28/10/2020
L’ippoterapia nella storia
L’uso di cavalli a scopi medici risale alla Grecia antica. Ippocrate di Coo, il padre della medicina e autore dell’omonimo e celeberrimo giuramento medico, documenta questa pratica già nel 400 avanti Cristo, consigliando le cavalcate come un metodo per sconfiggere ansia e insonnia. È dalla seconda metà del ’900, però, che il quadrupede inizia a essere utilizzato in Inghilterra, Francia e Scandinavia nei primi progetti di riabilitazione per bambini e adulti con deficit motori.
«In Italia la terapia assistita con il cavallo, questa la dicitura attuale, viene impiegata in maniera ufficiale dagli anni Settanta del secolo scorso. I risultati sono significativi su alcune forme di autismo e sugli esiti delle paralisi cerebrali infantili», spiega Stefano Seripa, dirigente psichiatra presso la Asl Roma4 e componente della Commissione riabilitazione equestre della Fise (Federazione italiana sport equestri). «Negli ultimi anni varie ricerche scientifiche ne stanno dimostrando gli effetti positivi anche su altre patologie di tipo neurologico e neuropsichiatrico».
Sella come grembo materno
Ma perché il cavallo vanta queste virtù, al punto da contendere al cane il titolo di migliore amico dell’uomo? Sembra ormai assodato che gli equini siano in grado di trasmettere e stimolare emozioni. Hanno una spiccata vocazione sociale e chiunque abbia preso le redini in mano sa come il cavallo sia estremamente reattivo agli stimoli. Un animale, insomma, non è una motocicletta. Cavalcare implica una sintonia con un’altra creatura, che tornerà poi molto utile anche fuori dal maneggio. Oltre all’interazione con l’animale, pare giochi un ruolo anche il dondolio in sella, che rievoca le sensazioni piacevoli del grembo materno e della prima infanzia, quando si veniva cullati. Andare a cavallo significa infine vivere la natura, esperienza che si configura come un potente antistress.
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