25/07/2022
Didascalico. Che si dice quando c'è la tendenza a spiegare troppo.
Mentre il teatro è fantasia, immaginazione. Anche nelle storie di sport, che assicurano una buona resa, ma dove gli autori vengono generalmente dalla cosiddetta "nicchia": ed hanno la tendenza a sottovalutare lo spettatore, a prenderlo un po troppo per mano.
Però lo spettacolo di Andrea Zorzi mi è piaciuto:
"La leggenda del pallavolista volante", che avevo mancato nelle rappresentazioni invernali.
Più che altro, mi è piaciuto lui. Che non sarà attore di accademia, ma quel testo lo recita meglio di quanto non avrebbe fatto Lawrence Olivier. Poi, mi è piaciuta Monteriggioni di notte, al sabato: il vento caldo dell'estate, la luna, le fiaccole, la gente, il travertino nella piazzetta... Ma quello è un'altro discorso. Ero andato là per lo spettacolo, e ci ho trovato esattamente quello che volevo.
Che poi non è tanto diverso dalle emozioni in fila vissute la scorsa settimana, quando in tv hanno rievocato, in tutte le salse, i Mondiali dell'82. In quel senso Lucchetta vale Bruno Conti, Tofoli vale Antognoni e Bernardi sta sullo stesso piano di Tardelli. Velasco è un Bearzot ancora più letterario. Un Bearzot versione sudamericana, e quindi più affascinante... Alla Paolo Conte.
Bas Van de Goor è Stielike. Con la differenza che Stielike se la prende in saccoccia, mentre quel perfido "roscio", e i suoi stramaledetti olandesi, ci negano per ben due volte l'oro olimpico: Barcellona'92 ma soprattutto Atlanta'96, dove la "Squadra del Secolo" era andata a raccogliere l'unica vittoria che gli mancava per raggiungere l'empireo.
E che, purtroppo, non vincerà mai.
Ma non c'è rammarico.
C'è invece l'orgoglio di aver vissuto una stagione irripetibile: Kiraly "il maestro", Tande e i funambolici Brasiliani, i Russi, gli Argentini. I favolosi Jugoslavi, il "lupo" bulgaro Ganev, il "diablo" cubano Joel Despaigne... Gli Immortali. E noi li abbiamo battuti tutti, e quindi eravamo i più grandi.
Infine, la sensazione bella che Zorzi è “uno di noi”. Nel senso pieno dell'”uno di noi”. Lo stesso, identico significato che gli attribuisce Conrad, quando descrive Lord Jim, in uno dei più bei romanzi del novecento.
E' “Uno di noi” perchè ha (come molti Campioni di quegli anni lì) una cosa da niente: l'umanità.
E cosa sia l'umanità di un campione, "La Leggenda del pallavolista volante” lo racconta benissimo... Racconta cosa significava nascere in un paese del trevigiano in quegli anni lì: portare i vestiti smessi del fratello, andare a messa e salutare con rispetto la gente per strada. Avere la mamma infermiera, il babbo camionista, il picnic domenicale nell'850, stretti come sardine, la Panda 30 come prima automobile. Commuoversi, ricordando Vigor Bovolenta e Michele Pasinato.
E nonostante quello (anzi, forse grazie a quello) diventare uno dei più grandi pallavolisti della storia. E quindi un conto in banca da milionario, una bella notorietà, il contratto con Sky, che ti permette di rimanere nel giro, e viaggiare per il mondo.
Poi, quando alla fine sei quasi commosso e gli chiedi un autografo ecco che quel grande, fenomenale atleta ti sorride largo. Ti prende sotto le ali dei suoi due metri abbondanti e ti raccomanda di fare i complimenti a Beatrice Visibelli, che è la vera anima dello spettacolo: poi ti restituisce la penna, ti dà una piccola, impercettibile pacca sulla spalla e ti sussurra: “Grazie per essere venuto a vederci, questa sera.”
E realizzi che se tu fossi diventato un Campione, beh.. Probabilmente saresti stato quella roba lì.