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05/04/2026
20/03/2026

I bradipi terrestri del Pleistocene non erano così...lenti!

Se conoscete gli attuali bradipi e avete visto anche il film Zootopia, saprete che questi animali sono caratterizzati da una caratteristica molto affascinante: la lentezza. Già, questi animali sono tutt'altro che agili e guardando i loro predecessori, i cosiddetti "bradipi giganti", pesanti diverse tonnellate e vissuti fino a una decina di migliaia di anni fa, potreste pensare la stessa cosa per questi bestioni giganti. E invece, dobbiamo ricrederci.

Gli studi in questione, anche se un po' "vecchiotti", mostrano come questi grossi animali siano stati agili come un ippopotamo o un rinoceronte. Sono stati condotti studi sull'orecchio e sul cervello di 𝙂𝙡𝙤𝙨𝙨𝙤𝙩𝙝𝙚𝙧𝙞𝙪𝙢 𝙧𝙤𝙗𝙪𝙨𝙩𝙪𝙢 grazie a un reperto cranico proveniente dal Sud America, luogo dove vissero questi bestioni. Le tomografie in questione hanno permesso la costruzione in 3D delle strutture citate pocanzi ed è stato possibile studiare componenti che, in genere, non si fossilizzano, come i vasi sanguigni e i nervi cranici principali, ma il focus si sposta principalmente sull'orecchio in quanto svolge un ruolo importantissimo nel controllo dell'equilibrio, e di conseguenza nella locomozione.

I nervi risultano essere sviluppatissimi, e ciò consentiva anche una grande capacità di movimento della lingua e delle labbra, oltre a una grande sensibilità. Infatti, queste labbra risultano essere semi-prensili, il che permetteva di selezionare la tipologia di vegetazione da ingurgitare, questo perché gli arti anteriori (a differenza di molti primati, per esempio) non permettevano la "presa" delle risorse in quanto possedevano unghie molto lunghe, le quali svolgevano una funzione negli scavi di giganteschi cunicoli.

Entriamo leggermente nel dettaglio

Lo studio del 27 marzo 2018 ha analizzato le regioni dell'orecchio e dell'osso petroso (dal lato dell'endocranio), oltre all'anatomia del labirinto osseo. Alcune caratteristiche di 𝙂. 𝙧𝙤𝙗𝙪𝙨𝙩𝙪𝙢 sono altamente variabili, sia a livello intraspecifico che intraindividuale. In generale, l'orecchio interno di 𝙂𝙡𝙤𝙨𝙨𝙤𝙩𝙝𝙚𝙧𝙞𝙪𝙢 è molto simile a quello dei formichieri estinti, e in misura minore a quello del gigantesco 𝙈𝙚𝙜𝙖𝙩𝙝𝙚𝙧𝙞𝙪𝙢, ma diverso"paradossalmente" a quello dei bradipi esistenti appartenenti ai generi 𝘽𝙧𝙖𝙙𝙮𝙥𝙪𝙨 𝙚 𝘾𝙝𝙤𝙡𝙤𝙚𝙥𝙪𝙨. Vediamo i risultati della ricerca:

-L'anatomia del basicranio e dell'osso petroso in 𝙂. 𝙧𝙤𝙗𝙪𝙨𝙩𝙪𝙢 suggerisce l'esistenza di una marcata variazione intraspecifica dell'entotimpanico in questa specie. Il petroso mostra una marcata asimmetria a livello delle aperture per il nervo grande petroso;

-Il labirinto osseo dell'orecchio interno di 𝙂𝙡𝙤𝙨𝙨𝙤𝙩𝙝𝙚𝙧𝙞𝙪𝙢 indica che quest'ultimo è fortemente associato ai formichieri. Il labirinto osseo ha influenzato lo sviluppo e la configurazione dei canali semicircolari che, insieme all'utricolo, hanno permesso di comprendere l'accelerazione e la decelerazione angolare della testa, scoprendo che 𝙂𝙡𝙤𝙨𝙨𝙤𝙩𝙝𝙚𝙧𝙞𝙪𝙢 fosse in grado di stabilizzare lo sguardo durante la locomozione e di aiutare, inoltre, nella coordinazione dei movimenti del corpo;

-In genere, i mammiferi agili hanno canali semicircolari significativamente più grandi rispetto alla loro massa corporea rispetto a quelli che si muovono più lentamente.𝙂𝙡𝙤𝙨𝙨𝙤𝙩𝙝𝙚𝙧𝙞𝙪𝙢 è "vicino" a 𝙈𝙚𝙜𝙖𝙩𝙝𝙚𝙧𝙞𝙪𝙢 e ai mammiferi moderni di dimensioni simili, come gli elefanti, poiché questi ultimi possiedono canali semicircolari e una massa corporea simile proprio a quella di 𝙈𝙚𝙜𝙖𝙩𝙝𝙚𝙧𝙞𝙪𝙢, mentre 𝙂𝙡𝙤𝙨𝙨𝙤𝙩𝙝𝙚𝙧𝙞𝙪𝙢 è più "vicino" all'ippopotamo. Questa associazione è molto probabilmente influenzata dalla correlazione tra la lunghezza del canale semicircolare e le dimensioni del corpo. Quindi, 𝙈𝙚𝙜𝙖𝙩𝙝𝙚𝙧𝙞𝙪𝙢 e 𝙂𝙡𝙤𝙨𝙨𝙤𝙩𝙝𝙚𝙧𝙞𝙪𝙢 differiscono dai bradipi esistenti (soprattutto per le dimensioni) mentre sembrano essere simili ai mammiferi di dimensioni simili;

-L'orientamento dei canali semicircolari, uno rispetto all'altro, è stato collegato alla sensibilità del sistema di equilibrio. In generale, più gli angoli tra i piani del canale semicircolare sono vicini all'ortogonalità (90°), maggiore è la sensibilità alle rotazioni della testa. Il labirinto osseo di 𝙂𝙡𝙤𝙨𝙨𝙤𝙩𝙝𝙚𝙧𝙞𝙪𝙢 mostra una marcata deviazione dall'ortogonalità, simile a quella di animali con abitudini fossorie, ma 𝙂. 𝙧𝙤𝙗𝙪𝙨𝙩𝙪𝙢 non era certamente un animale fossoriale obbligato;

- Il labirinto osseo sembra essere un carattere molto variabile, sia a livello intraspecifico che tra gli individui di una stessa specie, come nel caso dei bradipi (specialmente per quanto riguarda i canali semicircolari). Questa grande variabilità sembra essere correlata a una possibile diminuzione della pressione selettiva sulla morfologia del labirinto osseo, in relazione alla ridotta velocità con cui l'animale si muove. In sostanza, più un animale è lento e più il labirinto osseo può variare a livello intraspecifico. I bradipi estinti, così come i formichieri e gli armadilli, possiedono canali semicircolari più lunghi rispetto ai bradipi arboricoli viventi, indicando che la morfologia dei canali semicircolari dei bradipi estinti è il risultato di convergenza evolutiva;

- La coclea è correlata all'udito in senso stretto. Infatti, il rapporto del raggio di curvatura nella spirale cocleare basale rispetto a quello della spirale apicale è correlato ai limiti uditivi a bassa frequenza, sia nei mammiferi terrestri che acquatici.
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Lo studio del 7 giugno 2018 ha visto la digitalizzazione dei crani di 𝙂. 𝙧𝙤𝙗𝙪𝙨𝙩𝙪𝙢, permettendo uno studio approfondito del neurocranio, inclusa la morfologia della cavità cranica, dei seni paranasali e la traiettoria di numerosi nervi cranici e vasi sanguigni. Queste componenti sono state confrontate con quelle dei generi 𝘽𝙧𝙖𝙙𝙮𝙥𝙪𝙨 𝙚 𝘾𝙝𝙤𝙡𝙤𝙚𝙥𝙪𝙨, e soprattutto grazie alle caratteristiche legate alla pneumaticità paranasale e alla cavità cerebrale, sembra esserci una somiglianza tra 𝙂𝙡𝙤𝙨𝙨𝙤𝙩𝙝𝙚𝙧𝙞𝙪𝙢 e 𝘾𝙝𝙤𝙡𝙤𝙚𝙥𝙪𝙨.

Altre caratteristiche sono condivise solo dai due generi esistenti, ma sono probabilmente legate agli effetti allometrici e alla convergenza che hanno interessato i due lignaggi moderni.
Le differenze sono suggerite dalla forma generale dell'endocast cerebrale (il calco interno), dalla presenza o assenza del solco endolaterale e dalla forma dei bulbi olfattivi. I solchi e le circonvoluzioni dell'endocast cerebrale nel clade dei folivori indicano un'organizzazione relativamente semplice ma indipendente dalla dimensione corporea, se confrontata con altri mammiferi. La circolazione arteriosa e venosa sembra essere conservativa nei bradipi, anche se le caratteristiche dei vasi sanguigni sono più difficili da osservare nei bradipi di piccole dimensioni rispetto a quelli di grandi dimensioni.

Altri caratteri, come l'apparente ruvidità della superficie esterna dell'endocast cerebrale e il cervelletto espanso mediolateralmente, possono essere correlati, invece, a fattori allometrici. Inoltre, la dimensione relativa del forame attraverso il quale passano i nervi trigemino e ipoglosso suggerisce una probabile influenza fisiologica, correlata alla lavorazione del cibo e alle informazioni sensoriali.
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Fonti:
-Boscaini, A., Iurino, D.A., Billet, G. et al. Phylogenetic and functional implications of the ear region anatomy of Glossotherium robustum (Xenarthra, Mylodontidae) from the Late Pleistocene of Argentina. Sci Nat 105, 28 (2018).

-Boscaini, A., Iurino, D.A., Sardella, R. et al. Digital Cranial Endocasts of the Extinct Sloth Glossotherium robustum (Xenarthra, Mylodontidae) from the Late Pleistocene of Argentina: Description and Comparison with the Extant Sloths. J Mammal Evol 27, 55–71 (2020).

Fonte immagine: Foto: donvega, Giant ground sloth (Eremotherium laurillardi), Houston Museum of Natural Science, via Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.5⁠�.

20/03/2026

Perché i mammiferi maschi non allattano?

Può sembrare una domanda banale, e qualcuno può pure rispondere: "Perché sono maschi, punto!". Ma in realtà, la situazione è un po’ più complessa, oltre che interessante dal punto di vista evolutivo. Infatti, nei mammiferi, l'allattamento è quasi esclusivamente femminile. Esistono rari casi, delle eccezioni alla regola, che però non cambiano significativamente questa affermazione. Del resto, la natura è piena di eccezioni, come il pipistrello della frutta Dayak, in cui il maschio è capace di produrre latte. Ma qui entrano in gioco altri fattori.

Sostanzialmente, nel corso di questa storia, uno dei meccanismi evolutivi che ha avuto più voce in capitolo è la selezione naturale. Infatti, sono state selezionate specie caratterizzate da un allattamento uniparentale, perlopiù materno, proprio perché la trasmissione del latte esclusivamente per via materna comporta una minore trasmissione di microbi potenzialmente dannosi. Non è così improbabile pensare che gli antichi mammiferi fossero caratterizzati da individui sia maschili che femminili capaci di produrre latte. Insomma, un allattamento uniparentale è un adattamento molto vantaggioso.

Gli scienziati si sono sempre interrogati su questa "mancanza". Infatti, si pensava che la non produzione di latte nei maschi fosse legata ad altri fattori, considerando gli individui maschili come "incapaci" di prendersi cura della prole, proprio perché apparentemente sembrano spendere meno energie e risorse rispetto alle madri. Alcuni hanno ipotizzato che la monogamia e la competizione sessuale abbiano favorito maschi incapaci di produrre latte.

Nonostante queste ipotesi abbiano alcuni spunti validi, ora si sa che il microbioma svolge un ruolo molto interessante in questa storia. Infatti, il latte è ricco di batteri, virus, funghi e intere comunità microbiche capaci di influenzare la salute della prole. Una volta ingeriti, questi microrganismi influenzano le difese immunitarie e la digestione. Tuttavia, non è tutto oro ciò che luccica: non tutti i microbi sono "benevoli", e alcuni possono essere letali, soprattutto per i neonati.

Ecco il primo ed interessante punto: se anche il maschio allattasse, la probabilità di trasmissione di microrganismi patogeni aumenterebbe considerevolmente, con il rischio di alterare il microbioma in modo critico, soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo.

A questo si aggiunge la matematica. Infatti, i ricercatori hanno creato un modello matematico che permette di comprendere meglio la trasmissione microbica dai genitori alla prole. In sintesi, l'allattamento materno limita la trasmissione di microrganismi nocivi, considerando che questi vengono già trasmessi alla prole sia durante la gravidanza che al momento del parto. Se vogliamo, è una situazione molto simile a quella del DNA mitocondriale, che viene ereditato dalla prole esclusivamente per via materna (sebbene esistano rarissimi casi di trasmissione maschile). Questo meccanismo riduce la probabilità di acquisire mutazioni potenzialmente dannose.

Di conseguenza, arriviamo a un altro punto estremamente interessante: l’assenza di allattamento maschile è stata favorita da una serie di pressioni evolutive nel corso del tempo, portando questo "carattere" a stabilizzarsi nei vari gruppi di mammiferi. Inoltre, questa "strategia" può diventare ancora più efficace se affiancata alla monogamia, che in questo caso contribuirebbe a ridurre la diffusione di infezioni sessualmente trasmissibili.
Dal punto di vista ambientale, come dimostrato dal modello matematico, una specie in cui sia i maschi che le femmine producono latte risulta molto svantaggiata. Questo perché la trasmissione materna funge da linea di difesa contro i microrganismi dannosi, selezionando quelli "benefici" ed eliminando i patogeni.

Ma non si tratta solo di latte: è una sorta di coevoluzione tra i mammiferi e le comunità microbiche presenti nel latte materno. Infatti, diversi studi hanno confermato la presenza di comunità microbiche complesse nel latte, che diventano parte integrante del microbioma intestinale infantile. Queste comunità inibiscono microrganismi patogeni e forniscono un supporto durante la digestione del latte. Si tratta di una sorta di scambio di favori: "Io vivo nel tuo latte e, in cambio, elimino (quasi) tutte le minacce e ti aiuto nella digestione".

Ma non è solo una questione fisiologica, è anche genetica. Negli individui femminili sono presenti geni che promuovono la produzione di prolattina, mentre nei maschi questi geni sono assenti (sempre tornando al discorso della selezione naturale). Eppure, l'assenza di latte, o meglio, l'incapacità dei maschi di produrlo, non deve trarre in inganno: la mancanza di allattamento ha potenzialmente favorito lo sviluppo di altri comportamenti legati alla cura parentale, come ad esempio il trasporto della prole da un luogo ad un altro. Insomma, questa "mancanza" viene compensata in vari modi. Tuttavia, questa situazione non dura in eterno. Il "filtro simbiotico" è attivo solo fino allo svezzamento, dopodiché il microbioma intestinale sarà influenzato principalmente dall’ambiente.

Fonte immagine: Canva

Fonte testo: Fagan, B.T., Constable, G.W.A. & Law, R. Maternal transmission as a microbial symbiont sieve, and the absence of lactation in male mammals. Nat Commun 15, 5341 (2024)

20/03/2026

Maschi Neanderthal e donne Sapiens si accoppiavano molto più frequentemente di quanto ipotizzato

Che gli accoppiamenti fossero unidirezionali tra le due specie già si sapeva, che fossero perlopiù maschi neanderthal ad accoppiarsi con donne sapiens. E questo grazie proprio all’assenza di DNA mitocondriale, cioè quel materiale genetico ereditabile per via quasi esclusivamente materna (esistono casi anche di eredità per via paterna, ma questo è un altro discorso), che si trova all’interno dei mitocondri.

Quindi, di conseguenza, non avendo mai trovato tracce del genere nel nostro genoma, non è mai stato possibile affermare il contrario, anche se non si esclude che si accoppiassero anche maschi sapiens con donne neanderthal; ma è probabile che la prole prodotta fosse sterile, mentre al contrario la prole nata da maschi neanderthal e donne sapiens era alcune volte fertile e si accoppiava poi con un individuo parentale, cioè neanderthal o sapiens (maggiormente sapiens), non ibridi.

E qui le supposizioni sono state tante: si parlava infatti di barriere ecologiche, biologiche; magari non erano compatibili a livello riproduttivo, o forse a livello etologico, quindi comportamentale, c’era qualcosa che guidava questo tipo di accoppiamento “unidirezionale”.

I ricercatori infatti affermano che fossero abbastanza comuni le coppie “miste” a livello specifico, cioè quelle caratterizzate da una femmina sapiens e un maschio neanderthal, e potrebbe trattarsi proprio di una scelta consensuale. Ma andiamo con ordine.

Come detto prima, buona parte degli accoppiamenti avvennero tra maschi neanderthal e donne sapiens e, di conseguenza, i figli possedevano il padre di una specie e la madre di un’altra (la nostra). Questi accoppiamenti infatti avvennero quando Homo sapiens, una specie africana, cominciò a uscire fuori dall’Africa, un fenomeno conosciuto come Out of Africa ed è stato caratterizzato da tanti flussi migratori sia da fuori che verso l’Africa. I vecchi dati genetici, per esempio, affermavano che i primi incroci avvennero 100-90 mila anni fa circa, ma recentemente è stato scoperto che i primi accoppiamenti sapiens-neanderthal avvennero almeno 250.000 anni fa circa in Medio Oriente.
Ma proprio per questo, prima di andare avanti con il nostro discorso, è meglio far chiarezza con il concetto di specie biologica (e morfologica), prendendo in considerazione due termini: introgressione e inbreeding.

Inbreeding o inincrocio: con questo termine noi indichiamo l’incrocio tra individui strettamente imparentati o consanguinei, e qui si verifica il primo “problema” per chi vuole a tutti i costi considerare il Neanderthal come una nostra sottospecie: il DNA mitocondriale delle due specie ci indica che non c’è stato in pratica nessun incrocio, mentre il DNA nucleare sì. Pertanto, considerando che il DNA mitocondriale viene trasmesso dalla sola madre ai figli (le figlie a loro volta lo possono trasmettere alle generazioni successive), questo potrebbe farci capire che l’accoppiamento poteva avvenire prevalentemente tra maschi Neanderthal e donne sapiens, forse anche tra i sessi opposti ma in percentuale minore. Quindi da qui capiamo il punto centrale del discorso: l’inbreeding tra le due popolazioni era molto basso. Cioè, non c’era un continuo incrocio tra le due specie e viene stimato che, in un arco temporale di 10.000 anni, siano avvenuti appena 200-400 eventi di inbreeding (Fonti 2 e 3 che trovate nei commenti).

Introgressione: come detto poc’anzi, queste due specie si sono sporadicamente accoppiate, questo perché potrebbero esserci state delle barriere riproduttive (come anche la distanza genetica tra le due popolazioni) che hanno limitato gli accoppiamenti. Quei pochi e rarissimi ibridi che nascevano, se fertili, si riproducevano con uno dei due parentali (non con il genitore, sia chiaro, ma con un altro individuo “non ibrido” appartenente al lignaggio sapiens o Neanderthal). Quindi, le popolazioni non si “mischiavano” e non diventavano omogenee a livello genetico, ma un ibrido, riaccoppiandosi con un parentale, permetteva di “rubare” i geni dell’altra popolazione. Bene, grazie a questo fenomeno è stato possibile “rubare” alcuni geni neanderthaliani (quel famoso 1-3% presente nelle popolazioni eurasiatiche, e in percentuale minore anche in popolazioni africane): alcuni di questi hanno svolto un ruolo fondamentale per la nostra sopravvivenza, infatti ci hanno permesso di sopravvivere al freddo o a certi virus; altri ci espongono maggiormente a certe malattie (alcune ereditate proprio dal Neanderthal), come lupus, diabete di tipo II, il morbo di Dupuytren, ecc.

E così i ricercatori hanno confrontato il genoma di un Neanderthal vissuto circa 122.000 anni fa in Siberia (monti Altaj) con quello di 12 popolazioni odierne provenienti dall’Africa subsahariana, indicandoci che i primi incroci avvennero circa 250.000 anni fa. Il gruppo di esseri umani estinto era caratterizzato dalla presenza del 6% circa di genoma neanderthaliano, con alcuni di questi geni presenti in popolazioni subsahariane odierne, indicando in primis come la retro-migrazione in Africa fosse un fenomeno comune (il sapiens faceva “avanti e indietro” dal continente).

Ci sarebbe molto da dire sugli accoppiamenti, sulle malattie che si sono trasmesse a vicenda le due specie, ma il discorso sarebbe davvero lungo. Quindi torniamo agli accoppiamenti sapiens femminili - neanderthal maschili.

Sappiamo che molte popolazioni eurasiatiche, quindi di non discendenza africana (dove si arriva al massimo a una percentuale minore dell’1%), possiedono dall’1 al 3% di DNA neanderthaliano, e questa volta vengono presi in esame i cromosomi X, di cui in genere uno è ereditato dalla madre, indicando che sono poveri di geni neanderthaliani. Quindi ciò conferma ciò che già sapevamo, e cioè che sui cromosomi X non si trovano molte tracce di questa nostra specie. Anzi, quasi per niente: infatti in media contengono anche 4-5 volte meno DNA neanderthaliano rispetto a quelli che sono gli autosomi, cioè quei cromosomi non sessuali che costituiscono buona parte del genoma.

Quindi, se c’è questa ulteriore differenza a livello genetico e genomico, bisogna capire se si trattava di una scelta imposta o libera quella che prevedeva questa tipologia di coppia “mista”. Infatti sembra che la prole ibrida con cromosomi X ereditati per via materna da madri neanderthal non fosse molto in grado di riprodursi e di conseguenza sopravvivere, rispetto a chi invece possedeva almeno un cromosoma X o addirittura entrambi ereditati dal sapiens. Ma non si tratta dell’unica spiegazione, in quanto potrebbe esserci stata una barriera riproduttiva, del tipo comportamentale, che ha in qualche modo influenzato le dinamiche riproduttive. Forse potrebbe esserci stata una vera e propria scelta, una preferenza da parte delle donne sapiens che preferivano maschi neanderthaliani (e viceversa), e questo in qualche modo potrebbe spiegare come mai ci siano stati accoppiamenti unilaterali.

Ma come possiamo essere sicuri di ciò? I ricercatori in questione hanno raccolto dati genetici relativi a un periodo o fase di ibridazione datato circa 45.000-49.000 anni fa circa, poco prima della scomparsa del Neanderthal, ed è stato studiato e analizzato il DNA di un individuo femminile neanderthaliano vissuto in Siberia circa 122.000 anni fa. Il genoma possedeva e conservava proprio tracce relative ad accoppiamenti avvenuti circa 250.000 anni fa, proprio relative ai primi accoppiamenti avvenuti tra le due specie. Questo è interessante: indica che forse c’era già una scelta o comunque esisteva un’influenza tale già nei primi incontri. In parole povere, nei cromosomi X di quell’individuo femminile sono state trovate una gran quantità di DNA di sapiens moderni (derivanti da individui femminili) e altri derivanti da individui femminili neanderthaliani (due per l’esattezza) vissuti tra 80.000 e 52.000 anni fa circa.

Quale sarebbe quindi la spiegazione di questa sorta di sovrabbondanza di geni? Potrebbe essere legata a una scelta, a una preferenza sessuale, con maschi neanderthal che sceglievano individui femminili sapiens e viceversa, questo perché in qualche modo avrebbe permesso un maggior flusso genico. Questo aiuta a capire come mai la nostra specie possiede in generale una percentuale relativamente bassa di geni neanderthaliani, quindi confinati solo in piccole porzioni del cromosoma X, ma più diffusi negli altri cromosomi.

Quindi, in parole povere, una quantità maggiore di DNA di Homo sapiens nei cromosomi X rispetto agli altri cromosomi, quindi con una scarsità dei geni neanderthaliani sempre sul cromosoma X, non sarebbe dovuta a incompatibilità genetica che in qualche modo avrebbe suggerito che i geni neanderthaliani possedessero effetti negativi eliminati attraverso la selezione naturale (sì, alcuni geni neanderthaliani ci espongono maggiormente ad altre malattie, ma questo è un altro discorso), ma proprio dalla preferenza negli accoppiamenti. Questo perché le femmine possiedono due cromosomi X e, di conseguenza, un maggior numero di cromosomi sapiens non permetterebbe la presenza di un gran numero di cromosomi (e geni) neanderthaliani.

Ma si tratterebbe probabilmente di uno scenario evolutivo ben complesso, in quanto potrebbero essere entrati in gioco vari meccanismi evolutivi come la selezione naturale, la differenza tra i sessi e le preferenze comportamentali, o anche migrazioni di individui maschili o femminili in altre popolazioni; di conseguenza, l’incontro tra Neanderthal e Sapiens sarebbe stato un processo molto complesso.

Vediamo alcuni risultati interessanti:

-Non si sa se i rapporti fossero consensuali. Non sono mai state trovate tracce di violenza tra le due specie; anzi, convivevano e condividevano anche aspetti culturali, ma non ci è dato sapere altro.

-La selezione naturale o altri meccanismi avrebbero potuto contribuire alla scarsità di DNA neanderthaliano nei cromosomi X.

-Attraverso delle simulazioni è stato attestato che i gruppi Sapiens che entravano in territori neanderthaliani erano composti principalmente da individui femminili, ma anche in una situazione con popolazioni sapiens composte solo da individui femminili si ha al massimo un aumento di 1,3 volte di DNA sapiens nei cromosomi, che è comunque un dato inferiore rispetto ai cromosomi X dell’individuo femminile studiato, che possedeva 1,6 volte in più di DNA sapiens nel cromosoma X rispetto agli altri cromosomi. Quindi, in sostanza, le popolazioni erano caratterizzate da individui maschili di ascendenza perlopiù neanderthaliana e da femmine con ascendenza perlopiù sapiens, con questi sessi che si accoppiavano più frequentemente.

Fonti:
-M. Currat, & L. Excoffier, Strong reproductive isolation between humans and Neanderthals inferred from observed patterns of introgression, Proc. Natl. Acad. Sci. U.S.A. 108 (37) 15129-15134,
-Neves AGM, Serva M (2012) Extremely Rare Interbreeding Events Can Explain Neanderthal DNA in Living Humans. PLoS ONE 7(10): e47076.
-Alexander Platt et al. ,Interbreeding between Neanderthals and modern humans was strongly s*x biased.Science391,922-925(2026).
-Keila Velazquez-Arcelay, Laura L Colbran, Evonne McArthur, Colin M Brand, David C Rinker, Justin K Siemann, Douglas G McMahon, John A Capra, Archaic Introgression Shaped Human Circadian Traits, Genome Biology and Evolution, Volume 15, Issue 12, December 2023, evad203,

Fonte immagine: Canva

E oggi giornata a Bra, per GeoBra, prima volta con il Museo sperimentale del CAI GIAVENO,bello luminoso, comodo ai servi...
07/03/2026

E oggi giornata a Bra, per GeoBra, prima volta con il Museo sperimentale del CAI GIAVENO,bello luminoso, comodo ai servizi pubblici treni, bus e parcheggi. E s3 avete piacere ottimi piatti e tutto lo staff molto gentile.

🦮passeggiatina invernale 🦮🪾🍂
07/02/2026

🦮passeggiatina invernale 🦮🪾🍂

24/01/2026

📖 (cit. “Il Lupo - Una storia culturale”, M. Pastoreau). 🌕

👣🐾 Un nome importante scelto per il nostro Lykos, maschio nato nel 2016 nel nostro centro, oggi ospite dell’Area Centrale con il branco composto da Baus, Argentera, Alberto e Hope.
🧐 Appartato e a tratti sottomesso rispetto ai fratelli, si può riconoscere per una colorazione marrone-rossiccia euna mascherina facciale netta e molto marcata.

👍 Seguici per scoprire le storie degli altri ospiti, visita il sito https://www.centrouominielupi.it/ 🌐 e non perderti la visita presso il Centro "Uomini e Lupi"

📷 Patrizia Valenziano

16/10/2025

I ricercatori hanno messo a punto un vaccino anti cancro sperimentale potenzialmente rivoluzionario.

Non solo è in grado di ridurre sensibilmente o eliminare del tutto le cellule malate, ma può anche prevenire i tumori e impedire la diffusione delle metastasi.

Indirizzo

Rivalta Di Torino
10040

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