16/07/2026
Lettera aperta a Gonzalo Quesada (CT della Nazionale Italiana) Federazione Italiana Rugby
Gentile Coach Quesada.
ti scrivo da presidente di un club di Rugby, ma soprattutto da uno di quelli che, ogni settimana, vive il rugby dal basso. Quello dei bambini, dei genitori, degli educatori, dei volontari. Quello dove il risultato conta infinitamente meno dei valori che lasciamo ai ragazzi.
Ti scrivo perché non posso fare a meno di constatare che le tue dichiarazioni sugli arbitri dopo Italia–Nuova Zelanda, al netto della loro correttezza o meno, mi hanno profondamente deluso.
Non perché non possa esistere un errore arbitrale.
Non perché un allenatore non possa provare lecita frustrazione. Ma perché chi ricopre il tuo ruolo ha una responsabilità educativa enorme, che non può ignorare, forse persino superiore a quella tecnica.
Uno dei miei più grandi impegni in società è quello di spiegare ai genitori che il rispetto dell'arbitro è parte integrante del nostro sport. Passo ore a ricordare che a bordo campo non si urla contro il direttore di gara, che non si delegittima, che non si alimenta quella cultura della protesta continua che ha già devastato altri sport.
Non chiedo di non tifare anche calorosamente e spesso mi trovo per primo a gioire o a imprecare per le vittorie o le sconfitte.
Ma ai miei Coach e i miei team manager chiedo ossessivamente di rispettare ed aver cura di far rispettare una regola semplice: l'arbitro non si commenta. Se sbaglia, sbaglia. Se ha ragione, ha ragione. In ogni caso è una condizione della partita, non un problema della partita. Il rispetto viene prima della frustrazione.
Poi arriva il Commissario Tecnico della Nazionale e, davanti a telecamere e microfoni, demolisce pubblicamente l'operato arbitrale.
Capisci il danno Coach?
Da quel momento ogni genitore che urla dagli spalti, ogni allenatore che protesta, ogni ragazzo che contesta una decisione si sentirà legittimato a dire: "Se lo fa il CT dell'Italia, perché non dovrei farlo io?"
È questo il vero problema.
DI più; il tuo commento, non colpisce soltanto quell'arbitro. Esso indebolisce l'autorevolezza di tutta la categoria degli arbitri, persone che già oggi fanno sempre più fatica a dirigere partite in un clima sereno, soprattutto nei campionati minori, dove spesso operano senza nemmeno vedersi rimborsate le spese, mossi solo dalla passione.
Il rugby ha sempre rappresentato un'alternativa culturale. Abbiamo cercato di distinguerci da quel tifo calcistico italiano fatto di alibi, vittimismo e ricerca ossessiva del colpevole esterno. Oggi, purtroppo, vedo affiorare anche nel nostro mondo quella stessa melma.
Ed è un male assoluto.
Basta con la cultura degli alibi.
Si vince quando si gioca meglio dell'avversario.
Si perde quando l'avversario è stato migliore, oppure quando noi non siamo stati abbastanza bravi.
Se non si fa meta, il problema non è dell'arbitro. E' nostro.
Per questo comprendo la tua amarezza, ma non posso giustificare le tue parole.
Chi guida la Nazionale italiana non rappresenta solo i quindici in campo. Rappresenta migliaia di allenatori, dirigenti, arbitri, educatori e decine di migliaia di bambini che ogni fine settimana imparano cosa significhi davvero essere rugbisti.
La leadership non si misura quando tutto va bene.
Si misura soprattutto nella capacità di dare l'esempio quando si perde.
Ed è proprio in quel momento che avremmo avuto bisogno del Gonzalo Quesada uomo, non del Gonzalo Quesada polemista.
Perché le partite finiscono.
I valori, invece, devono restare.
Con immutata stima.
Mario Battaglia
Presidente Ravenna Rugby Football Club
MB