Scarpinate

Scarpinate Scarpinate way of mind, no aspetta Scarpinate state of life, no...insomma avete capito.

“U pan che dorme” – L’ardesia fra territorio, storia e presente12 settembre 2026 Scarpinate vi invita ad una escursione ...
31/08/2026

“U pan che dorme” – L’ardesia fra territorio, storia e presente
12 settembre 2026

Scarpinate vi invita ad una escursione ad anello sulla alture di Uscio, alle pendici del monti Tugio e Rosso, alla riscoperta delle vecchie cave di ardesia. Conosceremo assieme diversi aspetti dell’oro nero di Liguria, fra passato e presente, dall’estrazione alla lavorazione. Senza dimenticare di raccontare, anche, il territorio che circonda le cave e i loro sentieri.

Ad accompagnarci ci saranno la Prof.ssa Clara Manzamilla (geologa) e il sottoscritto Fabio Casazza come Guida G*E.

Appuntamento ore 10:00 dalla Pieve di Uscio
Distanza: 7 km ca.
Durata: 6 ore circa compresi interventi e pausa pranzo
Dislivello positivo: 380 metri ca.

Equipaggiamento obbligatorio: scarpe da trekking con suola scolpita, borraccia e pranzo al sacco.

Evento organizzato da Tigullio Verticale. Prenotazione obbligatoria, max 25 posti: Fabio Casazza (Scarpinate) 331 2851961

Saremmo rimasti più a lungo sulle verdi distese di Pratomollo, ma c’è una piccola scoperta che vorrei far fare ai miei c...
28/08/2026

Saremmo rimasti più a lungo sulle verdi distese di Pratomollo, ma c’è una piccola scoperta che vorrei far fare ai miei compagni di viaggio prima di tornare a casa.

Per prima cosa ci dirigiamo verso il passo dei Porciletti. Arrivati all’Alta Via, attraversando le pendici del Monte Nero, siamo quasi in vista del Passo dell’Incisa quando, all’improvviso, quasi mi butto giù, fuori sentiero, scendendo qualche decina di metri lungo un tratto di pendio non troppo ripido.

Lo stupore è ancora maggiore quando ci siamo ritrovato lungo una traccia che, ad una prima occhiata, aveva qualcosa di particolare. Troppo larga per essere un semplice sentiero, in alcuni tratti presenta, a valle, dei muri a secco di sostegno.
Proseguiamo lungo la strada, che per un tratto appare poco leggibile forse a causa di una vecchia frana, per qualche centinaio di metri.

Ed eccoci, finalmente. Ci accoglie il pianoro ancora oggi chiamato Ospedale, a circa 1416 metri di quota, dove troviamo i pochi resti di quello che viene identificato come “hospitale” dell’Incisa, una struttura destinata all’assistenza di chi affrontava il valico. Nelle vicinanze sopravvivono anche toponimi piuttosto significativi, come il rio dell’Ospedale e la fontana dei Frati.

Alla fine del Settecento il capitano Antonio Boccia, durante i suoi viaggi sui monti parmensi, descriveva ancora i resti delle murature e quello che interpretava come il profilo semicircolare del coro dell’antica costruzione: tali resti, ancora oggi, si possono osservare come ultimi testimoni di questo complesso assistenziale.

Per la tradizione locale l’ospitale sarebbe stato retto da monaci ed era parte di un sistema di strutture di accoglienza poste lungo le antiche strade dell’alta Val Taro, fra il Passo del Bocco e il Passo del Tomarlo. Diverse fonti lo collocano genericamente fra XI e XIV secolo, anche se manca una documentazione precisa.

Rimane però la presenza concreta dei suoi ruderi, nascosti nel bosco poco sotto il passo, a testimonianza di quando fosse complicato attraversare l’Appennino e di come le sue strade fossero vitali nel legare costa, entroterra e Pianura Padana.

Un grazie, in particolare, al buon Oranje Baard che, qualche anno fa, mi fece scoprire questa meraviglia

6 di 6 – Settimana prossima andiamo in Val Trebbia!

Fermatevi un attimo sulle rocce a sud di Pratomollo, in posizione leggermente rialzata, e datevi il tempo di osservare l...
26/08/2026

Fermatevi un attimo sulle rocce a sud di Pratomollo, in posizione leggermente rialzata, e datevi il tempo di osservare la sua distesa prativa.
La vedrete punteggiata di mandrie bovini e gruppi di cavalli selvatici, tutti placidamente al pascolo anche in queste giornate assolate.
Può farvi pensare ad un bel quadro naturalistico. Che di naturale, invece, ha molto poco.

E infatti Pratomollo, come il soprastante Monte Aiona, è interessato dalle attività umane già dal Mesolitico (ca 10000-8000 a.C), e dove la frequentazione più intensa si ha durante l’età del Rame (circa 3600-2200 a.C.) e agli inizi dell’età del Bronzo (circa 2200-900 a.C.). Anche qui l’area veniva utilizzata per la caccia, come suggeriscono i numerosi ritrovamenti di punte di freccia peduncolate in diaspro con segni di rottura da impatto.
La particolarità di Pratomollo, però, è un’altra.

Le analisi dei pollini e dei sedimenti hanno infatti permesso di ricostruire il paesaggio di circa 5000 anni fa, quando al posto dell’attuale prateria si estendeva un bosco dominato dall’abete bianco (Abies alba).
Gli archeologi trovane tracce di combustione, databili tra la fine del IV e il III millennio a.C., come risultato dell’uso sistematico e controllato del fuoco, probabilmente finalizzato ad ampliare le superfici erbose disponibili per il pascolo.

Il continuo disboscamento ha portato a processi di erosione dei versanti, con i sedimenti che vanno, nei secoli, a impermeabilizzare il bacino. Si creano così le condizioni per la formazione di un acquitrino, utilizzabile anche dagli animali per abbeverarsi, nel quale inizia successivamente ad accumularsi la torba.

Pratomollo è quindi un esempio particolarmente interessante di quanto sia antico il rapporto fra le popolazioni dell’Appennino e il loro territorio.
Il prato e la torbiera che attraversiamo oggi non sono soltanto il risultato dei processi naturali, ma conservano ancora le conseguenze di interventi compiuti dall’uomo circa cinquemila anni fa.

5 di 6 – Prossimo capitolo: l’Hospitale dell’Incisa

Prima di visitare Pratomollo, vi consiglio caldamente di deviare per qualche centinaio di metri, lungo la sterrata che s...
24/08/2026

Prima di visitare Pratomollo, vi consiglio caldamente di deviare per qualche centinaio di metri, lungo la sterrata che scende verso la val Penna, fino a incontrare un ammasso di roccia, scuro e fratturato, che salta sicuramente all’occhio.

Eccoci dunque alla Pietra Borghese, o Pria Burghéisa, un imponente blocco di peridotite lungo una trentina di metri e alto fino a 7-8 metri, che emerge dal verde dei prati a circa 1465 metri di quota.
La sua importanza è tale da essere classificata dalla Regione Liguria come geosito di interesse nazionale.

Cosa rende la Pietra Borghese così particolare? Considerate che le peridotiti sono rocce provenienti dal mantello terrestre, quindi da una profondità compresa fra i 70 e i 150 km di profondità.
Il mantello litosferico viene infatti coinvolto, milioni di anni fa, nei processi orogenesi alpina e appenninica, che portarono all’apertura dell’Oceano Ligure-Piemontese e, molto più tardi, nella formazione dell’Appennino.

In tale processo alcuni tratti di questo antico fondale marino, e di quanto stava ancora più al di sotto, vengono alla luce e vanno a formare parte delle nostre catene montuose, come dimostrano anche le ofioliti dell’Aiona e del Penna.

La Pietra Borghese è altresì ricca di minerali ferrosi, conferendo alla roccia proprietà magnetiche: basta avvicinarsi con una bussola per vedere l’ago deviare dalla sua direzione.
Questa caratteristica, oltre alla forma particolare, ha contribuito nel tempo ad alimentare numerose leggende: la più famosa è che la Pietra Borghese sia un meteorite caduto dal cielo.

Girarvi attorno, scoprirne i vari angoli e le aperture, simili a piccole grotte, vi farà sicuramente comprendere come tale roccia possa aver alimentato, per secoli, l’interesse dei nostri antenati e come, ancora oggi, tale interesse sia vivo più che mai.

4 di 6 – Prossimo capitolo: Pratomollo

Fra le montagne più alte dell’Appennino Ligure, con 1701 metri di quota, il massiccio del Monte Aiona è fra le cime che ...
22/08/2026

Fra le montagne più alte dell’Appennino Ligure, con 1701 metri di quota, il massiccio del Monte Aiona è fra le cime che mi piace, sempre, rincontrare nei miei viaggi.

Situato sulla catena che fa da spartiacque fra le vallate dell’Aveto e dello Sturla, la sua posizione ne fa una cerniera fra costa ed Entroterra, con una vista molto ampia che spazia dal Golfo del Tigullio alle vallate dello Sturla e del Penna, al massiccio dello Zatta fino alle vette dell’Appennino ligure-emiliano come il Penna, il Maggiorasca e il Bue.
Si possono passare ore intere, sulla vetta, ad ammirare la bellezza di questi panorami, circondati da un’intensa pace, nonostante l’Aiona sia fra le vette più ambite e frequentate.
Una frequentazione che ha una lunga storia: i numerosi escursionisti che vengono in visita calcano gli stessi passi che, lungo i millenni, hanno lasciato le genti dei monti liguri.

Il Monte Aiona, infatti, risulta occupato già dal Mesolitico, il periodo intermedio dell’età della Pietra che va all’incirca dal 10000 all’8000 a.C: sono infatti stati ritrovati numerosi manufatti litici in diaspro, in una zona che, con tutta probabilità, era una stazione stagionale estiva di cacciatori d’alta quota, i cui campi base sarebbero da ricercare nel fondovalle.

Nei millenni successivi la frequentazione si fa più sporadica, mentre riprende con maggiore intensità durante l’età del Rame (circa 3600-2200 a.C.) e gli inizi dell’età del Bronzo (circa 2200-900 a.C.). Anche in questo caso i ritrovamenti di punte di freccia peduncolate in diaspro, con segni di rottura da impatto, suggeriscono che l’area venisse utilizzata per la caccia.

L’Aiona, per millenni, viene quindi utilizzato per la caccia e la pastorizia transumante: pratiche necessariamente stagionali, che suggeriscono l’esistenza di insediamenti stabili, sia nelle immediate vicinanze del massiccio, sia in tutto il comprensorio della Val dell’Aveto.
La questione meriterebbe sicuramente un approfondimento, a partire dalla presenza, sopra Amborzasco, di un monte che in dialetto sarebbe “Castellumà” (l’attuale Monte Castelmare): il toponimo suggerirebbe la presenza di un castellaro, un sito fortificato di altura che segna l’organizzazione territoriale delle tribù liguri lungo tutta la regione.

E non è finita, ancora. Scesi infine dall’Aiona, lasciato alle spalle il passo della Spingarda, la conca di Pratomollo ci accoglie con almeno un paio di storie molto interessanti che provengono, entrambe, dal passato.

3 di 6 – Prossimo capitolo: la Pietra Borghese

La foresta del Monte Penna è fra gli ambienti più interessanti nel Parco Naturale Regionale dell’Aveto. L’ho girata pare...
20/08/2026

La foresta del Monte Penna è fra gli ambienti più interessanti nel Parco Naturale Regionale dell’Aveto. L’ho girata parecchie volte, e quella che segue è una storia che ci tengo a raccontare.

Oltre alla grande importanza naturalistica, la foresta ha altresì una lunga storia di sfruttamento delle risorse arboree legato, in origine, ai cantieri navali del Comune (poi Repubblica) di Genova. Da qui, infatti, viene tratto il legname in particolare per la costruzione dei remi.
Non è un caso, infatti, che nella Chiesa di San Marco al Molo di Genova si trovi, ancora oggi, una lapide risalente al XIV secolo a ricordo di tale Bernardo, “remolarius” e originario della “val de Avanto” (val d’Aveto). Scoperta fatta da non molto tempo e che mi ha lasciato piacevolmente stupito.

Ancora nel XIX secolo la zona viene particolarmente sfruttata, sia sul versante avetano che sul versante dell’alta valle del Taro. Viene tentata sia l’estrazione di rame, anche se con poco successo, sia lo sfruttamento dei boschi di faggio, che vengono massicciamente tagliati.
A supporto di tali attività viene effettuati un investimento in infrastrutture di logistica e trasporto. Per movimentare il legname, per esempio, viene costruita una teleferica con carrelli di andata e ritorno, a oggi non più presente.

Questo almeno fino al 1956, quando il passaggio al Demanio impone una più ampia tutela e si iniziano rimboschimenti a conifere, più celeri nella crescita anche se, col senno di poi, a oggi di preferisce cercare di spingere per una crescita di specie autoctone, come il faggio, con uno sfoltimento mirato di conifere non autoctone.

Lasciamo però il fresco della foresta per avventurarci, finalmente, sulla cresta nord dell’Aiona e raggiungere il pianoro sommitale, dove alla vista si somma l’importanza storica di una delle montagne più apprezzate dell’Appennino ligure.

2 di 6 – Prossimo capitolo: millenni di passi sull’Aiona

Ed eccomi di nuovo in val d’Aveto. Per me rifugio e luogo di famiglia, dove tante avventure ho già vissuto e dove ne tro...
18/08/2026

Ed eccomi di nuovo in val d’Aveto. Per me rifugio e luogo di famiglia, dove tante avventure ho già vissuto e dove ne trovo sempre di nuove da fare.
Per me luogo ideale per riprendere l’attività di Scarpinate, dopo un periodo di assenze e attività a intermittenza, con una piccola avventura mai tentata prima.

Il percorso, in generale, è forse fra i più conosciuti della valle, con partenza dalle Casermette del Penna in una fresca – finché è durata – mattinata di inizio agosto.
La foresta del Penna è uno scorrere di faggi e pini, segno di una relativamente recente riforestazione a seguito del sfruttamento della foresta avvenuto fra XIX e XX.

La via scorre fra lunghi tratti pianeggianti e un po’ di salita fino al Passo del Cerighetto. Ed è poco prima del passo che compare il profilo, ripido e tagliente, della cresta nord dell’Aiona. Anni che cammino in valle, e ancora non ho avuto occasione di affrontarlo. Almeno finora.

Trovato l’attacco, inizia una lenta quanto ripida salita. Di fronte alle rocce stagliate contro l’azzurro, pian piano i pensieri di spengono e gli occhi sono fissi sulla dorsale di roccia che porta verso il cielo.
Una concentrazione profonda muove ogni singolo passo. Ogni tanto si rifiata e si ammira il panorama che si apre sempre di più sulla vallata.

Ancora uno scorzo. Finalmente eccoci. Le propaggini meridionali del pianoro dell’Aiona ci accolgono con il vasto e tipico paesaggio lunare ricoperto da un rigoglioso manto erboso. E l’Aiona non stanca mai, con suo panorama che unisce mare e profondo entroterra.

Molti di voi conosceranno molto bene il resto del percorso : discesa al passo della Spingarda, Pratomollo e infine ritorno alla Casermette attraverso il passo dell’Incisa. Con una deviazione che, scommetto, pochi di voi conoscono: quella verso i resti dell’Hospitale medievale dell’Incisa.

In questa lunga Scarpinata ho finalmente ritrovato diverse storie del nostro territorio. Che vi racconterò, ovviamente, nelle prossime puntate.

Parte 1 di 6 – Prossimo post: la foresta del Penna

Grazie ai due compagni di avventura Renato (nonché collega G*E) e Federico

La mia prima escursione come Guida Ambientale Escursionistica! 😀Come promesso, ecco svelata una delle cose a cui ho lavo...
23/07/2026

La mia prima escursione come Guida Ambientale Escursionistica! 😀

Come promesso, ecco svelata una delle cose a cui ho lavorato negli ultimi mesi, motivo per cui sono stato un po' assente.

Ora bando alle ciance! Eccovi un po' di informazioni per "Stelle su Portofino" – sabato 8 agosto 2026

Escursione con osservazione astronomica Escursione fra tramonto e sera nel cuore del Parco di Portofino.
Claudio e Fabio ci guideranno fra le sue particolarità ambientali e storiche, Andrea ci mostrerà i segreti della volta celeste da Semaforo Nuovo.

Guide G*E: Claudio Solimano e Fabio Casazza (Scarpinate). Osservazione astronomica: Andrea Chiantore, associazione culturale Il Sestante

Appuntamento ore 19:00 dal parcheggio poco sotto l’Hotel Portofino Kulm. Distanza: 7,5 km ca.
Durata: 4,5 ore circa (si prevede di tornare intorno alle 23:30)
Dislivello positivo: 340 metri
Equipaggiamento obbligatorio: scarpe da trekking con suola scolpita, torcia, borraccia. Cena al sacco.

Evento organizzato da Tigullio Verticale. Prenotazione obbligatoria, max 40 posti: Fabio Casazza (Scarpinate) 331 2851961

Situata alle pendici dello Zatta, nel cuore della sua faggeta, l’ex Colonia Devoto deve parte della sua fama alla lunga ...
17/07/2026

Situata alle pendici dello Zatta, nel cuore della sua faggeta, l’ex Colonia Devoto deve parte della sua fama alla lunga storia di abbandono e incuria che lo caratterizza, oltre a una serie di racconti fantasiosi su presenze soprannaturali.
L’unica presenza concreta è il grande edificio che si para davanti, seguendo la strada sterrata che si imbocca lungo la Provinciale 46 e che porta al Poggio Buenos Aires, un’area di sosta attrezzata situata poco sopra la colonia.

L’ex colonia nasce dalle ultime volontà di Antonio Devoto, lavagnino emigrato in Argentina nella seconda metà del XIX secolo in cerca di fortuna.
Nell’arco di sessant’anni, Antonio scala la gerarchia economica e sociale del paese, fino a divenire una delle persone più ricche e influenti della giovane repubblica sudamericana.
Numerose sono le donazioni e le opere di beneficenza messe in campo da Antonio, la cui opera filantropica, dopo la morte nel 1916, viene portata avanti dalla famiglia.

Si arriva così al 1932, quando l’iniziativa della Fondazione Italiana Antonio Devoto arriva a far costruire questa imponente struttura nel cuore degli Appennini liguri, con la funzione di colonia dell'infanzia, dedicata a orfani e poveri. Resta in funzione fino alla fine degli anni 60’, poi adibita a centro di cura per malattie polmonari e infine centro di recupero per tossicodipendenti. Poi, la chiusura.

A oggi, l’ex colonia ancora attende una soluzione. Nel mentre, la situazione di degrado peggiora, con vistose porzioni di tetto crollate e la conseguenza di esporre la struttura a pericolose infiltrazioni.
Delle 365 finestre dell’ex colonia – una per ogni giorno dell’anno - nessuna è ancora integra. L’ingresso principale, un tempo murato per evitare ingressi indesiderati, presenta una grossa breccia da cui, in teoria, chiunque può entrarvi.

E’ una grande tentazione ma è bene non rischiare. Oltre a essere proprietà privata, le condizioni dell’ex Colonia rendono sconsigliabile una visita all’interno.
Resta un peccato che una struttura del genere venga lasciata a una lenta e inesorabile rovina.
Ancora oggi si possono incontrare persone, ex alunne e alunni della colonia, i quali ricordano con gioia gli anni passati lì. Una vita scolastica dura ma allietata dall’ambiente circostante, con prati e foreste a far da parco giochi.

Il massiccio dello Zatta è fra le Scarpinate più adatte quando il caldo e l’afa martellano pesanti come non mai.All’ombr...
14/07/2026

Il massiccio dello Zatta è fra le Scarpinate più adatte quando il caldo e l’afa martellano pesanti come non mai.
All’ombra della faggeta fra le più imponenti del Levante, ecco un percorso facile e abbastanza breve. Salire sul crinale impiega circa un’ora e mezza di tempo. Ognuno ci può mettere il tempo che vuole: fare Scarpinate è anche questo. Calma e godersi ogni passo.

Lo Zatta fa da spartiacque fra le vallate dello Sturla, del Graveglia e del Vara, ed è facilmente riconoscibile per la sua particolare conformazione. Dalla Val Graveglia, il versante sud, con le sue pareti scoscese, ha tutta l’aria di una muraglia brulla e invalicabile. Il versante nord, invece, presenta un pendio maggiormente dolce che accoglie la mirabile faggeta.

L’imbocco del sentiero rimane poco più a sud del Passo del Bocco, lungo la Provinciale 49 che porta a Varese Ligure.
Inizio una lenta salita, con qualche strappo più ripido, nel cuore della faggeta tinta di un verde acceso. Poco prima del crinale arrivo alla Fonte di Prato Pinello, da cui sgorga un filo di acqua freschissima.

Eccomi finalmente al crinale. La dolcezza della faggeta lascia spazio al ripido versante che si getta verso la Val Graveglia. Uno spettacolo che mi accompagnerà lungo tutta la cresta sommitale.
Mi fermo al Monte Zatta di levante, che con i suoi 1404 metri è il punto più alto del massiccio. Forse uno dei punti migliori per godere del panorama, che spazia dalla Val di Vara fino alla Val Graveglia, con i borghi di Arzeno e Reppia. Più in là, riesco a riconoscere il mare fra Sestri Levante e Riva Trigoso, con in mezzo Monte Castello.
La cresta scorre veloce, alternando tratti di foresta, dal verde caldo e vivace, a pochi tratti esposti al sole, che sono temperati da una piacevole brezza e mi riparano fin quasi all’estremo di ponente del massiccio, dove indugio ancora sullo splendido panorama prima di prendere la via del ritorno.

La discesa è abbastanza rapida e in poco tempo eccomi al Faggio 40: sono i resti di un albero monumentale, con circa 200 anni di età, schiantato al suolo durante un temporale nel 2005 perché gravemente compromesso da un fungo parassita. Anche se giace a terra da così tanto tempo, impressiona per la sua imponenza ed è impossibile, per me, non curiosarvi attorno.

Per il ritorno mi concedo un altro tuffo nella faggeta, tagliate dal sentiero, mai fatto prima, che dal Faggio 40 gira a nord-est e rimane a mezza costa fino a tornare al sentiero dell’andata, per riscendere poi a località Giaiette.
Un tratto molto tranquillo e pacifico, eppure qualcosa di nuovo sono riuscito a trovare. Ve lo racconto alla prossima!

[1 di…vediamo]

Indirizzo

Rapallo
16035

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Scarpinate pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Scelte rapide

Condividi