight. A novembre sarà protagonista di una semifinale mondiale per la sigla più importante del pugilato la WBC. Davanti a lui, il 12 ottobre 2026, ci sarà W***y Kyakonye, ugandese di nascita e naturalizzato olandese, numero 9 WBC, con 14 vittorie e ben 13 successi prima del limite, oltre a diversi titoli WBF conquistati. Ma nel pugilato arriva sempre un momento in cui i numeri devono lasciare spazio al cuore, alla volontà, alla fame e alla storia di chi sale sul ring. Kyakonye non ha ancora affrontato un pugile del livello di Morejon. E Angelo sa che questa potrebbe essere la notte capace di cambiare tutto e spalancare la porta ad un mondiale. Perché oggi, piaccia o non piaccia, è lui a rappresentare una delle ultime grandi speranze del pugilato italiano di tornare sul tetto del mondo. E allora viene quasi da chiedersi cosa abbia pensato Angelo durante quelle notti nei Balcani, mentre camminava senza sapere cosa lo aspettasse. Forse non poteva immaginare che un giorno avrebbe combattuto per un sogno mondiale portando sul petto e nel cuore i colori dell’Italia. Forse non poteva sapere che il Paese che cercava sarebbe diventato il Paese che lo avrebbe amato. La vita a volte prende strade che non comprendiamo. Ti porta lontano, ti mette alla prova, ti fa cadere e poi, quando meno te lo aspetti, ti conduce esattamente dove dovevi arrivare. Angelo Morejon oggi non combatte soltanto per una cintura. Combatte per tutto il viaggio che lo ha portato fin qui. Per sua figlia, per sua madre, per il passato che non può cancellare e per un futuro che adesso ha finalmente anche i colori dell’Italia. Che vi piaccia o no, il sogno mondiale passa da lui. E questa, forse, è la parte più incredibile di tutta la storia: il finale deve ancora essere scritto.Che fantastica storia è la vita!

Ringrazio ancora il maestro Simone D’Alessandri per l’intervista esclusiva rilasciata prima dell’incontro.Dopo il match ...
31/08/2026

Ringrazio ancora il maestro Simone D’Alessandri per l’intervista esclusiva rilasciata prima dell’incontro.
Dopo il match ho letto tanti pareri e ho voluto rivederlo con calma.
Questa non è una sentenza, né la verità assoluta: è semplicemente la mia impressione.
Nelle prime riprese Guido stava conducendo il match. Era lui a dettare il ritmo,
a scegliere quando colpire e a mettere i pugni più puliti.
Con un colpo preciso arriva quasi a chiudere l’occhio al suo avversario. Sembrava avere tutto sotto controllo.
Poi, però, Moses Jolly capisce che deve rischiare il tutto per tutto. E da lì qualcosa cambia.
Guido, proprio nel momento in cui sembrava poter chiudere l’incontro, pare bloccarsi.
Non parlo di tecnica, né di preparazione: parlo di quella sensazione che si percepisce guardando un pugile quando la testa,
per un attimo, non riesce più a seguire ciò che il corpo sa fare.
Una dinamica che, a mio parere, si era già intravista anche contro Torrez ma li fu molto peggiore.Non sono uno psicologo, un medico o un maestro. Ma credo che chi vive il pugilato possa capire questo concetto:
puoi allenarti per una vita, puoi avere all’angolo il miglior tecnico possibile,
ma quando sali sul ring sei solo. Non sei collegato a un joystick. Sei tu che devi leggere i colpi, reagire, scegliere,
trovare dentro di te la lucidità per cambiare il destino del match.
Forse, quando Guido parte favorito, il peso delle aspettative e della pressione mediatica diventa più difficile da gestire.
Al contrario, nelle sue sconfitte quando non era dato per favorito abbiamo visto alcuni dei suoi incontri più belli Wbc Silver Ajagba.
È lì che abbiamo ammirato il vero pugilato di Vianello: coraggio, qualità e voglia di comba***re senza il peso di dover dimostrare qualcosa a tutti i costi.
E c’è un ultimo pensiero. In America hanno creduto in Guido: prima Top Rank, oggi Queensberry.
Due delle promotion più importanti del mondo hanno investito tempo, risorse e fiducia su di lui. Non può essere un caso.A Guido mando il mio più sincero augurio e tutta la mia vicinanza.Questo è il momento di fermarsi, riflettere e lavorare con il proprio maestro e il proprio staff.

30/08/2026

Tre incontri, tre vittorie. Una ai punti e due prima del limite.
Damiano “KINGKONG” Ranucci continua la sua marcia tra i professionisti. Dopo la prima vittoria arrivata per KO, è arrivato il successo ai punti nella trasferta toscana contro Jashar Dyrma, che si presentava sul ring da imbattuto.
Poi, sabato terzo incontro, ancora una volta il KO.
La fame e la determinazione di un giovane peso massimo che non sembra avere intenzione di fare passi indietro.
E adesso Ranucci alza l’asticella. Il messaggio è chiaro: vuole comba***re, mettersi in gioco e affrontare chiunque, senza paura.
E allora perché non pensare a una sfida tutta italiana?
Da una parte KINGKONG Ranucci, dall’altra “Il Toro Nazionale” Diego Lenzi.
Due giovani pesi massimi italiani. Due percorsi diversi. Una sola domanda:
🔥 CHI VINCEREBBE?
🥊 RANUCCI vs LENZI: COSA NE PENSATE?

30/08/2026

Forse bisognava fermare prima
Itauma vs Hrgovic.
In Italia, a volte, ci lamentiamo perché un arbitro interrompe un match troppo presto. Perché vorremmo vedere un round in più, un’altra ripresa, un ultimo scambio di colpi. Ma sul ring non si mette in gioco soltanto il risultato di un incontro. Si mette in gioco una parte della propria vita.
Chi sale sul ring lo fa consapevolmente. Accetta la sfida, il dolore, la fatica, il rischio. Ma chi arbitra ha una responsabilità ancora più grande: deve saper riconoscere il momento in cui la battaglia deve finire. Deve avere competenza, lucidità e soprattutto il coraggio di pronunciare quella parola che nessuno vuole sentire: basta.
Perché io preferisco mille volte un errore che protegga un pugile, piuttosto che un errore commesso per proteggere lo spettacolo.
Lo spettacolo finisce.
Il pubblico torna a casa.
Le luci si spengono.
Il ring viene smontato.
Ma indietro, a volte, non si torna.
Un danno cerebrale, una conseguenza irreversibile, una vita spezzata possono essere il prezzo terribile di quei pochi secondi che qualcuno ha deciso di concedere in più.
Il pugilato è uno sport. È una battaglia, certo. Una delle battaglie più dure e affascinanti che esistano. Ma proprio perché è uno sport, deve esserci sempre un limite.
Sul ring si combatte per vincere. Non per morire.
E quando arriva il momento di dire basta, fermare un incontro non significa togliere qualcosa al pugile.
Significa, forse, restituirgli la cosa più importante: la possibilità di tornare a casa.
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