Sportmotivator

Sportmotivator Sono Andrea Guarducci SportMotivator, Professionista del Benessere. Ex atleta di alto livello multidisciplinare, continuo a praticare sport livello agonistico.

Lo Sport è la mia passione: aiuto le persone a raggiungere i propri obiettivi

LO SPORT NON SI FERMA. E NEMMENO CHI INSEGNA PUÒ FARLO.Leggo molti post in cui si continua a discutere di sport, di atle...
04/09/2026

LO SPORT NON SI FERMA. E NEMMENO CHI INSEGNA PUÒ FARLO.

Leggo molti post in cui si continua a discutere di sport, di atleti agonisti e non agonisti, di praticanti “puri” e “impuri”, di ciò che sarebbe vero sport e di ciò che invece non lo sarebbe.

Fermiamoci un attimo.

Il tempo, cinico e inesorabile, non passa soltanto per le persone. Passa anche per lo sport.

E mentre passa, lo sport cambia. Si evolve.

Si studiano nuove metodologie di allenamento, migliorano le conoscenze sulla preparazione atletica, sulla fisiologia, sulla biomeccanica, sul recupero, sulla prevenzione degli infortuni, sulla psicologia e sull’apprendimento motorio.

Quello che venti o trent’anni fa consideravamo corretto, oggi può essere stato migliorato, integrato o perfino superato.

E questo non significa rinnegare il passato.

Significa rispettarlo abbastanza da costruirci sopra.

La tradizione ha un valore enorme quando rappresenta le fondamenta. Diventa invece un limite quando viene utilizzata per giustificare il rifiuto di ciò che abbiamo imparato dopo.

Per chi insegna, aggiornarsi non dovrebbe essere un’opzione.

Perché rimanere fermi al palo non significa soltanto smettere di crescere come tecnici: significa rischiare di tenere fermi anche i propri atleti, privandoli di conoscenze e strumenti che oggi abbiamo a disposizione.

Lo so: mantenersi aggiornati richiede tempo, studio, confronto e anche l’umiltà di mettere qualche volta in discussione ciò che abbiamo sempre fatto.

Ma chi decide di insegnare si assume questa responsabilità.

Poi sarà l’atleta a scegliere la propria strada.

Potrà voler diventare un agonista di alto livello.

Potrà gareggiare semplicemente perché gli piace.

Potrà praticare per conoscere profondamente una disciplina.

Potrà farlo per stare bene, divertirsi o migliorare se stesso.

Ma la qualità dell’insegnamento non dovrebbe dipendere dalle sue ambizioni.

Anche chi non farà mai una gara merita tecnica, metodo e competenza.

E anche l’agonista più esasperato non dovrebbe essere allenato attraverso improvvisazione e convinzioni tramandate soltanto perché “si è sempre fatto così”.

Non esistono atleti di serie A e praticanti di serie B.

Esistono persone con obiettivi differenti alle quali un insegnante deve cercare di offrire il meglio delle conoscenze che il proprio tempo mette a disposizione.

Il passato ci ha insegnato moltissimo.

Ma un buon Maestro non insegna ai propri allievi a vivere nel passato.
Usa ciò che ha ricevuto per prepararli al futuro.

CHI È DAVVERO IL “CAMPIONE”?La parola campione deriva dal latino medievale campio: colui che scendeva in campo per comba...
01/09/2026

CHI È DAVVERO IL “CAMPIONE”?

La parola campione deriva dal latino medievale campio: colui che scendeva in campo per comba***re.

Nello sport il significato è chiaro: campione è l’atleta o la squadra che vince una competizione, che eccelle, che supera gli altri.

Ma forse essere un vero campione significa qualcosa di più.

Troppo spesso, infatti, alla vittoria sportiva attribuiamo automaticamente anche qualità umane straordinarie. Chi vince diventa un idolo e, quasi senza accorgercene, finiamo per pensare che essere superiori nello sport significhi esserlo anche come persone.

Non è necessariamente così.

Mi piace pensare al campione nel significato che questa parola assume anche quando parliamo di un “campione di riferimento”: qualcosa con cui confrontarsi, un modello attraverso il quale misurare noi stessi.

Il campione, allora, non dovrebbe essere un santo da adorare su un piedistallo, ma un esempio da osservare e, possibilmente, da seguire.

Ed essere un esempio può essere molto più difficile che ba***re un record o vincere una medaglia.

Significa mostrare ai più giovani non soltanto come si vince, ma soprattutto come si arriva a provarci.

Come ci si allena quando nessuno ci guarda.
Come si affronta una sconfitta.
Come si rispetta un avversario.
Come ci si comporta fuori dal campo di gara.
Come si rispettano le regole dello sport e quelle della società.

Significa avere la responsabilità di trasmettere messaggi corretti: il rispetto del proprio corpo, il rifiuto del fumo, dell’abuso di alcol e delle droghe, la cultura dell’impegno, della disciplina e del rispetto degli altri.

Perché soprattutto per un ragazzo l’esempio vale spesso più di mille discorsi.

E allora cambia anche la domanda.

Non più soltanto: “Quanto hai vinto?”

Ma: “Che cosa lasci a chi ti guarda?”

Per questo il campione non è necessariamente soltanto chi sale sul podio olimpico.

Può esserlo anche l’atleta che non vincerà mai una grande medaglia, ma che ogni giorno pratica il proprio sport con passione, correttezza e rispetto; che sa essere un riferimento per i compagni e per i più giovani; che attraverso il proprio comportamento rappresenta i valori che diciamo di voler insegnare attraverso lo sport.

La medaglia dice quanto sei stato forte in quel momento.
L’esempio che lasci dice che campione sei stato.

Ed è forse questa la vittoria più difficile.

SETTEMBRE È ARRIVATO.NON PROMETTERTI DI INIZIARE.PROMETTITI DI CONTINUARE.Settembre è il mese dei buoni propositi.“Devo ...
31/08/2026

SETTEMBRE È ARRIVATO.
NON PROMETTERTI DI INIZIARE.
PROMETTITI DI CONTINUARE.

Settembre è il mese dei buoni propositi.

“Devo dimagrire.”
“Devo rimettermi in forma.”
“Devo ricominciare ad allenarmi.”

E molto spesso si commette subito il primo errore: partire a 1000.

Troppi allenamenti, troppo intensi, cambiamenti drastici nelle proprie abitudini e la voglia di vedere risultati immediatamente.

Per qualche settimana funziona. Poi arrivano il lavoro, la famiglia, la stanchezza, qualche allenamento saltato… e piano piano si torna al punto di partenza.

Per questo dico sempre:

meglio partire a 100 e continuare per 1000 giorni, che partire a 1000 e fermarsi dopo 100.

Qualunque sia il tuo obiettivo — dimagrire, stare meglio, migliorare la forma fisica o semplicemente riprendere dopo una pausa — il primo risultato da raggiungere non è sulla bilancia e neppure nello specchio.

È la continuità.

L’allenamento deve entrare nella tua vita, non stravolgerla.

Deve essere progressivo, sostenibile e costruito sulle tue possibilità reali: età, condizione di partenza, tempo disponibile, lavoro, famiglia, capacità di recupero e obiettivi.

Ci si può allenare da soli.
Ci si può allenare con gli amici.
E oggi possiamo trovare migliaia di esercizi e programmi anche sul telefono.

Ma essere seguiti dovrebbe significare qualcosa di più.

Non semplicemente avere un Personal Trainer che conta serie e ripetizioni o che ti considera “il cliente delle 18”.

Io preferisco parlare di operatore del benessere.

Una persona con cui instaurare un rapporto di fiducia, che impari a conoscerti e sappia quando stimolarti e quando rallentare; che ascolti le tue difficoltà, modifichi il percorso quando necessario e ti aiuti a trasformare tanti piccoli progressi in un risultato duraturo.

Perché motivare qualcuno non significa convincerlo ad allenarsi duramente oggi.

Significa aiutarlo ad avere ancora voglia di allenarsi domani, tra sei mesi e tra dieci anni.

La forma fisica cambia.
Gli obiettivi cambiano.
L’età cambia.

L’abitudine a prendersi cura di se stessi dovrebbe rimanere.

Quindi, questo settembre, non chiederti soltanto:

“Quanto posso fare?”

Chiediti soprattutto:

“Cosa posso fare oggi che sarò ancora capace e felice di fare tra un anno?”

Perché iniziare è relativamente facile.

La vera vittoria è continuare.

Andrea Guarducci
Preparatore Atletico • Personal Trainer • SportMotivator

🏆 PRATICHI GIÀ SPORT E VUOI FARE UN SALTO DI QUALITÀ?Non devi cambiare palestra, società o allenatore.Continua ad allena...
27/08/2026

🏆 PRATICHI GIÀ SPORT E VUOI FARE UN SALTO DI QUALITÀ?

Non devi cambiare palestra, società o allenatore.
Continua ad allenarti nel tuo sport, con il tuo tecnico e con la tua squadra.

Il mio lavoro è un altro: affiancare e integrare la tua preparazione, partendo dagli obiettivi del tuo sport e individuando quei gap atletici o mentali che possono limitare la tua prestazione.

Forza, potenza, resistenza, mobilità, prevenzione, capacità di recupero, ma anche concentrazione, gestione della pressione, sicurezza e approccio alla competizione.

Lavoro al servizio dell’atleta e del suo percorso sportivo, senza sostituirmi al lavoro tecnico specifico.

L’esperienza diretta maturata con atleti e campioni mi ha insegnato che, raggiunto un certo livello, spesso non serve semplicemente fare di più: bisogna capire cosa manca e lavorare in maniera mirata proprio su quello.

🎯 Il tuo sport rimane il centro.
Io lavoro su ciò che può aiutarti a praticarlo meglio.

⚡ SportMotivator
Preparazione atletica • Mental Coaching • Performance

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VINCERE DA GIOVANI NON SIGNIFICA DIVENTARE CAMPIONINello sport giovanile uno degli errori più frequenti è avere fretta d...
23/08/2026

VINCERE DA GIOVANI NON SIGNIFICA DIVENTARE CAMPIONI

Nello sport giovanile uno degli errori più frequenti è avere fretta di insegnare a vincere, invece di avere pazienza nel costruire l’atleta.

Si cercano risultati immediati, si esaspera la tattica, si insegnano strategie “furbe” per sfruttare il regolamento, il punteggio, una superiorità fisica momentanea o poche soluzioni particolarmente redditizie.

E funziona.

Il giovane vince, sembra più forte degli altri e i risultati sembrano confermare che il percorso sia quello giusto.

Ma poi?

Poi gli altri maturano fisicamente. Il livello tecnico aumenta. Le differenze si riducono. Quello che permetteva di vincere a 14, 16 o 18 anni non basta più.

Ed è proprio allora che emergono le lacune.

Perché nel periodo in cui bisognava costruire fondamentali tecnici, capacità motorie, coordinazione, atletismo, comprensione dello sport e capacità di adattamento, si è preferito costruire il risultato.

E c’è un problema ancora più grande: recuperare dopo ciò che non è stato costruito prima è molto più difficile. Nel frattempo alcuni automatismi sono diventati abitudini e certi vizi tecnici sono ormai radicati.

Per questo una sconfitta giovanile, all’interno di un percorso corretto, può avere molto più valore di una vittoria ottenuta anticipando i tempi.

L’obiettivo non dovrebbe essere creare il miglior atleta a 14 o 16 anni.

Dovrebbe essere costruire il miglior atleta possibile dopo la sua maturazione fisica e mentale, indicativamente dai 20 anni in avanti, quando inizierà veramente a esprimere ciò che è stato costruito negli anni precedenti.

Da giovani si costruisce.
Con la maturazione si specializza.
Da adulti si raccoglie.

La tattica e la capacità di vincere arriveranno, perché fanno parte dello sport. Ma devono poggiare sopra fondamenta solide, non sostituirle.

Non insegnare a un giovane atleta come vincere oggi.
Insegnagli tutto ciò che gli servirà per poter vincere domani, quando vincere conterà davvero.

(Foto generata con IA)

L’atleta non si costruisce accumulando allenamentiNegli anni, attraverso lo studio, il lavoro nella preparazione atletic...
19/08/2026

L’atleta non si costruisce accumulando allenamenti

Negli anni, attraverso lo studio, il lavoro nella preparazione atletica e soprattutto l’esperienza diretta con gli atleti, mi sono convinto sempre di più di una cosa:
a un certo punto, aumentare semplicemente il lavoro non garantisce automaticamente un’evoluzione.
A volte significa solo rendere più stabile ciò che già esiste.
E questa, nel tempo, diventa una differenza interessante da osservare.
Prendiamo il judo, che conosco direttamente e che offre un esempio molto chiaro.
Un atleta può partecipare a stage, OTC, ITC, sostenere decine di randori, incontrare profili diversi e trascorrere moltissime ore sul tatami.
L’esperienza cresce, questo è evidente.
Ma la domanda che spesso rimane aperta è un’altra:
che tipo di adattamento sta realmente avvenendo?
Perché non sempre più tempo significa automaticamente un’evoluzione diversa.

Prima di allenare bisogna osservare

Il primo passaggio, almeno per come lo vedo io, non è mai l’esercizio. È la lettura.
Quando lavoro o ragiono su un atleta cerco di partire da ciò che emerge, non da ciò che dovrebbe emergere.
Quali sono le sue tendenze?
Dove sembra più stabile?
Dove invece perde continuità?
Cosa accade quando cambia il ritmo?
Cosa succede quando la situazione non è più prevedibile?
Quanto riesce a rimanere dentro il combattimento quando le sue soluzioni abituali non funzionano?
E soprattutto:
che tipo di risposta emerge quando il contesto non collabora più?
Spesso è lì che si intravede qualcosa.
Il limite non è sempre evidente
In molti casi, quando un atleta sembra fermo, la risposta immediata è aumentare il carico.
Più judo, più randori, più situazioni.

Ma non sempre il problema è la quantità.
A volte è la direzione.
Se il limite è fisico, si manifesta in un certo modo.
Se è tecnico, in un altro.
Se è tattico, cambia ancora.
Se è coordinativo, si nasconde altrove.

E se tutto sembra funzionare ma non si traduce in prestazione, allora il punto diventa più sottile.
Non sempre ciò che manca è visibile nel gesto.
Sapere dove si sta andando.
Dire “migliorare” è una delle espressioni più ambigue che esistano nello sport.

Migliorare cosa, esattamente?
Un secondo attacco?
Una soluzione alternativa?
Una gestione diversa del tempo?
Una risposta più stabile sotto pressione?
O forse qualcosa che ancora non ha una forma precisa?

A volte il lavoro non è aggiungere, ma immaginare prima. E poi provare a capire cosa serve per avvicinarsi a quell’immagine.

Costruire, separare, ricomporre

La prestazione è un sistema unico, ma non sempre si sviluppa in modo lineare.
Ci sono momenti in cui alcune componenti sembrano dover essere isolate per poter essere comprese meglio.
Forza, velocità, resistenza, coordinazione, decisione.
Elementi che raramente crescono tutti insieme nello stesso momento.
E poi, in qualche modo, devono tornare a convivere.
Non sempre nello stesso ordine.
Altri sport come linguaggi
A volte, per capire meglio un atleta, è utile osservare anche ciò che non è il suo sport.
Non per cambiarlo. Ma per ampliare il vocabolario motorio.
La corsa, la ginnastica, il sollevamento pesi, le attività di endurance, etc…
Ognuna può offrire qualcosa.
Non come modello da imitare, ma come stimolo da reinterpretare.
La parte interessante non è mai l’esercizio in sé.
È ciò che rimane dopo.
Il problema non è eseguire
Nel tempo ho iniziato a osservare una cosa ricorrente. Molti atleti diventano molto bravi a ripetere ciò che conoscono.
Ma il combattimento raramente si ripete.
E quando cambia, non sempre le soluzioni restano disponibili.
È qui che emerge una differenza sottile:
sapere fare qualcosa non significa necessariamente saperla ritrovare quando serve.
Il randori come verifica, non come abitudine
Il randori è centrale.
Ma forse non sempre nel modo in cui viene interpretato.
Può essere un contesto di sviluppo, certo.
Ma anche un contesto di verifica.
E tra le due cose c’è una differenza importante.
Se tutto rimane invariato, anche il risultato tende a rimanere invariato.
A volte, per osservare qualcosa di nuovo, è necessario cambiare le condizioni.
Non sempre in modo drastico.
Ma sufficiente a spostare l’equilibrio.
Il fisico come mezzo, non come fine
La preparazione fisica è spesso letta attraverso i numeri.
Ma nel tempo la domanda diventa un’altra:

a cosa serve quella capacità, dentro il gesto?

Non sempre ciò che migliora in palestra si trasferisce automaticamente sul tatami.
E non sempre ciò che si vede sul tatami nasce dove ci si aspetta.

La parte meno visibile: c’è poi un aspetto che raramente si riesce a misurare in modo diretto.
La gestione. La capacità di restare dentro una situazione senza perderne il controllo.
Di adattarsi senza interrompere.
Di continuare a leggere mentre tutto cambia.

Non è solo tecnica.

Non è solo fisico.

E non è solo mentale.

È qualcosa che emerge dall’integrazione.
Alla fine tutto si ricompone
In qualche modo, tutto tende a tornare insieme.
Fisico, tecnica, decisione, tempo, pressione.
Ma non sempre nello stesso modo.
E non sempre nello stesso momento.
Il randori, in questo senso, diventa un punto di osservazione.
Non necessariamente un punto di partenza.
Una possibile sintesi.Forse il processo non è una linea. Forse assomiglia più a una serie di passaggi che si ripetono, ma ogni volta in modo leggermente diverso.

Osservare.

Capire cosa limita.

Immaginare una direzione.

Costruire qualcosa.

Spostarlo.

Verificarlo.

E poi ricominciare.

Non sempre nello stesso ordine.

Non sempre con le stesse priorità.

Una domanda che rimane aperta

Alla fine, forse, la questione non è quanto un atleta si allena.

Ma cosa diventa mentre si allena.

E cosa diventa quando smette di fare ciò che già sa fare bene.
Il resto, spesso, si scopre solo nel momento in cui si prova a cambiare qualcosa.

10/08/2026

Intervista con Samuele Bencini sul “Trittico di Romagna”

“Il grado non misura il valore di una persona. Lo testimonia.”Nel Judo, come nel Karate, una cintura non dovrebbe mai es...
18/07/2026

“Il grado non misura il valore di una persona. Lo testimonia.”

Nel Judo, come nel Karate, una cintura non dovrebbe mai essere un punto di arrivo, ma il simbolo di un percorso fatto di studio, sacrificio, disciplina e crescita continua.

Il grado riconosce competenze tecniche, esperienza e responsabilità, ma il vero Maestro si riconosce soprattutto da come insegna, da come tratta le persone e dall’esempio che offre ogni giorno.

Si può essere un ottimo agonista, un eccellente insegnante o un grande educatore: sono qualità diverse, tutte importanti, che non sempre coincidono con il numero di Dan indossato.

Ogni cintura, dalla bianca alla più alta, ha lo stesso dovere: continuare a imparare con umiltà.

Perché nelle arti marziali il rispetto non nasce dal colore della cintura, ma dal comportamento. E il grado più alto non è quello cucito sulla cintura, bensì quello che gli allievi riconoscono nel cuore di chi li guida.

Il vero Maestro non smette mai di essere un allievo.

Flessioni o piegamenti ?Oggi è molto comune sentire dire “fare le flessioni” per indicare il classico esercizio a corpo ...
27/06/2026

Flessioni o piegamenti ?

Oggi è molto comune sentire dire “fare le flessioni” per indicare il classico esercizio a corpo libero. In realtà, questo è un uso popolare del termine, ormai diffusissimo, ma dal punto di vista tecnico l’esercizio si chiama “piegamento sulle braccia”.

La differenza è semplice:

* Flessione è un movimento articolare: significa ridurre l’angolo tra due segmenti del corpo. Esistono la flessione del gomito, del ginocchio, dell’anca, del busto e così via.
* Piegamento sulle braccia è invece il nome dell’esercizio, durante il quale avvengono diverse flessioni articolari (soprattutto dei gomiti e delle spalle).

L’inglese elimina ogni ambiguità perché distingue chiaramente i due concetti:

* Push-up = l’esercizio (piegamento sulle braccia).
* Flexion = il movimento articolare di flessione.

Per questo, nei testi tecnici, nella biomeccanica, nell’educazione fisica e nella chinesiologia è più corretto parlare di piegamenti sulle braccia piuttosto che di flessioni, anche se quest’ultimo termine è ormai entrato nel linguaggio comune. È un po’ come dire “Scotch” per indicare qualsiasi nastro adesivo: tutti capiscono cosa si intende, ma il termine tecnico è un altro.

Andrea Guarducci
Sportmotivator

29/05/2026

Indirizzo

Via Lorenzo Ciulli 22 Seminterrato
Prato
59100

Orario di apertura

Lunedì 05:30 - 22:30
Martedì 05:30 - 22:30
Mercoledì 05:30 - 22:30
Giovedì 05:30 - 22:30
Venerdì 05:30 - 22:30

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