09/09/2026
Certi spettacoli di coppa sotto i riflettori del Bernabeu sembrano usciti direttamente da una seduta spiritica di provincia, dove i fantasmi del passato — da Bologna in giù — tornano a bussare alla traversa con la puntualità di un vecchio orologiaio svizzero.
È la classica fiera del grottesco calcistico: un portiere che riesce nell'impresa di essere contemporaneamente il peggior carnefice e il miglior salvatore della patria, scivolando in un baratro dantesco per poi ergersi a diga contro le furie bianche. Del resto, quando la linea difensiva decide di mettersi in proprio e regalare panettoni fuori stagione già a settembre, non c'è tattica che tenga; si balla la rumba sopra un vulcano, sperando che Courtois decida di fare la grazia o che i piedi di Mbappè si annodino da soli.
Mou, dal canto suo, siede in panchina sornione come una vecchia volpe spelacchiata che ha visto tutto e il contrario di tutto, lasciando agli altri il vezzo inutile del possesso palla per poi azzannare alla prima carogna lasciata per strada. C'è qualcosa di profondamente beffardo nel rivedere certi copioni che si ripetono, quasi che il Bernabeu fosse un teatro posato su una falda acquifera di sventure e déja-vu.
In mezzo a questo luna park di errori e lampi, la difesa balla la samba e il mister giustamente ci rimanda ai nostri posti con un elegante «fatti i cazzi tuoi», ricordandoci che la lavagna tattica è un esercizio da bar sport rispetto al sudore di chi ci sta dentro. Resta l'amaro in bocca di una partita buttata nel water dell'ingenuamente evitabile, ma anche la certezza che, volendo, la stoffa per cucire un abito europeo di un certo spessore ci sarebbe pure. Solo che la sartoria richiede mani ferme, e qui ogni tanto tremano i polsi.