Gruppo Sportivo Petroio

Gruppo Sportivo Petroio Si può dire che il G.S.

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🔵⚪️🔴⚫️⚪️🔵GRUPPO SPORTIVO PETROIO - FONDATO NEL 1971
🏟C/O SEDE SOCIALE - CAMPO SPORTIVO ARMANDO PICCHI - VIA DELLA PIANATA - 53020 - PETROIO - SIENA Petroio nasce nel 1971 quando, in via della Pianata, sorge lo stadio alle porte del paese, in uno spazio angusto tra il cimitero e la collina piena di alberi. Frutto del lavoro di tantissimi volontari,

provenienti anche dai paesi circostanti, lo stadio viene intitolato ad una delle icone del calcio degli anni 60’-70’, Armando Picchi, uno dei liberi più bravi che la storia italiana ricordi.

🔘Giuseppina Bolici Bruni. "Beppa".    Quando eravamo piccoli, era una figura di riferimento. Alla "Compagnia", naturalme...
22/06/2026

🔘Giuseppina Bolici Bruni. "Beppa".
Quando eravamo piccoli, era una figura di riferimento. Alla "Compagnia", naturalmente.
Era "La mamma di Danilo".

Beppa, stamattina, ha raggiunto il suo "Teto", lasciando nel paese un velo di tristezza.
Giungano alla famiglia le condoglianze più sincere da parte del Presidente Dott. Gabriele Machetti, del Consiglio, degli atleti e del GS Petroio tutto.

21/06/2026

🟦⬜🟥⬛⬜🟦 Il Presidente Gabriele Machetti stamattina ci fa una bellissima sorpresa! Tra i cassetti della Sede, viene fuori il primo documento ufficiale U.C. Sampdoria. Sicuramente la lettera e' datata 1976 ma saremo piu' precisi. Perche' ci lega un filo!

I M PROUD TO BE A GIESSE PLAYER⚓️🟦⬜️🟥⬛️⬜️🟦
20/06/2026

I M PROUD TO BE A GIESSE PLAYER⚓️🟦⬜️🟥⬛️⬜️🟦

19/06/2026

🆒LA CENA PER FESTEGGIARLI
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🔜I CAVALIERI CHE FECERO L'IMPRESA

✒️“Il gol non si impara, né si insegna - mi disse una volta non ricordo quale allenatore – il gol si ha dentro, è istint...
19/06/2026

✒️“Il gol non si impara, né si insegna - mi disse una volta non ricordo quale allenatore – il gol si ha dentro, è istinto. Per questo, a fare gol sono sempre i soliti.”
Igor Protti era uno di quei "soliti".
Uno che pioggia, neve o sole portava sempre il conto: senza distinzione di maglia o di categoria… Una volta riuscì capocannoniere con il Bari, che eppure retrocesse in serie B: impresa più unica che rara, e infatti mai più replicata. Persino i tabloid inglesi, solitamente così schizzinosi verso l’Italia, si sentirono in dovere di dedicargli intere paginate.
Ma Protti (ed era il suo “allure”) ci metteva qualcosa di più del gol. In quel senso, era il calciatore che ogni tifoso vorrebbe avere nella sua squadra, e l’immagine che arrivava non era tanto quello del “professionista”, che nel calcio è materia abbastanza scivolosa. Perché il tifoso, in fondo, ragiona di cuore e più spesso di pancia, e il “professionista” può illuminare ma raramente scalda, al pari dell’avvocato, o dell’idraulico. Che svolge il suo lavoro e poi presenta regolare fattura.
Igor Protti andava oltre.
Era uno che “ci teneva”.
Uno che, eri sicuro, non ti avrebbe mai tradito. Che aveva sicuramente a cuore i suoi interessi, ma prima di tutto veniva la maglia che indossava, la città che rappresentava e la gente che andava a vederlo. E lì, fatalmente, nasceva l’amore assoluto.
A Bari, a Messina, ma anche a Napoli e alla Lazio. E naturalmente a Livorno, che con “lo Zar” visse stagioni da sogno; Protti, l’arciere, e Lucarelli, il gladiatore, nell’esempio più tipico dell’amalgama ben riuscito. Come certe combinazioni felici che in musica diventano jazz e, in cucina, un piatto da gourmet. Due personaggi che sarebbero piaciuti a Alexander Dumas, oppure a Tolkien… Protti-Legolas e Lucarelli-Aragorn. Nel calcio, direi Riva-Boninsegna a Messico’70. Ma anche Vialli e Mancini.

Poi c’è che il male, quando arriva, sa essere devastante; come certe foto, implacabili, con la faccia scavata, gli occhi che si Infossano e lo sguardo indifeso di chi sente che la partita è perduta. E non c’è colpo da fuoriclasse che possa risolverla. Resta, unica consolazione, il sollievo dal dolore. Che, finalmente, si placa.
Requiescat in pace, dunque, Igor Protti.
Lo Zar.
Nella mia cameretta di adolescente, un angolino per il tuo poster lo avrei sicuramente trovato

😔♥️
19/06/2026

😔♥️

✒️Arriveranno, un giorno, i calciatori belli.       E poi toccherà vedere anche quelli pieni di tatuaggi. Ma prima di lo...
19/06/2026

✒️Arriveranno, un giorno, i calciatori belli.
E poi toccherà vedere anche quelli pieni di tatuaggi. Ma prima di loro, c’erano quelli come Mario Corso.
Che tatuaggi non ne avevano, e non erano affatto belli. Nemmeno nelle figurine Panini, dove finivano per assomigliare a quegli zii invecchiati maluccio… Stempiati, con lo sguardo maturo, il viso già solcato da rughe precoci e talvolta persino i capelli bianchi, come nel caso di Colombo (il secondo portiere del Verona).
Gente che aveva venticinque anni, e ne dimostrava quaranta.
Corso, poi, era l’antitesi dell’atleta classico: perché nelle foto si notava subito la calvizie incipiente e soprattutto quelle palpebre grevi: che si abbassavano sugli occhi, e invitavano più ad una bella dormita che non alle prodezze sopra un prato verde.

In più, considerate che la mia generazione fa in tempo a vedere solo il Corso di fine carriera… Quello che vince l’ultimo, rocambolesco scudetto (con Invernizzi, nel 71) ma non è nemmeno lontano parente del mancino irresistibile che, negli anni sessanta, ha accompagnato l’Inter del Mago Herrera in cima al mondo.
Ed infatti, da lì a poco verrà disfecciato al Genoa, dove giocherà una trentina di partite: “tutte nella parte di campo dove c’è l’ombra”, disse perfidamente Sandokan Silvestri, che era il suo allenatore.
E poi, c’era il luogo di nascita: San Michele Extra.
Che già quello rappresentava, ai miei occhi di bambino, se una specie di marchio di origine controllata: un certificato di eccellenza che nessun altro poteva vantare: nè Facchetti e Domenghini , che venivano dalla provincia bergamasca, nè Picchi che era di Livorno e nemmeno Mazzola, che banalmente era nato a Torino.
Semplici, comuni mortali che, evidentemente, si accontentavano del minimo sindacale. Mentre Corso era “extra”.
Poi, come detto, arriveranno i Cabrini, qualche anno più tardi, e con lui la stagione dei calciatori belli. Poi quelli cosiddetti “muscolari”, e sarà proprio lì che il football cambierà definitivamente direzione.
Fino allora, la regola numero uno era il “saper giocare”: formula abbastanza nebulosa e indefinita che racchiudeva tutto il normale repertorio in dotazione ad un qualsiasi calciatore da serie A.
Il tocco di palla, lo stop, il controllo, il dribbling, la pulizia e la facilità nel calciare il pallone… E Corso, di questa stirpe eletta, era una specie di capofila: uno capace di “metterti il pallone sui piedi”, come si diceva ingenuamente allora. E poi, di segnare reti su punizione esibendo tocchi balistici mai visti prima.
La cosiddetta “foglia morta”, rubata ad un certo Prevert.
Poeta, anche lui.
Talmente poeta che se avesse giocato a pallone, gli sarebbe toccata di diritto la numero undici: che all’epoca era una categoria dello spirito, prima ancora che una maglia da calcio… Quella che spesso toccava agli “atipici”, come diceva Brera: a sottolinearne la bravura, ma anche la totale inaffidabilità.
Quelli che erano nati sotto il segno della luna, capaci di coniugare il genio e l’ indolenza. Il demonio e la santità.

Mario Corso era tutto questo: con l’aggiunta di un caratteraccio che lo portava in rotta di collisione con Herrera, al quale dava platealmente del “mona” (“du con sur le gueule”). Capace di una corbellatura plateale davanti al CT Ferrari che gli costò il mondiale in Cile, e la maglia azzurra negli anni a seguire: in rapporti tesissimi con molti compagni in nerazzurro, che detestava cordialmente. Come Mazzola, al quale lanciava il pallone in profondità e poi gli sibilava, con quella vocetta carogna: “Vediamo ora cosa combini, Di Stefano.”
Eppure, provate a fare un giro tra gli Interisti (quelli con i capelli bianchi, ovviamente). E scoprirete che, a parità di leggenda, non ci sono lotharmatthaus, ronaldoilfenomeno, capitanzanetti, principemilito che tengano.
Che di quello squadrone leggendario, e ormai lontano, c’è un nome, più di tutti, che ritorna ogni volta. E che, potendo scegliere, solo quello vorrebbero poter rivedere almeno una volta sul prato di San Siro.

Perchè gli altri, vi diranno, erano tutti formidabili campioni.
Ma solo lui era “extra”.

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18/06/2026

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LUCA GORACCI
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18/06/2026

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