Vanto Nerazzurro

Vanto Nerazzurro Ci sono giorni in cui essere Interista è facile, altri in cui è doveroso e giorni in cui esserlo ?

I tre anni che seguirono quella giornata amara di Mantova furono un viaggio tra speranza e disillusione. Il sogno infran...
01/05/2026

I tre anni che seguirono quella giornata amara di Mantova furono un viaggio tra speranza e disillusione. Il sogno infranto del 1967 lasciò spazio a un periodo di cambiamento doloroso: la Grande Inter si sgretolava. Le bandiere iniziavano a salutare, i pilastri della difesa come Guarneri e Picchi lasciavano un vuoto che sembrava incolmabile. Ma le ferite più grandi furono l’addio di Angelo Moratti, del Mago Helenio Herrera e di Italo Allodi, gli uomini che avevano costruito una squadra leggendaria.
Tuttavia, c’era ancora qualcosa che riaccendeva l’orgoglio: la Nazionale. Il trionfo europeo del 1968 e la gloriosa cavalcata mondiale del 1970, culminata però nella sconfitta in finale contro il Brasile di Pelé, avevano avuto un forte contributo interista. Era un pallido riflesso della grandezza passata, ma sufficiente a non spegnere del tutto l’orgoglio di appartenenza.
Poi, nel 1970-71 arrivò, sotto la Presidenza Fraizzoli, un’inaspettata rinascita. Sei veterani della Grande Inter continuarono a incarnare lo spirito vincente: Facchetti, Mazzola, Burgnich, Corso, Bedin e Jair. A loro si aggiunsero nuovi campioni, su tutti Roberto Boninsegna, un bomber che seppe far dimenticare l’amarezza degli anni bui. L’arrivo di Giovanni Invernizzi come allenatore fu la scintilla che condusse i campioni nerazzurri verso una volata vincente. Io, che ormai avevo raggiunto i sedici anni, rivissi emozioni che pensavo perdute. L’Inter tornò a dominare, conquistando uno scudetto inaspettato e bellissimo.
Nel 1971-72, la squadra dimostrò ancora una volta la sua forza anche in Europa. La cavalcata fino alla finale di Coppa dei Campioni fu un viaggio di orgoglio e di riscatto. Ma lì, ad aspettarla, c’era l’Ajax di Amsterdam. Johan Cruijff e i suoi compagni rappresentavano il calcio del futuro, quello totale e rivoluzionario. E in quella notte di Rotterdam, sede della finale, la resa fu definitiva. Io, giovane tifoso interista, ormai quasi diciottenne, guardai quella partita con una strana consapevolezza: non era solo una sconfitta, ma era un passaggio di consegne. Come l’Inter aveva raccolto l’eredità del Real Madrid negli anni Sessanta, ora toccava all’Ajax prenderne il testimone.
Non c’erano più lacrime in me, ma solo rispetto, orgoglio e realismo. La Grande Inter degli anni Sessanta si era concessa un ultimo trionfo nel 1970-71, ma quello scudetto fu il canto del cigno di una compagine straordinaria. La mia squadra aveva rialzato la testa, ma ogni ciclo vincente ha il suo capolinea. La Grande Inter era ormai leggenda, ma il mio amore per quei colori non si sarebbe mai spento.
E allora, riaffiora nella mia memoria la formazione che per noi tifosi interisti suonava come una filastrocca perfetta, una sequenza di nomi scolpiti nel marmo della leggenda: Sarti, Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Peirò; Suárez, Corso. Senza dimenticare altri nomi importanti — Tagnin, Domenghini, Milani, Cappellini, Buffon, Zaglio, Di Giacomo — e tutti coloro che, in quel quinquennio irripetibile, hanno dato un contributo prezioso.
Quegli anni, scanditi dai trofei e dalle epiche partite, non sono stati per me soltanto momenti di gloria sportiva, ma vere e proprie lezioni di vita. Le sfide e le vittorie della Grande Inter, guidata da Helenio Herrera, sotto la presidenza di Angelo Moratti, mi hanno insegnato che il coraggio, il lavoro di squadra e la volontà di lottare, anche nei momenti difficili, sono le chiavi per raggiungere traguardi importanti.
Quel bambino che aveva tanto gioito e che poi aveva pianto davanti alla radio il primo giugno 1967 è ora un uomo anziano, con una vita piena alle spalle. La fede in Dio, l'amore per la famiglia, la passione per lo studio, la dedizione per il lavoro di insegnante e l’impegno sociale sono stati i pilastri su cui ha costruito la sua esistenza. Eppure, in ogni fase della sua vita, anche l’Inter è rimasta una presenza costante, una scuola di vita capace di insegnargli valori fondamentali.
Fine
Roberto Lombardo

Giungemmo, così, alla stagione 1966-67, con l’Inter più che mai determinata a confermarsi in Italiae a riconquistare il ...
20/04/2026

Giungemmo, così, alla stagione 1966-67, con l’Inter più che mai determinata a confermarsi in Italia
e a riconquistare il primato in Europa. L’estate di quell’anno fu più amara che mai per il calcio
italiano. Si erano svolti i Mondiali in Inghilterra e la nostra Nazionale, ancora una volta, usciva con
le ossa rotte. L’eliminazione al primo turno fu resa ancor più umiliante perché fummo estromessi
dai dilettanti della Corea del Nord. Uno dei motivi principali di tale eliminazione fu la scelta del CT
Edmondo Fabbri di non affidarsi al cosiddetto "blocco della Grande Inter". Fabbri preferì una
selezione più eterogenea, includendo giocatori di diverse squadre, con solo tre giocatori nerazzurri
nella formazione base. Questa decisione fu ampiamente criticata perché l& #39;Inter aveva una difesa
solidissima, un gioco collaudato ed esperienza internazionale che avrebbe potuto garantire maggiore
compattezza e affidabilità.
Ma torniamo a noi. All’inizio della stagione ’66-’67 l’Inter partì come un rullo compressore: guidò
la classifica dalla prima alla penultima giornata, inanellando vittorie su vittorie, seppure
intramezzate da alcune battute a vuoto. Il calendario si rivelò estenuante: tra campionato, Coppa dei
Campioni e Nazionale, i nerazzurri si presentarono al rettilineo d& #39;arrivo stanchi e affaticati, ma
sempre comunque in grado di poter portare a casa scudetto e coppa dei campioni.
Nel massimo torneo continentale l’Inter sembrava invincibile. Eliminò, nell& #39;ordine, la Torpedo di
Mosca, il Vasas di Budapest, il Real Madrid e il CSKA di Sofia. Memorabili furono soprattutto le
due trasferte di Budapest e Madrid, dove l& #39;Inter diede autentiche lezioni di calcio ai forti avversari,
regolandoli con il medesimo punteggio di 2-0. In particolare, il primo gol che Sandro Mazzola siglò
contro gli ungheresi del Vasas, è ricordato come una delle più belle reti dell& #39;intera storia del calcio.
L& #39;Inter arrivò così in finale contro gli scozzesi del Celtic Glasgow, a Lisbona. Ma a questo punto

esplosero i problemi: Suarez, il perno attorno al quale girava tutta la squadra, si infortunò e non
giocò la finale, molti giocatori nerazzurri si sentirono male per una probabile intossicazione e la
stanchezza si fece più che mai sentire. Eppure l’Inter partì bene, andò in vantaggio e resse fino al
60’. Mantenne la parità fino a sei minuti dal termine, ma poi il Celtic realizzò il gol decisivo e si
aggiudicò la sua prima ed unica coppa dei campioni. Per me, come per tanti tifosi nerazzurri, fu una
delusione che mi fece piangere.
E l& #39;agonia non era ancora finita. Arrivò il 1° giugno 1967: trasferta a Mantova, ultima giornata del
campionato. L& #39;Inter era ancora in testa e precedeva la Juventus di un punto, ma l’atmosfera in
campo, a Mantova, era surreale: troppe cose strane sarebbero successe. Il primo tempo volò via tra
traverse di Mazzola e grandi parate di Zoff, allora portiere del Mantova, ma il risultato rimaneva
fermo sullo 0-0. All’inizio della ripresa un innocuo cross di Di Giacomo beffò Sarti: la palla gli
scivolò dalle mani e finì in rete. Calò il gelo su tutti i tifosi dell& #39;Inter. Nel finale, Suarez e Mazzola
vennero atterrati in area, ma non furono assegnati rigori. L’Inter cadde a un passo dal traguardo e la
Juventus ci superò di un punto, aggiudicandosi lo scudetto.
Era un giorno d’inizio giugno, ma per me sembrava già inverno, perché il buio della delusione era
calato nel mio cuore. Solo pochi giorni prima, avevo visto svanire il sogno della Coppa dei
Campioni e ora, incredibilmente, anche il campionato era scivolato via, per colpa di una partita
stregata a Mantova. La mia Inter, la squadra che credevo invincibile, quella che aveva dominato
l’Italia, l’Europa e il Mondo, improvvisamente si era dissolta.
Gli occhi mi si riempirono di lacrime senza che potessi fermarle. Quella rete subita in modo assurdo
e gli evidenti rigori non concessi davano la consapevolezza che il destino ci aveva voltato le spalle
proprio sul più bello.
Ma io non ero il solo a piangere. In ogni angolo d& #39;Italia, tra i cuori nerazzurri si respirava una
disperazione collettiva. L’Inter non era una squadra qualsiasi: era l’orgoglio di una generazione,
l’emblema di una visione calcistica fatta di tattica, forza e genio. La Grande Inter aveva dominato
per anni, aveva portato in alto il nome dell& #39;Italia nel mondo, e io mi chiedevo se sarebbe mai potuta
tornare a essere quella di prima.

2 - continua

Roberto Lombardo

Correva l’anno 1962 quando, all’età di quasi otto anni, iniziai a seguire il mondo del calcio. Il periodo in cui allora ...
07/04/2026

Correva l’anno 1962 quando, all’età di quasi otto anni, iniziai a seguire il mondo del calcio. Il periodo in cui allora vivevamo era foriero di belle speranze: eravamo in pieno boom economico e l’Italia stava diventando una delle maggiori potenze industriali del mondo. L’aria che si respirava era libera e gioiosa, soprattutto se vista con gli occhi e con il cuore di un bambino.
Dopo l’amara eliminazione della nostra Nazionale ai Mondiali del 1962, anche il nostro calcio necessitava di una scossa che potesse metterlo in linea con la crescita del Paese. E la svolta arrivò impetuosa come un uragano: una squadra di autentici marziani sbarcò nel firmamento del calcio italiano. Stiamo parlando di quella squadra che è ricordata con l’appellativo di “Grande Inter” e che si stabilì ai vertici del calcio nazionale, europeo e mondiale dal 1962 al 1967. A onor del vero, anche il Milan fece la sua parte, con la conquista della sua prima Coppa dei Campioni nel 1963.
Io mi innamorai dell’Inter in maniera quasi naturale: sembrava proprio che i gloriosi colori nerazzurri facessero parte del mio DNA. Le grandi vittorie iniziarono nella stagione 1962-63 con l’ottavo scudetto per l’Inter, il primo della presidenza del grande Angelo Moratti.
La stagione dopo (1963-64) l’Inter si laureò campione d’Europa conquistando al Prater di Vienna la prima Coppa dei Campioni della sua storia sconfiggendo il grande Real Madrid di Di Stefano e Puskas con il punteggio di 3-1. Ho ancora presente le immagini di quella fantastica notte. I tre gol segnati dall’Inter rimangono indelebili ricordi che il passare del tempo non ha scalfito. Mi sembrava di sognare: la mia squadra del cuore era arrivata sul tetto d’Europa!
Quello stesso anno, a settembre, arrivò anche il titolo di campione del mondo con la conquista della Coppa Intercontinentale ottenuta contro gli argentini dell’Independiente, al termine di tre epiche battaglie. Avremmo meritato anche lo scudetto, ma esso ci sfuggì nello spareggio contro il Bologna, per ragioni su cui è meglio sorvolare.
La stagione 1964-65 fu la più gloriosa. L’Inter trionfò in tutte e tre le competizioni: campionato nazionale, coppa dei campioni, coppa intercontinentale. La conquista dello scudetto fu memorabile: alla seconda giornata del girone di ritorno ci trovavamo al secondo posto, ma distanziati nei confronti di un ottimo Milan di ben sette punti. A quel punto pochissimi tifosi interisti scommettevano su una possibile rimonta. Io, però, ne ero convinto. Mi ricordo che, fra noi ragazzini, ero l’unico che dava quasi per certa la possibilità di un’impresa storica. E questa si verificò. L’Inter inanellò una serie impressionante di risultati. Il distacco dal Milan si assottigliava giornata dopo giornata fino a quando ci fu l’aggancio e poi il sorpasso. A fine campionato precedemmo i cugini di 3 punti e riconquistammo lo scudetto che ci era immeritatamente sfuggito l’anno prima.
Trionfale fu anche la Coppa dei Campioni, dove bissammo il successo dell’anno precedente e ci confermammo campioni d’Europa. Mitica fu la partita di ritorno della semifinale contro gli inglesi del Liverpool. Sconfitti sorprendentemente all’andata in Inghilterra per 3-1, ribaltammo il risultato al ritorno con una prestazione passata alla storia. Fu un 3-0 senza discussioni, che umiliò gli inglesi, già convinti della qualificazione. In finale, poi, liquidammo, con il punteggio di 1-0, l’ottimo Benfica del grande Eusebio in una partita rovinata da un acquazzone che rese il prato di San Siro (sede della finale) ai limiti della praticabilità. A settembre dello stesso anno ci riconfermammo campioni del mondo superando, nella Coppa Intercontinentale, i medesimi avversari dell’anno precedente. In questo caso bastarono due partite per regolare gli argentini dell’Independiente: 3-0 a Milano e 0-0 a Buenos Aires. Eravamo ancora sul tetto del mondo e avevamo trionfato in tutte tre le competizioni maggiori. L’Inter non aveva rivali!
Io vivevo tutto questo attraverso le radiocronache di “Tutto il calcio minuto per minuto”, la partita di campionato trasmessa in differita tv alla domenica sera, le immagini e i commenti della Domenica Sportiva, le partite di Coppa dei Campioni e di Coppa Intercontinentale, trasmesse in televisione o ascoltate alla radio e che io seguivo con il fiato sospeso. Mi abbonai anche alla rivista mensile “Inter Football Club”, che per me rappresentava l’apertura di una finestra su un mondo magico.
La stagione successiva, 1965-66, non si rivelò, purtroppo, altrettanto trionfale come le due precedenti. Se in Campionato l’Inter riconfermò la propria supremazia, in Coppa dei Campioni le cose non andarono per il verso giusto. Lo scudetto arrivò quasi per forza d’inerzia, tanto era la supremazia dell’Inter nei confronti delle altre compagini. In Coppa dei campioni, come già accennato, le cose andarono diversamente. Partiti giustamente con il favore del pronostico, dopo aver superato senza eccessivi problemi gli ottavi e i quarti di finale, fummo eliminati in semifinale dal Real Madrid, seppure per un solo gol di differenza. La delusione che provai fu tanta, ma fu presto superata dalla conquista matematica dello scudetto, che fu ottenuta qualche giorno dopo.
1 - continua
Roberto Lombardo

01/04/2026

C’è una sconfitta che non si consuma sul campo,
ma molto prima del fischio d’inizio.

È la sconfitta di un sistema che smette di formare,
e comincia semplicemente a selezionare.

Il calcio italiano non ha perso solo una qualificazione.
Ha smarrito, progressivamente, la propria funzione educativa.

Le scuole calcio – che dovrebbero essere fucine di crescita tecnica, umana e sportiva –
troppo spesso si trasformano in contenitori indistinti,
dove l’urgenza del numero prevale sulla qualità del metodo.

Formare costa.
Richiede competenze reali, aggiornamento continuo,
tempo dedicato, attenzione individuale.

Richiede allenatori preparati,
non solo appassionati.

E un allenatore preparato ha un costo.

Qui nasce la frattura.

Perché in molte realtà,
quel costo non è sostenibile.

Le rette non bastano.
Le strutture pesano.
La qualità non si ripaga da sola.

E allora si compie una scelta silenziosa, ma decisiva:
non si investe più nella formazione,
si investe nei numeri.

Entrano così in campo figure non adeguatamente formate,
pagate poco, talvolta improvvisate,
messe a gestire gruppi numerosi
più per necessità economica che per progetto tecnico.

Non è sempre mala fede.
Spesso è sopravvivenza.

Ma il risultato non cambia.

Il campo si riempie,
ma il livello si abbassa.

L’allenamento diventa gestione,
non più insegnamento.

Il gesto tecnico non viene corretto,
la crescita non viene guidata,
il talento non viene riconosciuto per ciò che è.

E così accade qualcosa di più grave di una sconfitta.

Il talento non viene coltivato.

Viene diluito.
Confuso.
Talvolta, perso per sempre.

Perché il talento, senza struttura,
non emerge da solo.

Si disperde.

In questo contesto si insinua un fenomeno più sottile,
ma non meno pericoloso: il clientelismo.

Non sempre dichiarato,
ma presente nelle dinamiche di scelta e opportunità.

Quando il merito smette di essere l’unico criterio,
il sistema smette di essere giusto.

E quando non è giusto,
non è nemmeno competitivo.

A ciò si aggiunge una figura che dovrebbe tutelare il futuro del giovane atleta,
ma che talvolta ne anticipa, e distorce, il percorso: il procuratore.

In un ecosistema fragile,
l’intermediazione economica entra sempre più presto,
spostando l’attenzione dal processo alla monetizzazione.

Il ragazzo non è più un progetto da sviluppare,
ma un potenziale asset da valorizzare rapidamente.

E ciò che cresce in fretta, spesso,
non regge nel tempo.

E poi c’è la reazione.

C’è chi si dispera per la mancata qualificazione,
come se fosse un evento improvviso.

E c’è chi cerca un colpevole immediato:
un errore, un allenatore, un giocatore.

Ma entrambe le letture rischiano di essere superficiali.

Perché ciò che accade in campo
è solo l’ultimo atto
di un processo molto più lungo.

La vera domanda, allora, non è perché l’Italia perda.

Ma quando ha smesso di costruire per vincere davvero.

Perché le sconfitte più gravi
non sono quelle che arrivano all’improvviso,

ma quelle che si preparano lentamente,
nell’indifferenza generale.

Ancora polemiche arbitrali nel calcio italiano. Questa volta tocca a Inter-Atalanta, con un rigore che praticamente tutt...
15/03/2026

Ancora polemiche arbitrali nel calcio italiano. Questa volta tocca a Inter-Atalanta,
con un rigore che praticamente tutti gli addetti ai lavori hanno riconosciuto come
evidente e netto. Eppure l'arbitro non ha fischiato. Silenzio. Gioco continua.

E come sempre, sui social è partita la guerra.

Ma quello che voglio analizzare oggi non è l'episodio in sé —
perché gli errori arbitrali esistono, sono sempre esistiti e
probabilmente esisteranno sempre. Il problema vero è un altro,
più profondo, più subdolo, e riguarda tutti noi.

⚠️ IL MECCANISMO PSICOLOGICO CHE CI STA DISTRUGGENDO

Negli ultimi anni il tifo italiano ha sviluppato una logica perversa
che non ha nulla a che fare con l'amore per il calcio.
Non si tifa più solo per la propria squadra — si tifa CONTRO le altre.
E soprattutto, si tiene il conto.

"L'Inter ha avuto Bastoni in Inter-Juve con quel fallo simulato non punito?
Bene, allora è giusto che oggi subisca un torto."

Sembra quasi una forma di giustizia popolare. Di equilibrio cosmico.
Ma non lo è. È rancore puro, travestito da logica.

Questo meccanismo ha un nome in psicologia: si chiama
"bias di conferma selettiva" combinato con la "giustizia del tifo".
Ogni tifoso costruisce nella propria mente una lista di torti subiti
dalla propria squadra e torti ricevuti dagli avversari.
Quella lista non viene mai azzerata — viene solo aggiornata.
E ogni nuovo episodio, invece di essere valutato oggettivamente,
viene inserito in quella narrativa preesistente.

Il risultato? Non esiste più un episodio isolato.
Esiste solo la guerra di tutti contro tutti.

🔁 LA CATENA INFINITA

Inter dice: "Ci fischiano tutto contro."
Juve dice: "Ci arbitrano sempre male da anni."
Napoli dice: "Al Sud siamo sempre penalizzati."
Milan, Roma, Atalanta, Lazio — ognuno ha la sua versione,
ognuno ha la sua lista, ognuno aspetta il momento in cui
"finalmente anche loro subiscono quello che abbiamo subito noi."

Ma quel momento non porta soddisfazione.
Porta solo un nuovo capitolo della stessa storia.
Una catena senza fine in cui nessuno vince davvero —
tranne chi ha interesse a tenere il calcio italiano
in questo stato di caos permanente.

🎯 IL VERO PROBLEMA CHE NESSUNO VUOLE AFFRONTARE

Gli arbitri sbagliano. È umano. È inevitabile.
Ma quello che non è inevitabile è la mancanza totale di trasparenza,
la assenza di responsabilità pubblica,
la resistenza sistematica all'introduzione di strumenti
che potrebbero ridurre drasticamente gli errori.

In altri sport e in altri campionati si è andati avanti.
In Italia siamo ancora qui a litigare sui social
invece di pretendere riforme strutturali serie.

E questo fa comodo a qualcuno.
Perché finché i tifosi litigano tra loro,
nessuno punta il dito verso chi dovrebbe davvero rispondere.

💬 CONCLUSIONE

La prossima volta che vedete un episodio controverso
e la vostra prima reazione è "beh, ma anche loro hanno avuto...",
fermatevi un secondo.

Chiedetevi se state cercando giustizia
o solo la soddisfazione di vedere l'altro soffrire.

Sono due cose molto diverse.
E finché non le distingueremo,
il calcio italiano resterà ostaggio di questa catena infinita di rancore
in cui tutti perdono — tranne chi ci guadagna sopra. ⚖️🔴🔵.

ill VAR e la morte della certezzaC'era una volta un calcio imperfetto. Arbitri che sbagliavano, tifosi che imprestavano ...
09/03/2026

ill VAR e la morte della certezza

C'era una volta un calcio imperfetto. Arbitri che sbagliavano, tifosi che imprestavano parole che non si ripetono in chiesa, e il giorno dopo si andava avanti. L'errore faceva male, ma aveva un volto. Si poteva odiare quell'arbitro, dargli un soprannome, raccontarlo ai figli come si racconta una leggenda nera. E poi — stranamente — ci si faceva la pace.

Oggi quel calcio non esiste più. E quello che lo ha sostituito è qualcosa di molto più inquietante.

Il VAR è arrivato con la faccia del salvatore. Telecamere ovunque, replay a mille fotogrammi al secondo, linee millimetriche tracciate al pixel. Finalmente, ci dissero, il calcio sarebbe diventato giusto. Oggettivo. Inattaccabile.

Bella promessa. Peccato che nessuno abbia spiegato alle regole di essere oggettive.

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Perché è qui che sta il trucco, il grande imbroglio filosofico che stiamo subendo ogni domenica: "non puoi costruire un sistema oggettivo su fondamenta soggettive." Il VAR è una macchina potente applicata a concetti vaghi. Cosa significa "involontario"? Dove finisce il braccio "innaturalmente largo" e dove inizia quello semplicemente alzato per non cadere? Chi lo decide? Un uomo. In una stanza. Con una cuffia. Esattamente come prima — solo che adesso ha anche lo schermo.

Prendiamo Milan-Inter. Un braccio si alza, il pallone lo colpisce. Dodici telecamere immortalano tutto da ogni angolo possibile. Il VAR tace. Nessun intervento, nessun rigore. Partita finita, polemiche iniziate.

Stesso campionato. Episodio quasi identico. Rigore dato.

La regola non è cambiata. È cambiata la persona che l'ha guardata.

Un errore umano è un incidente. Un'incoerenza sistematica è una scelta — anche quando non lo sembra.

E la cosa più assurda è questa: il VAR non ha eliminato il sospetto, lo ha amplificato. Prima potevi dare la colpa alla distanza, all'angolo sbagliato, alla velocità dell'azione. Adesso hai le prove. Hai le immagini. Hai tutto — tranne una spiegazione credibile. E l'assenza di spiegazione, nell'era in cui tutto è visibile, è la forma più moderna di opacità.

Il tifoso moderno non sa più cosa aspettarsi. Non sa più cosa è fallo di mano, cosa è fuorigioco, cosa è "chiaro ed evidente" abbastanza da giustificare un intervento. Ogni settimana una polemica nuova. Ogni lunedì una moviola che smonta quella della settimana prima. Il calcio è diventato uno sport con le regole a geometria variabile, dove il torto e la ragione dipendono da chi guarda lo schermo e in che umore ci si trova.

E quando smetti di capire le regole, smetti lentamente di amare il gioco.

Ma c'è una perdita ancora più sottile, di cui si parla poco.

Il VAR ha rubato il momento. Quel secondo esatto in cui il pallone entra in rete e settantamila persone esplodono insieme — quel secondo non esiste più. Adesso c'è il gol, e poi c'è l'attesa. Aspetti. Guardi l'arbitro. Guardi il guardalinee. Aspetti ancora. L'emozione — quella cosa irrazionale, fisica, collettiva, bellissima — viene sospesa e sottoposta a revisione burocratica.

Il calcio ha sempre avuto i suoi torti storici. Le partite rubate, i gol di mano, le espulsioni scandalose. Ma quei torti sono diventati mitologia. Sono diventati storie da raccontare, identità collettive, cicatrici che uniscono una tifoseria. Oggi non rimane nemmeno quello. Rimane solo un ronzio di sottofondo. Un senso diffuso di ingiustizia senza volto, di sistema truccato senza colpevole preciso. È peggio. Molto peggio.

Il calcio sopravviverà anche al VAR, come ha sopravvissuto a tutto il resto.

Ma il conto da pagare — la perdita del senso condiviso delle regole, la fine della fiducia nel sistema — è più salato di quanto sembri. Perché una partita senza regole condivise non è una partita.

È un litigio con un arbitro in mezzo.

E noi, ogni domenica, lo paghiamo per guardarlo.

C’è una cosa più difficile che perdere una partita: ammettere perché l’hai persa.In queste ore leggo tante reazioni di a...
30/01/2026

C’è una cosa più difficile che perdere una partita: ammettere perché l’hai persa.

In queste ore leggo tante reazioni di area Napoli dopo l’uscita dalla Champions. Il copione è quasi sempre lo stesso: calendario troppo fitto, partite ravvicinate, infortuni, sistema contro, sfortuna. Sempre fattori esterni. Sempre qualcosa “fuori” da sé.

E qui il discorso diventa interessante, anche fuori dal calcio.

Perché quando l’anno scorso l’Inter giocava ogni tre giorni, con mezza rosa acciaccata e impegni su tutti i fronti, le risposte che arrivavano da certi ambienti erano molto diverse.
Ricordate la famosa linea dura: se vuoi stare ad alto livello, reggi il ritmo.
Ricordate la frase sulla bicicletta e il pedalare.
Linea chiara, zero alibi.

Oggi invece, con tre competizioni addosso, anche l’allenatore — Antonio Conte — sottolinea il peso del calendario. Legittimo farlo. Meno coerente farlo dopo aver ridicolizzato lo stesso argomento quando toccava ad altri.

Ma il punto più profondo non è la polemica sportiva. È il meccanismo mentale.

In psicologia questo schema ha un nome: bias auto-protettivo.
Quando vinco → merito mio.
Quando perdo → colpa delle circostanze.

È umano. Ma nello sport di vertice è anche un limite.

Perché uscire male dall’Europa e perdere terreno in campionato non è solo sfortuna o calendario. A volte è:

gestione della rosa

rotazioni insufficienti

giovani non valorizzati

dipendenza sempre dagli stessi uomini

scelte tecniche che non hanno funzionato

Gli infortuni non sono solo “destino”: spesso raccontano come gestisci i carichi e le alternative.

Le squadre davvero grandi fanno una cosa rarissima:
📌 quando falliscono, lo dicono.
Non cercano subito un colpevole esterno. Guardano dentro.

Dire “abbiamo sbagliato” non è debolezza.
È il primo passo per tornare forti.

Il provincialismo sportivo non è perdere.
È non ammettere mai di aver perso per merito degli altri o per errori propri.

E ora la parte scomoda, quella che vale discussione vera 👇
💬 È più utile difendere sempre la propria parte
o avere il coraggio di dire: quest’anno non siamo stati all’altezza?

LA TEORIA DEL SELa “teoria del se” non è solo un vizio da bar sport. È una piccola filosofia di sopravvivenza emotiva.Qu...
25/01/2026

LA TEORIA DEL SE

La “teoria del se” non è solo un vizio da bar sport. È una piccola filosofia di sopravvivenza emotiva.

Quando perdi, succede una cosa precisa: il tuo cervello prova a salvare l’identità. Perché se ami una squadra, non stai solo guardando 22 persone che corrono: stai difendendo una storia, un’appartenenza, un’immagine di te (“noi siamo forti”, “noi meritiamo”). La sconfitta non è solo un risultato: è una crepa in quel racconto.

E allora arriva il “se”.

Il “se” è un meccanismo psicologico elegante: sposta il dolore dal presente al possibile.
Non dice “abbiamo perso”. Dice “non abbiamo perso davvero, è successo qualcosa”.

LA TEORIA DEL SE: COS’È DAVVERO

Il “se” è una religione laica del controllo.
Trasforma il caos in una storia con un colpevole o un interruttore.

* Se l’arbitro…
* Se l’infortunio…
* Se il palo…
* Se quel dettaglio…

È la versione calcistica del pensiero magico: “se cambiamo un tassello, cambia l’universo”. E spesso è vero, eh: nel calcio gli episodi contano. Ma il punto non è se contano. Il punto è come li usiamo.
DUE TIPI DI “SE”

Qui sta la differenza tra tifoso lucido e tifoso prigioniero.
1) Il “SE” analitico (utile)
Serve a capire: “cosa possiamo migliorare per ridurre la dipendenza dagli episodi?”
Esempio: se prendi pali, forse crei abbastanza. Oppure forse tiri male. Se subisci rigori, magari difendi male in area. Se hai tanti infortuni, forse c’è un problema di gestione, rosa corta, preparazione, rotazioni.

Questo “se” porta a una domanda adulta: cosa controlliamo davvero?

2) Il “SE” alibi (tossico)
Serve a consolarsi: “noi eravamo superiori, punto. È colpa di altro.”
Qui il “se” diventa una droga: ti fa sentire meglio oggi, ma ti rende più debole domani. Perché se ogni volta la causa è esterna, non impari niente.
LA TRAPPOLA: L’INCOERENZA

La parte più “profonda” (e anche più comica, se la guardi da fuori) è questa:

il tifoso usa il “se” solo quando gli conviene.

Quando vince:

“Abbiamo meritato.”
Quando perde:
Se non succedeva X…”

È un trucco narrativo per non ammettere che il calcio è un sistema misto: merito + varianza (cioè casualità, episodi, rimbalzi, arbitri, forma fisica).
Non esiste un mondo in cui conti solo una delle due cose.

E infatti la storia “Napoli: se non avessimo avuto infortuni” è comprensibile… ma allora vale anche l’opposto: l’anno scorso, con una stagione più leggera e meno partite, qualcuno avrebbe potuto dire “se anche gli altri avessero avuto il nostro calendario…”.
E l’Inter avrebbe potuto riempire un libro di “se”.
Solo che un libro di “se” non è una classifica.

IL PUNTO VERO: CON I “SE” TI RUBI LA REALTÀ

Il “se” non cambia il passato. Cambia te.

* Ti impedisce di guardare cosa non ha funzionato.
* Ti fa costruire una vittoria immaginaria per non affrontare una sconfitta reale.
* Ti abitua a spiegare tutto con l’eccezione e mai con la struttura.

È come vivere in una casa che fa acqua e dire: “Se non pioveva, era perfetta.”

La maturità da tifoso non è smettere di discutere gli episodi. È smettere di usarli come stampella.

Perché gli episodi esistono.
Ma se una squadra è davvero forte, non ha bisogno che il mondo sia perfetto per vincere.
E se una squadra è davvero grande, trova modi per resistere anche quando il mondo non lo è.

Quindi sì: analizziamo arbitri, pali, infortuni.
Ma senza farci ipnotizzare dal multiverso dei “se”.

Perché nel calcio, come nella vita, la verità è scomoda ma pulita:
la realtà non ti deve niente. E il “se” non ti restituisce nulla.

Vlady

📌 **L’abbiamo vinta 6-2… ma questa occasione è il gol subito NON vanno ignorati.Sì, alla fine è stata una grande vittori...
24/01/2026

📌 **L’abbiamo vinta 6-2… ma questa occasione è il gol subito NON vanno ignorati.

Sì, alla fine è stata una grande vittoria: 6-2, partita dominata, tanti gol fatti e tanta qualità davanti.
Però voglio soffermarmi su una cosa che secondo me fa la differenza tra una squadra “forte” e una squadra “matura”.

⚠️ **Il gol che stavamo subendo su palla inattiva è un errore grave.

Guardate il fermo immagine: il #5 (cerchiato) entra sul secondo palo e colpisce di testa praticamente da solo, senza opposizione vera.
E no, non è sfortuna, non è casualità, non è “episodio”.

È un problema di lettura.

💡 Difendere a zona va benissimo.
Ma difendere a zona NON significa restare fermi nella propria mattonella e sperare che vada bene.

Perché qui succede una cosa semplice:
✅ troppi uomini schiacciati sul primo palo e in mezzo
✅ nessuno controlla il lato debole
✅ nessuno “attacca” l’uomo che entra in corsa
🎯 e chi arriva con rincorsa salta sempre più alto e più forte di chi è fermo.

Risultato: colpo di testa libero = gol quasi automatico.

📉 Oggi è andata bene perché:

* abbiamo segnato 6 gol
* abbiamo avuto superiorità
* e alla fine l’abbiamo portata a casa con merito

Ma questa situazione, contro una squadra più organizzata, ti costa punti.
E le partite importanti spesso si decidono proprio così: una palla inattiva, una distrazione, un uomo perso sul secondo palo.

Quindi sì: festeggiamo il 6-2 🔥
Ma lavoriamo su questi dettagli, perché sono quelli che cambiano il livello.


Vlady

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