22/12/2022
Tutta la vita davanti, senza fretta
COL TEMPO…
Quando si intraprende lo studio di una disciplina, qualunque essa sia, ci si trova davanti a un percorso lungo e impegnativo. Non si affronta una corsa ma una marcia, o meglio ancora: un viaggio per certi versi... interminabile.
Lo studio di un’arte marziale implica un processo di auto-miglioramento (non solo fisico o "tecnico") che non richiede soltanto impegno e costanza ma anche “tempo”. Ha poco senso pretendere di “bruciare le tappe”, o pensare di conseguire qualcosa in un breve lasso di tempo. D’altronde, come recita un vecchio proverbio contadino: “Solo col tempo e con la paglia maturano le sorbe”.
Anche nella pratica marziale bisogna quindi attendere che il frutto maturi. Questo discorso vale per tutte le discipline, forse ancor di più per quelle che non basano il progresso in relazione all’acquisizione di tecniche, di forme, di movimenti specifici. In queste discipline si richiede, piuttosto, una “trasformazione” nel legame mente/corpo, capace di attivare una diversa percezione di sé, anche in senso corporeo.
Nel caso del Taijiquan, ad esempio, qualcuno fa riferimento a questo processo definendolo: “formare il “Corpo Taij”, oppure: “permettere lo sviluppo della… creatura”.
Pertanto, non è possibile accorciare il percorso, abbreviare la "gestazione", saltare le tappe, perché lo “sviluppo” e la conseguente acquisizione di determinate capacità dipende più dall’affinamento della propriocezione e dell'auto-consapevolezza che non dall’acquisizione di nuovi e più raffinati modelli motori. È un processo qualitativo e non quantitativo.
Il percorso da affrontare è in parte fuori di noi, ma il tratto più importante e più impegnativo si trova dentro noi stessi e si svolge lungo il cammino dell’autoconoscenza. Percorrendolo, ci porterà ad apprendere molte cose di noi stessi: cose che non ci erano del tutto note, nuove modalità del nostro agire e, soprattutto, del nostro "sentire".
Magari è possibile, dopo aver praticato per anni, che ci si accorga che un'espressione più alta della propria arte non dipende dalla prestanza fisica o dall'affinamento esteriore di gesti e movimenti, bensì dall’aver maturato una nuova consapevolezza del corpo e del movimento, e una più acuta percezione del suo indissolubile legame con la mente e con i sensi.
A guidare il praticante “maturo” giungerà quindi una capacità di comprensione più profonda di quell’energia che ci lega alla realtà esterna, non importa se questa si manifesta nelle vesti di un avversario con il quale dobbiamo misurarci, di una perdita che dobbiamo superare, di una malattia con la quale ci tocca lottare.