31/07/2026
Viadana e, probabilmente, Rovigo lasciano la Lega Italiana Rugby. Quello che sta accadendo non è nulla di nuovo sotto il sole d’agosto: le diatribe tra i club e gli organi di governo del rugby italiano sono ormai una consuetudine, non un’eccezione.
Non entro nel merito di questo abbandono, che ritengo rispettabile come ogni decisione presa da presidenti che investono tempo e denaro in uno sport dal quale, molto spesso, non ricevono nulla in cambio.
Resta però un tema culturale, profondamente radicato nella nostra palla ovale. Non siamo semplicemente fatti per lavorare in sinergia. Ci sono club che non si riconoscono nei metodi federali e, dall’altra parte, una Federazione che troppo spesso ha alzato steccati altissimi nei confronti delle società non allineate.
Ognuno costruisce il proprio rugby, con le proprie convinzioni, il proprio modo di giocarlo, insegnarlo e raccontarlo. L’idea di lavorare per il bene del movimento, rinunciando almeno in parte alle proprie posizioni in nome di un obiettivo più grande, è condivisa da pochissime realtà. C’è chi viene assalito da improvvisi lampi di esterofilia e chi entra in modalità Marchese del Grillo: «Io so’ io e voi non siete un cxxo».
Basta passare in rassegna le unioni e le divisioni che ogni stagione caratterizzano il precampionato. Nasce una sinergia tra società e, nello stesso momento, fallisce una squadra oppure qualcun’altra decide di tornare a correre da sola.
In questo quadro complicato, la Lega ha comunque svolto egregiamente il proprio lavoro. Per chi non è un insider e non conosce i rapporti di forza interni alla LIR, l’unico metro di valutazione possibile è quello promozionale. E da questo punto di vista le cose sono state fatte bene: l’organizzazione delle finali di Serie A Elite, le iniziative di comunicazione e, soprattutto, l’idea che esista un gruppo di lavoro dedicato a dare un’identità a un campionato a tutti gli effetti bistrattato.
Potremmo discutere per giorni su chi abbia ragione e chi no, ma resta un fatto difficilmente contestabile: la Serie A Elite non rappresenta il massimo livello del rugby italiano e non è l’asset principale della Federazione. La Nazionale maggiore maschile e le due franchigie di URC vengono prima di tutto il resto.
Dunque le critiche alla Lega si possono anche fare, ma chi farebbe meglio, avendo tra le mani un prodotto che, nei fatti, è “Elite” soltanto sulla carta?