08/03/2026
“Branca Day” è una canzone del 2003, cantata dalla punk rock band vicentina Derozer. Molti millennial come me ricordano ancora il ritornello: “Ti amo quando sono sbronzo, ti amo di più…”. Una musichetta leggera e ballabile, con il pogo in mezzo alla pista e un Angelo Azzurro nel bicchiere: il cocktail probabilmente più cattivo (e iconico) degli anni Duemila.
Quel quadretto di giovinezza oggi torna utile per raccontare quello che è successo ieri a Roma. Siamo ancora ubriachi di felicità, l’Angelo Azzurro stavolta è Tommaso Menoncello e quell’amore “da sbronzi” è la lente perfetta per apprezzare una vittoria di corto muso: ruvida, scorbutica e allo stesso tempo bellissima e poetica.
L’Italia ha voltato pagina, bisogna dirlo. Chi ascoltava i Derozer si è abituato per anni a concetti consolatori come la “sconfitta onorevole”, l’escamotage giornalistico ideale per mascherare le magagne dell’Italrugby. Ora non c’è più bisogno di aggrapparsi solo a una mischia dominante o a qualche placcaggio spacca-ossa per sentirsi vivi: siamo finalmente nella fase in cui la Nazionale si può giudicare per le partite che vince.
È la terza volta che muoviamo la classifica nel Sei Nazioni 2026, è l’undicesima vittoria dell’era Quesada ed è la prima vittoria di sempre contro l’Inghilterra. C’è tantissimo da celebrare. E ai numeri – già importanti – si aggiungono spunti che aiutano a inquadrare meglio la nouvelle vague del rugby italiano (di alto livello, perché la base continua ad annaspare) e la crescita del gruppo guidato da Michele Lamaro.
Ci stiamo abituando a vincere nelle condizioni più impensabili (qualcuno ricorda la lista degli infortunati?), contro avversari teoricamente superiori, in partite piene di ostacoli. Ma, rispetto al passato, non crolliamo. Chi avrebbe detto che avremmo gestito con lucidità lo spartito fatto di calci e pressione che l’Inghilterra ci ha proposto nei primi venti minuti? Chi avrebbe scommesso che il break di Ollie Chessum, a tre minuti dalla fine, si sarebbe chiuso con un placcaggio perfetto e un turnover a nostro favore?
Nei momenti chiave l’Italia sta imparando a spostare l’inerzia dalla sua parte, pur tra errori individuali talvolta inguardabili e qualche difficoltà strutturale ancora evidente. Basti pensare a come segniamo: azioni da applausi, sì, ma spesso con un dato curioso. Se si vanno a rivedere i tabellini delle vittorie più significative dell’era Quesada, si scopre che segniamo meno mete delle squadre che battiamo e che le marcature arrivano di frequente da situazioni lontane dai fatidici cinque metri.
Lo hanno detto in tanti e lo ripeto anch’io: la litania secondo cui l’Italia vince solo quando azzecca la giornata perfetta e l’avversario combina disastri, si può archiviare. Ieri l’Inghilterra voleva vincere: niente supponenza, palloni contestati uno a uno, battaglia vera. Ha perso lucidità perché non ha trovato soluzioni semplici alle difficoltà che le abbiamo imposto. E diciamolo con serenità: ve**re a Roma, adesso, è un gran casino per tutti.
E nella girandola delle frasi fatte ce n’è una che, alla fine, funziona sempre: meglio una br**ta vittoria di una bella sconfitta. Sì, diamine: è sempre stato vero, e lo è ancora di più nel rugby professionistico, dove girano soldi, interessi e visibilità.
E allora brindiamo pure, ma rimanendo esigenti: questa vittoria vale doppio se tra una settimana andiamo a Cardiff a sbancare il Principality Stadium. Se dobbiamo fare la storia, facciamola fino in fondo.