Pellegrini nel regno di Federico

Pellegrini nel regno di Federico vogliamo presentare la provincia preferita del Regno di Federico II a tutti quelli che vogliono viag

15/12/2025

𝗜𝗟 𝗧𝗥𝗔𝗠𝗢𝗡𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗚𝗡 𝗊𝗢𝗟𝗘
A 𝘟𝙖𝙚𝙩𝙚𝙡 𝙁𝙞𝙀𝙧𝙚𝙣𝙩𝙞𝙣𝙀, nelle campagne della Capitanata il 13 Dicembre del 1250, a soli 56 anni, moriva l'imperatore 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄 𝙙𝙞 𝙃𝙀𝙝𝙚𝙣𝙚𝙩𝙖𝙪𝙛𝙚𝙣.
L’imperatore si era sentito male qualche giorno prima, durante una battuta di caccia. Lo aveva colpito un'infiammazione intestinale a cui presto seguì una serie violenta di attacchi di dissenteria, lo stesso atroce male, che nel 1197 aveva stroncato in giovane età la vita di suo padre, 𝙀𝙣𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙑𝙄 𝙙𝙞 𝙃𝙀𝙝𝙚𝙣𝙚𝙩𝙖𝙪𝙛𝙚𝙣.

L’anno precedente, nel 1249, più di una sventura aveva messo a dura prova l’eccezionale tempra del sovrano.
Nel mese di Febbraio, a 𝘟𝙧𝙚𝙢𝙀𝙣𝙖, era scampato alla morte per avvelenamento.
Nello stesso mese 𝙋𝙞𝙚𝙧 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙑𝙞𝙜𝙣𝙚, per molti anni consigliere, amico e 𝘣𝘳𝘢𝘀𝘀𝘪𝘰 𝘥𝘊𝘎𝘵𝘳𝘰 dell'imperatore, fu arrestato dalle truppe imperiali: accusato di 𝘢𝘭𝘵𝘰 𝘵𝘳𝘢𝘥𝘪𝘮𝘊𝘯𝘵𝘰, il notabile preferì la morte alla tortura e all’ignominia. Il delitto di cui fu protagonista rimane, ancora oggi, misterioso: forse si macchiò del reato di corruzione. 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄 una volta disse che «𝘢𝘷𝘊𝘷𝘢 𝘵𝘳𝘢𝘎𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢𝘵𝘰 𝘭𝘰 𝘎𝘀𝘊𝘵𝘵𝘳𝘰 𝘥𝘊𝘭𝘭𝘢 𝘚𝘪𝘶𝘎𝘵𝘪𝘻𝘪𝘢 𝘪𝘯 𝘎𝘊𝘳𝘱𝘊𝘯𝘵𝘊», ma poi non parlò più di lui e del dolore di un'amicizia tradita.

Appena tre mesi dopo, il 26 Maggio del 1249, l’amatissimo figlio 𝙀𝙣𝙯𝙀 cadde prigioniero dei Bolognesi. Inutilmente l’imperatore chiese la sua liberazione; da Bologna risposero con il crudo realismo della politica: «𝘎𝘱𝘊𝘎𝘎𝘰 𝘢𝘀𝘀𝘢𝘥𝘊 𝘀𝘩𝘊 𝘶𝘯 𝘱𝘪𝘀𝘀𝘰𝘭𝘰 𝘀𝘢𝘯𝘊 𝘀𝘢𝘵𝘵𝘶𝘳𝘪 𝘶𝘯 𝘀𝘪𝘯𝘚𝘩𝘪𝘢𝘭𝘊».

Il povero 𝙀𝙣𝙯𝙀, che, come ricordava 𝙁𝙧𝙖' 𝙎𝙖𝙡𝙞𝙢𝙗𝙚𝙣𝙚 era «𝘵𝘳𝘢 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘪 𝘧𝘪𝘚𝘭𝘪 𝘲𝘶𝘊𝘭𝘭𝘰 𝘀𝘩𝘊 𝘱𝘪𝘶́ 𝘷𝘰𝘭𝘊𝘷𝘢», non riabbracciò più suo padre: morì a Bologna dopo 23 anni di una dorata, ma implacabile prigionia.
In quell’orribile 1249 si spense a soli 24 anni anche 𝙍𝙞𝙘𝙘𝙖𝙧𝙙𝙀 𝙙𝙞 𝙏𝙚𝙖𝙩𝙚, un altro figlio naturale al quale 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄 aveva affidato il comando della Romagna, della Marca di Ancona e di Spoleto. 𝙍𝙞𝙘𝙘𝙖𝙧𝙙𝙀 p***e la vita nella 𝘜𝙖𝙩𝙩𝙖𝙜𝙡𝙞𝙖 𝙙𝙞 𝙁𝙀𝙚𝙚𝙖𝙡𝙩𝙖, durante la quale fu fatto prigioniero dai Bolognesi anche 𝙀𝙣𝙯𝙀.

Nei suoi ultimi giorni di agonia, steso su un letto nella rocca di 𝘟𝙖𝙚𝙩𝙚𝙡 𝙁𝙞𝙀𝙧𝙚𝙣𝙩𝙞𝙣𝙀, all’imperatore tornò in mente una profezia attribuita a 𝙈𝙞𝙘𝙝𝙚𝙡𝙚 𝙎𝙘𝙀𝙩𝙀, l’astrologo di corte: «𝘮𝘰𝘳𝘪𝘳𝘊𝘵𝘊 𝘷𝘪𝘀𝘪𝘯𝘰 𝘭𝘢 𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘧𝘊𝘳𝘳𝘰, 𝘪𝘯 𝘶𝘯 𝘭𝘶𝘰𝘚𝘰 𝘪𝘭 𝘀𝘶𝘪 𝘯𝘰𝘮𝘊 𝘎𝘢𝘳𝘢́ 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘰𝘭𝘢 𝘧𝘪𝘰𝘳𝘊».
Per questo motivo, in tutti i tumultuosi anni del suo regno, 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄 aveva sempre evitato 𝙁𝙡𝙀𝙧𝙚𝙣𝙩𝙞𝙖 (𝙁𝙞𝙧𝙚𝙣𝙯𝙚). E non era nemmeno più tornato a 𝙁𝙡𝙀𝙧𝙚𝙣𝙩𝙞𝙣𝙪𝙢 (𝙁𝙚𝙧𝙚𝙣𝙩𝙞𝙣𝙀) la città ciociara che aveva frequentato nel lontano 1223, quando con 𝙥𝙖𝙥𝙖 𝙊𝙣𝙀𝙧𝙞𝙀 𝙄𝙄𝙄 progettava una Crociata e dove fu deciso il suo matrimonio con 𝙅𝙀𝙡𝙖𝙣𝙙𝙖, una delle sue quattro mogli, figlia del re di Gerusalemme.
Il vaticino si avverava: 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄 stava morendo... ..𝙚𝙪𝙗 𝙛𝙡𝙀𝙧𝙚 𝙖𝙥𝙪𝙙 𝙥𝙀𝙧𝙩𝙖𝙢 𝙛𝙚𝙧𝙧𝙚𝙖𝙢...
Dal suo letto a 𝘟𝙖𝙚𝙩𝙖𝙡𝙛𝙞𝙀𝙧𝙚𝙣𝙩𝙞𝙣𝙀, agonizzante, il sovrano guardava una porta di ferro che confinava con la parete di una torre.

Sgomenti, lo vegliavano il figlio diciottenne 𝙈𝙖𝙣𝙛𝙧𝙚𝙙𝙞, l’arcivescovo di Palermo 𝘜𝙚𝙧𝙖𝙧𝙙𝙀 𝙙𝙞 𝘟𝙖𝙚𝙩𝙖𝙜𝙣𝙖, il gran giustiziere della Magna Curia 𝙍𝙞𝙘𝙘𝙖𝙧𝙙𝙀 𝙙𝙞 𝙈𝙀𝙣𝙩𝙚𝙣𝙚𝙧𝙀, 𝙋𝙞𝙚𝙩𝙧𝙀 𝙍𝙪𝙛𝙛𝙀 responsabile delle scuderie imperiali, 𝙍𝙞𝙘𝙘𝙖𝙧𝙙𝙀, conte di Caserta e genero dell’imperatore e il medico 𝙂𝙞𝙀𝙫𝙖𝙣𝙣𝙞 𝙙𝙖 𝙋𝙧𝙀𝙘𝙞𝙙𝙖.

La mattina del 13 Dicembre, secondo una cronaca agiografica, l’imperatore volle indossare l’umile tonaca grigia dei cistercensi del terzo ordine di cui faceva parte. Chiese di essere sepolto nella 𝘟𝙖𝙩𝙩𝙚𝙙𝙧𝙖𝙡𝙚 𝙙𝙞 𝙋𝙖𝙡𝙚𝙧𝙢𝙀, accanto al padre ed alla madre. Il suo vecchio amico Berardo gli somministrò l’estrema unzione.

Alla notizia del decesso, 𝙥𝙖𝙥𝙖 𝙄𝙣𝙣𝙀𝙘𝙚𝙣𝙯𝙀 𝙄𝙑 non riuscì a trattenere la propria gioia per la fine del 𝘯𝘊𝘮𝘪𝘀𝘰 𝘚𝘪𝘶𝘳𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘊𝘭𝘭𝘢 𝘊𝘩𝘪𝘊𝘎𝘢 𝘊𝘳𝘪𝘎𝘵𝘪𝘢𝘯𝘢. Le prime parole della missiva che il pontefice inviò al popolo di Sicilia spiegano il suo stato d’animo: «𝘌𝘎𝘶𝘭𝘵𝘪𝘯𝘰 𝘪 𝘀𝘪𝘊𝘭𝘪, 𝘭𝘢 𝘵𝘊𝘳𝘳𝘢 𝘎𝘪 𝘢𝘭𝘭𝘪𝘊𝘵𝘪 𝘱𝘰𝘪𝘀𝘩𝘊́ 𝘪𝘯 𝘧𝘳𝘊𝘎𝘀𝘩𝘪 𝘻𝘊𝘧𝘧𝘪𝘳𝘪 𝘊 𝘳𝘶𝘚𝘪𝘢𝘥𝘊 𝘧𝘊𝘀𝘰𝘯𝘥𝘢𝘵𝘳𝘪𝘀𝘪 𝘎𝘪 𝘎𝘰𝘯𝘰 𝘎𝘀𝘪𝘰𝘭𝘵𝘪 𝘪𝘭 𝘧𝘶𝘭𝘮𝘪𝘯𝘊 𝘊 𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘀𝘊𝘭𝘭𝘢 𝘀𝘩𝘊 𝘋𝘪𝘰 𝘀𝘪𝘵𝘊𝘯𝘊𝘷𝘢 𝘎𝘰𝘱𝘳𝘢 𝘪𝘭 𝘀𝘢𝘱𝘰».

Il fascino dell’imperatore svevo ha attraversato i secoli e vive ancora ai giorni nostri. La sua fine per centinaia di anni fu accompagnata da miti e leggende. Del resto, già prima della sua morte, la sua figura era stata mitizzata dai contemporanei. Un 𝘌𝙣𝙩𝙞𝙘𝙧𝙞𝙚𝙩𝙀 oppure un novello 𝙈𝙚𝙚𝙚𝙞𝙖, capace di riformare dal profondo la Chiesa. Già dopo la seconda scomunica, nel Giugno del 1239, in una sua Enciclica 𝙥𝙖𝙥𝙖 𝙂𝙧𝙚𝙜𝙀𝙧𝙞𝙀 𝙄𝙓 aveva paragonato 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄 al mostro dell’𝘌𝙥𝙀𝙘𝙖𝙡𝙞𝙚𝙚𝙚 𝙙𝙞 𝙂𝙞𝙀𝙫𝙖𝙣𝙣𝙞: «𝘚𝘪 𝘭𝘊𝘷𝘢 𝘥𝘢𝘭 𝘮𝘢𝘳𝘊 𝘭𝘢 𝘣𝘊𝘎𝘵𝘪𝘢 𝘳𝘪𝘀𝘰𝘭𝘮𝘢 𝘥𝘪 𝘯𝘰𝘮𝘪 𝘣𝘭𝘢𝘎𝘧𝘊𝘮𝘪 𝘭𝘢 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘊, 𝘪𝘯𝘧𝘪𝘊𝘳𝘊𝘯𝘥𝘰 𝘀𝘰𝘯 𝘻𝘢𝘮𝘱𝘊 𝘥'𝘰𝘳𝘎𝘰 𝘊 𝘀𝘰𝘯 𝘧𝘢𝘶𝘀𝘪 𝘥𝘪 𝘭𝘊𝘰𝘯𝘊, 𝘊 𝘯𝘊𝘭𝘭𝘊 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘊 𝘮𝘊𝘮𝘣𝘳𝘢 𝘀𝘰𝘯 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢 𝘥𝘪 𝘭𝘊𝘰𝘱𝘢𝘳𝘥𝘰, 𝘢𝘱𝘳𝘊 𝘭𝘢 𝘣𝘰𝘀𝘀𝘢 𝘱𝘊𝘳 𝘣𝘊𝘎𝘵𝘊𝘮𝘮𝘪𝘢𝘳𝘊 𝘀𝘰𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘪𝘭 𝘯𝘰𝘮𝘊 𝘥𝘪 𝘋𝘪𝘰».

Un anno dopo (1240) il papa riprendeva la diceria propagata tra i seguaci dell’abate e teologo 𝙂𝙞𝙀𝙖𝙘𝙘𝙝𝙞𝙣𝙀 𝙙𝙖 𝙁𝙞𝙀𝙧𝙚 che voleva 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄 figlio di un diavolo piuttosto che di 𝙀𝙣𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙑𝙄: «𝘚𝘊𝘳𝘱𝘊𝘯𝘵𝘊 𝘷𝘊𝘭𝘊𝘯𝘰𝘎𝘰 𝘀𝘰𝘯𝘀𝘊𝘱𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘮𝘢𝘵𝘊𝘳𝘪𝘢 𝘪𝘯𝘧𝘊𝘳𝘯𝘢𝘭𝘊».

Il 13 Dicembre 1250 moriva un personaggio portentoso e terribile, ma allo stesso tempo fenomenale e contraddittorio. O almeno raccontato come tale.
Su 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄 𝙙𝙞 𝙃𝙀𝙝𝙚𝙣𝙚𝙩𝙖𝙪𝙛𝙚𝙣 il giudizio della storiografia contemporanea fu ondivago mescolando ammirazione e critica. Di certo ogni opinione fu condizionata dall’influsso della propaganda papale.
Nel 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄, 𝙞𝙢𝙥𝙚𝙧𝙖𝙩𝙀𝙧𝙚, la monumentale biografia che 𝙀𝙧𝙣𝙚𝙩 𝙆𝙖𝙣𝙩𝙀𝙧𝙀𝙬𝙞𝙘𝙯 (1895-1963), storico tedesco di origini ebraiche, dedicò all’imperatore svevo, 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄 Ú rappresentato come un titano, un supremo tutore della giustizia, capace di saldare nella sua opera di governo l’eredità dell’antica Roma e la dottrina della Chiesa. L’imperatore svevo, 𝘪𝘭 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘰 𝘚𝘊𝘯𝘪𝘰 𝘳𝘪𝘯𝘢𝘎𝘀𝘪𝘮𝘊𝘯𝘵𝘢𝘭𝘊, Ú visto come una figura messianica, un 𝘀𝘰𝘎𝘮𝘰𝘀𝘳𝘢𝘵𝘰𝘳𝘊 che domina il suo tempo seduto sul globo del mondo che gli fa da trono.

✅ Nell'immagine che segue l'articolo un tramonto presso 𝘟𝙖𝙚𝙩𝙚𝙡 𝙙𝙚𝙡 𝙈𝙀𝙣𝙩𝙚.
Il castello, dalla particolare forma ottagonale, fu una vera e propria corona di pietra notevolmente amata dall’imperatore 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄.
Fonte della fotografia:
https://www.giovannicarrieri.com/photography/italy/castel-del-monte/federico-ii-svevia-castle.jpg

«ɪʟ ᎘ʀɪɎᎄɪ᎘ᎇ ᮘᮏᮛᮇɮᮛᮇ ᮇ ᎛ʀᎇ Ꭰᎏʟ᎛ᎇ ʙᎇᎀ᎛ᎏ, FEDERICO,
ʙᎀɢʟɪᎏʀᎇ ᎅɪ ғ᎜ᎏᎄᎏ, ʟᎀ ᎍᎇʀᎀᎠɪɢʟɪᎀ ᎅᎇʟ ᮍᮏɮᮅᮏ,
ɪʟ ᎄ᎜ɪ ᎀʀᎄᎏ ᎇ́ ᎅɪ ʙʀᎏɎᎢᎏ ᮇ ɪʟ ᎄ᎜ɪ ᎅᎀʀᎅᎏ ᎇ́ ғᎏʟɢᎏʀᎇ
ᎄʜᎇ ʙʀ᎜ᎄɪᎀ ᮅᮀ ᎘ᎀʀ᎛ᎇ ᮀ ᎘ᎀʀ᎛ᎇ ɪ Ɏᎇᎍɪᎄɪhe,
ᮀ ʟ᎜ɪ, FEDERICO, ᎄʜᎇ ʜᎀ ɪʟ ɮᮏᮍᮇ sғᎀᎠɪʟʟᎀɎ᎛ᎇ ᮇ ɢ᎜ɪᎅᎀ ʟᎀ ɢʟᎏʀɪᎀ,
sᎇʀᎠᎏɎᎏ ʟᎀ ᎛ᎇʀʀᎀ, ɪʟ ᎍᎀʀᎇ ᮇ ʟᎀ Ꭰᎏʟ᎛ᎀ ᎅᎇʟ ᎄɪᎇʟᎏ»
𝙂𝙞𝙀𝙧𝙜𝙞𝙀 𝙙𝙖 𝙂𝙖𝙡𝙡𝙞𝙥𝙀𝙡𝙞

da 𝗖𝗌𝗹𝗹𝗌𝗟𝘂𝗶𝗌 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮́ 𝗱𝗶 𝗥𝗌𝗺𝗮 𝗰𝗌𝗻 𝗹'𝗶𝗺𝗜𝗲𝗿𝗮𝘁𝗌𝗿𝗲 𝗙𝗲𝗱𝗲𝗿𝗶𝗰𝗌 𝗜𝗜, vv. 20-25,
testo e traduzione dal greco a cura di Marcello Gigante
Origine: Carme IX (circa 1244-1247), citazione in Marcello Gigante, Poeti bizantini in Terra d'Otranto nel secolo XIII, Napoli, 1979
testo greco a p. 176; traduzione a p. 188.

▶ Per chi volesse innamorarsi della figura di 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄 𝙙𝙞 𝙃𝙀𝙝𝙚𝙣𝙚𝙩𝙖𝙪𝙛𝙚𝙣 consigliamo di vedere l'intervento del 𝙥𝙧𝙀𝙛. 𝘌𝙡𝙚𝙚𝙚𝙖𝙣𝙙𝙧𝙀 𝘜𝙖𝙧𝙗𝙚𝙧𝙀 durante la manifestazione 𝙋𝙞𝙚𝙩𝙀𝙞𝙖 - 𝘿𝙞𝙖𝙡𝙀𝙜𝙝𝙞 𝙚𝙪𝙡𝙡'𝙐𝙀𝙢𝙀.
https://www.youtube.com/watch?v=glt7o_Q5qHw

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02/12/2025
02/12/2025
25/11/2025

𝗟𝗘𝗢𝗡𝗔𝗥𝗗𝗢 𝗙𝗜𝗕𝗢𝗡𝗔𝗖𝗖𝗜 𝗘
𝗟`𝗜𝗠𝗣𝗘𝗥𝗔𝗧𝗢𝗥𝗘 𝗙𝗘𝗗𝗘𝗥𝗜𝗖𝗢 𝗜𝗜
Il 23 Novembre si celebra il matematico 𝙁𝙞𝙗𝙀𝙣𝙖𝙘𝙘𝙞 ammaliato dai 𝙣𝙪𝙢𝙚𝙧𝙞 𝙖𝙧𝙖𝙗𝙞.
Nato a Pisa intorno al 1170, 𝙇𝙚𝙀𝙣𝙖𝙧𝙙𝙀 𝙋𝙞𝙚𝙖𝙣𝙀, detto 𝙁𝙞𝙗𝙀𝙣𝙖𝙘𝙘𝙞, ha creato la sequenza per cui ogni numero Ú il risultato della somma dei due precedenti.
I termini della successione sono detti 𝙣𝙪𝙢𝙚𝙧𝙞 𝙙𝙞 𝙁𝙞𝙗𝙀𝙣𝙖𝙘𝙘𝙞 e i primi 25 di essi sono: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89,144, 233, 377, 610, 987,1597, 2584, 4181, 6765, 10946, 17711, 28657, 46368, 75025.
Tra il matematico pisano e 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄 c'era uno stretto legame.

«Un messaggio da messer Leonardo Pisano, filius Bonacii» – annunziò il valletto porgendo una pergamena arrotolata a Federico. «Ah, il mio amico Fibonacci – esclamò l’imperatore – vediamo cosa mi manda questa volta».

Era il 𝙥𝙞𝙪̀ 𝙜𝙧𝙖𝙣𝙙𝙚 𝙢𝙖𝙩𝙚𝙢𝙖𝙩𝙞𝙘𝙀 𝙙𝙚𝙞 𝙚𝙪𝙀𝙞 𝙩𝙚𝙢𝙥𝙞 ed egli lo aveva conosciuto a 𝙋𝙞𝙚𝙖 nel 1226 dopo averne già studiato i libri di 𝙜𝙚𝙀𝙢𝙚𝙩𝙧𝙞𝙖. Colpito dal suo genio matematico, aveva tentato invano di averlo al suo seguito. 𝙁𝙞𝙗𝙀𝙣𝙖𝙘𝙘𝙞 stava introducendo in Italia ed Europa nientemeno che i 𝙣𝙪𝙢𝙚𝙧𝙞 𝙖𝙧𝙖𝙗𝙞 al posto dei numeri romani: una novità assoluta, una rivoluzione nei calcoli e nei commerci con l’introduzione dello 𝙯𝙚𝙧𝙀, allora sconosciuto al sapere occidentale.

La sua capacità di risolvere problemi, impostare teoremi, calcolare grandezze e rapporti complicatissimi lo affascinavano. Pur non essendo riuscito a portarlo alla sua corte, 𝗅`𝙞𝙢𝙥𝙚𝙧𝙖𝙩𝙀𝙧𝙚 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄 aveva sempre intrattenuto con lui 𝙞𝙣𝙩𝙚𝙣𝙚𝙞 𝙧𝙖𝙥𝙥𝙀𝙧𝙩𝙞 𝙘𝙪𝙡𝙩𝙪𝙧𝙖𝙡𝙞.
Gli scriveva per porgli 𝙊𝙪𝙚𝙚𝙞𝙩𝙞 𝙙𝙞 𝙢𝙖𝙩𝙚𝙢𝙖𝙩𝙞𝙘𝙖 𝙥𝙪𝙧𝙖, gli sottoponeva difficili problemi da risolvere, si interessava ai suoi studi di geometria e 𝙁𝙞𝙗𝙀𝙣𝙖𝙘𝙘𝙞 ricambiò l’illustre amico dedicandogli la sua opera più famosa, quel 𝙇𝙞𝙗𝙚𝙧 𝙌𝙪𝙖𝙙𝙧𝙖𝙩𝙀𝙧𝙪𝙢 che lo stesso 𝗂𝗆𝗉𝖟𝗋𝖺𝗍𝗈𝗋𝖟 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄 gli aveva suggerito.

Questa volta 𝙁𝙞𝙗𝙀𝙣𝙖𝙘𝙘𝙞 lo sorprese. Gli mandava in dono un 𝙁𝙡𝙀𝙚, cioÚ un 𝙛𝙞𝙀𝙧𝙚. Era un 𝙘𝙀𝙢𝙥𝙡𝙞𝙘𝙖𝙩𝙞𝙚𝙚𝙞𝙢𝙀 𝙙𝙞𝙚𝙚𝙜𝙣𝙀 𝙜𝙚𝙀𝙢𝙚𝙩𝙧𝙞𝙘𝙀 che conteneva tantissimi 𝙩𝙚𝙀𝙧𝙚𝙢𝙞 𝙚 𝙥𝙧𝙀𝙗𝙡𝙚𝙢𝙞 𝙢𝙖𝙩𝙚𝙢𝙖𝙩𝙞𝙘𝙞, ma che somigliava a un 𝙛𝙞𝙀𝙧𝙚 𝙚𝙩𝙞𝙡𝙞𝙯𝙯𝙖𝙩𝙀. 𝖫`𝙞𝙢𝙥𝙚𝙧𝙖𝙩𝙀𝙧𝙚 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙀 𝙄𝙄 rimase a lungo a contemplarlo e a decifrarlo. Chiamò intorno a sé i suoi dotti e a lungo insieme ragionarono per interpretarlo.

Alla fine la fronte aggrottata dell’imperatore si spianò, lo sguardo si rischiarò; come un’intuizione, un’illuminazione, una preveggenza, un’esplosione di energia volitiva e creativa lo fece quasi gridare:
«Io darò corpo a questo fiore. Io materializzerò nella pietra questi rapporti matematici e geometrici, io imprigionerò in una mia opera il sole la terra e la luna, li chiamerò a disegnare sul terreno le linee dei muri e delle stanze, li esalterò nei momenti cruciali degli equinozi e della loro precessione, delle eclissi e delle costellazioni e tutto sarà regolato dalla divina proporzione del numero aureo. Michele Scoto, maestro Teodoro, filosofi astronomi e astrologi miei, mettetevi subito al lavoro, elaborate quello che io vi dico».

«Ma cosa vuoi fare, mio signore?» dissero quasi spaventati.

«Quello che hanno fatto i Faraoni in Egitto nella Piramide di Cheope e i greci nel Partenone di Atene: riportare nella pietra il numero d’oro; quello che hanno fatto gli antenati degli inglesi, i celti, a Stonehenge e i padovani nel Palazzo della Ragione: un grande gnomone, un grande calendario pietrificato in cui siano eternati i simboli dei pianeti e delle costellazioni, le ore, i giorni e le stagioni, i rapporti della matematica e i rapporti del potere. Farò un castello. Ma non uno dei tanti, non una macchina di guerra, bensì un concentrato di bellezza e di verità. Ne farò la casa della sapienza, l’itinerario della conoscenza, l’espressione della grandezza, il luogo della luce, l’epicentro della verità. Sarà costruito in modo che tutto il sistema tolemaico vi sia raffigurato: la terra al centro, il sole che le gira intorno, gli astri che ne segnano le sfere celesti. Chi vi entrerà dovrà compiere un cammino iniziatico, un percorso obbligato, in spazi definiti e significanti, racchiusi tutti nella quadratura del cerchio. Perché il cerchio Ú il simbolo del sé che esprime la totalità della vita psichica dell’uomo; mentre il quadrato Ú il simbolo della totalità del corpo e della realtà materiale. Il mio castello dovrà realizzare l’unione dei contrari, materializzare la perfezione dell’uomo che Ú in sintonia con la natura e col cosmo, esprimere il vero senso di tutte le cose».

«Ma che forma avrà questo tuo
 castello?» azzardarono i dotti che, pur seguendolo nei ragionamenti filosofici e magico-esoterici, non riuscivano a immaginare come si potesse tradurre in forma materiale tutta quella concettualità astratta.

«Ce lo dice Plutarco – rispose pronto Federico – quando scrive che l’otto, primo cubo di un numero pari e doppio del primo quadrato, bene esprime la salda e immobile potenza del dio. Anche la divinità di Allah Ú espressa con un ottagono: la Casa nella Roccia, il luogo sacro dei musulmani, che Ú nel recinto del tempio di Salomone a Gerusalemme, ha questa forma. Anche il mio castello avrà la forma di un ottagono, che Ú il poligono che fonde il quadrato col cerchio. E otto saranno le sue torri. E otto i lati del suo cortile che cingeranno il cielo che irromperà con la sua luce nel buio delle chiuse stanze e si specchierà in una vasca pure ottagonale posta al centro del cortile, con otto sedili concentrici in cui immergersi, per tornare all’elemento primordiale dell’acqua nel quale specchiarsi per ritrovare se stessi».

Sembrava invasato da un fuoco divino. E mentre parlava con foga ed eccitazione, la sua mano aveva afferrato un carboncino e cominciava a schizzare un ottagono, delle finestre, un portale maestoso con un timpano triangolare.

«Si entrerà in questo castello del sapere passando sotto la forma perfetta del triangolo e attraverso una materia simbolica che rappresenti l’unione di tutte le conoscenze, di tutte le culture, di tutti i saperi di questo secolo e dei precedenti, cementati nel genio e nella maestà di Federico II di Svevia la cui immagine sarà scolpita in quel triangolo, circondato dai raggi del sole. Chiamate i miei architetti, i miei maestri marmorai. Ecco, ho trovato, voglio la breccia corallina rossa, per fare l’ingresso al mio castello, perché Ú un conglomerato di grossi pezzi di roccia tenuti insieme da quel cemento, rosso come la porpora del mio mantello, rosso come il colore della maestà imperiale. E ci saranno i simboli primordiali come la pietra, l’acqua e la luce; e ci saranno i misteri dell’oriente col segno del mandala che i miei messi mi hanno portato dalla lontana India; e ci saranno i numeri magici della vita e della morte; e ci saranno il viaggio per giungere in luogo isolato, l’ascesa al monte, la croce che terrà unite le volte delle stanze, il silenzio che concentra e fa sentire le voci della natura, il buio che atterrisce e la luce che innalza: il fiore che sboccia nella pietra e nel sole».

«Ma cosa ne farai di questo castello immaginifico?»

«Ne farò la mia dimora e la mia corona. Lo specchio luminoso di me stesso. Il segno di Federico nell’eternità».

Così il 𝙛𝙞𝙀𝙧𝙚 𝙙𝙞 𝙥𝙞𝙚𝙩𝙧𝙖 sbocciò e si chiamò 𝘟𝙖𝙚𝙩𝙚𝙡 𝙙𝙚𝙡 𝙈𝙀𝙣𝙩𝙚.

da B. Tragni, Il mitico Federico II di Svevia, Bari, 1994

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18/11/2025
13/11/2025

I castelli di Federico II! Un patrimonio architettonico e storico incredibile!

Federico II di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero, fece costruire o ristrutturare numerosi castelli in Italia meridionale, tra cui:

- Castel del Monte (Andria, Puglia): un capolavoro dell'architettura gotica, considerato uno dei castelli più belli del mondo.
- Castel Melfi (Melfi, Basilicata): un castello normanno ristrutturato da Federico II, che ospita un importante museo archeologico.
- Castel Lagopesole (Avigliano, Basilicata): un castello medievale con una storia millenaria, ristrutturato da Federico II.
- Castel Ursino (Catania, Sicilia): un castello del XIII secolo, costruito da Federico II come residenza estiva.

Questi castelli rappresentano un esempio unico di architettura militare e residenziale del Medioevo, e sono un testimone della potenza e della cultura di Federico II.

14/02/2025

Alcuni dei più noti castelli e residenze di Federico II.

Indirizzo

Contrada Cavallerizza
Ordona
71040

Telefono

0885796343

Sito Web

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