03/06/2026
“IL PIGI RACCONTA”
I racconti sulla storia della nostra grande INTER diventano quindicinali.
La roccia di Ruda
Tarcisio Burgnich (Ruda 25 Aprile 1939 - Forte dei Marmi 26 Maggio 2021) è stato uno dei pilastri imprescindibili della grande Inter degli anni 60’, guidata da Helenio Herrera.
Giocò come terzino destro, stopper e libero, rivelandosi tra i migliori della storia del calcio italiano in tali ruoli.
Burgnich era l’archetipo del marcatore a uomo: determinato, atletico e, soprattutto, leale. Era l’uomo deputato a “cancellare” dall’area l’attaccante avversario più temibile, come Riva o Rivera nelle sfide decisive.
Tra le sue caratteristiche principali vi erano il vigore agonistico, l'abilità nel tackle e la concentrazione, oltre alla prontezza nell'anticipo.
Per via della sua prestanza fisica fu soprannominato “Roccia”, nomignolo coniato da Armando Picchi, come racconta lui stesso:” Nella Spal c’era un suo ex compagno di squadra, un’ala, un certo Novelli. Armando lo aveva avvisato: “Occhio che questo è uno tosto, non ti fa toccare palla”. Poi dopo un contrasto duro, in cui io rimasi in piedi e Novelli finì ko, lo prese in giro: “Te l’avevo detto che è una roccia...”.
Nel 1962, voluto da HH (o da Allodi, secondo altre fonti) passò dal Palermo all’Inter, in cambio di 100 milioni di lire.
In nerazzurro prese il posto, come terzino destro, di Picchi, che divenne libero.
Come capitò durante la sua permanenza alla Juventus (stagione 1960-1961) vinse lo scudetto alla prima stagione con la nuova squadra, pur essendo penalizzato dal dover svolgere il servizio militare a Bologna, con il grado di caporale. Ciò lo costrinse a saltare durante il suo primo campionato diversi allenamenti.
Rimase dodici stagioni con l'Inter, giocando 467 gare ufficiali e vincendo quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due coppe Intercontinentali.
Al termine della stagione 1964-1965, il settimanale Il calcio e il ciclismo illustrato lo indicò, insieme a Facchetti, come miglior terzino d'ala del campionato.
In Nazionale, in cui giocò dal 1963 al 1974, vanta 66 presenze, debuttando il 10 novembre 1963 nella gara di ritorno valevole per la Coppa Europa contro la nazionale sovietica
Venne convocato per la spedizione italiana ai successivi mondiali, dopo aver totalizzato già dodici presenze con la nazionale maggiore: disputò solo le prime due gare.
Ai successivi vittoriosi campionati europei del 1968 fu invece sempre presente.
Al successivo mondiale del 1970 realizzò il suo secondo gol con gli azzurri, il momentaneo pareggio per 2-2 della semifinale Italia-Germania Ovest (4-3, la “partita del secolo”).
Per la gara disputata, Gianni Brera gli diede nella pagella 9+.
In finale fu poi sovrastato nello stacco da Pelè che segnò il gol del momentaneo 1-0 nella partita che il Brasile vinse 4-1.
La marcatura su “O Rey”, l’uomo più atteso, era affidata proprio a Tarcisio Burgnich.
Il momento cruciale arriva al 18° minuto. Azione sulla sinistra, palla a Rivellino che crossa in mezzo con una parabola tesa. Burgnich è lì, su Pelé, in posizione di marcatura stretta. Ma in un attimo che sembra durare un’eternità, si materializza l’inspiegabile.
Pelé stacca da terra con una potenza e un’elevazione che, ancora oggi, sembrano sfidare le leggi della fisica. Il brasiliano si innalza, e per un istante, il suo corpo sembra sospeso nell’aria mezzo metro sopra la testa di Burgnich, l’uomo che era lì apposta per non fargli toccare palla. Il colpo di testa è imperioso, angolato, inarrivabile per Albertosi. 1-0 Brasile.
Quell’azione non definisce solo il genio di Pelé, ma immortala involontariamente anche la figura di Burgnich.”Prima della partita mi sono detto: è fatto di carne e ossa come tutti gli altri. Mi sbagliavo.”
Questa auto-ironia, che ammette l’impotenza di fronte alla pura grandezza, non è una resa, ma il riconoscimento di aver affrontato un fenomeno irripetibile. In realtà, Burgnich, con la sua onestà brutale, analizzò anche l’errore tattico: “Sono stato un pollo, se non avessi fatto un passo in avanti perché pensavo che il cross fosse indirizzato in mezzo all’area e non sul secondo palo… dovevo rimanergli incollato.”
Per comprendere il modo in cui interpretasse il suo ruolo Tarcisio è doveroso ricordare le parole di Sandro Mazzola, suo compagno di squadra nell’inter per 12 anni.
Ha spesso ricordato i suoi duelli durante gli allenamenti col Nostro, e li ha spiegati così durante un’intervista per la Rosea:” sa chi marcava Burgnich nelle partitelle tra difensori e attaccanti? Il sottoscritto. Ogni tanto lo riprendevo: “Tarcisio, p***a miseria. Ma giochiamo tranquilli, lasciami stare”. Lui mi guardava con uno sguardo quasi truce e ribatteva senza scomporsi: “Senti un po’, io devo sapere come sto. Se vedo che riesco a fermarti, allora significa che domenica non avrò problemi. Gioca e non rompere le scatole”. Un grande, davvero».
Indossava la maglia numero 2 come marcatore, e la numero 6 quando si spostò nel ruolo di libero, ma nel Museo del calcio è presente la sua maglia numero 5, indossata nella finale degli europei 1968.
Una delle leggende della nostra storia e del calcio italiano: marcatore “vecchio stampo” , razza ormai in via d’estinzione.
Grande Tarcisio!!!
Fra 15 giorni il prossimo racconto
Il Pigi