27/01/2024
C'è ancora qualcuno che non sa come è andata la semifinale con Nole?
SINNER DELL'ALTRO MONDO 🥕🛸
Melbourne, esterno giorno. Un ragazzo di 22 anni che guarda il mondo con gli occhi affamati prende a pallate uno che da lontano potrebbe sembrare il suo vecchio zio, un tempo forte forte e oggi in affanno a star dietro al nipote. Più integro, più centrato, più tutto.
Italia, interno notte. Sono le 5 e qualcosa di venerdì mattina, un paio d'ore e bisognerà prepararsi per andare al lavoro, ma l'eccitazione è tale che al lavoro, proprio, non ci si pensa. Davanti agli occhi scorre una vicenda fino a qualche tempo fa impensabile: un tennista italiano in procinto di arrivare sul tetto del mondo. Perché sì, diciamocelo chiaro e al netto di qualsiasi superstizione: se Jannik Sinner ha un destino è quello lì. Lo si capisce nel modo in cui controlla una superiorità a tratti imbarazzante, nei confronti di colui che ha vinto 24 Slam (e 3 degli ultimi 4).
Ci sono echi di Agassi, in Jannik. Mentre Nole torna indietro di quasi 20 anni. Chi ha buona memoria e non è più un ragazzino lo ricorderà: 2005, Melbourne, stesso campo e Marat Safin come avversario, finisce 6-0 6-2 6-1 in favore del russo. Una scoppola del genere, Djokovic, non l'avrebbe mai più ripresa. Ma quello era un Novak 17enne, uscito dalle qualificazioni, al debutto in carriera in un Major.
Torniamo al presente. Nole scuote la testa, lo score dice 1-6 2-4. Sulla prima palla del 2-5, il serbo sembra persino trovare un moto d'orgoglio. Sulla seconda capitola e il 2-5 arriva davvero. Vien quasi da ricordare a Jannik che è troppo superiore, almeno oggi. Verrebbe da fargli recapitare il messaggio che i rischi tutto sommato si potrebbero limitare, tanto è evidente la distanza. E che sarebbe bene ogni tanto ricordarsi di aggiungere qualche variazione.
Alla fine del secondo set, abbondantemente in anticipo sull'orario di lavoro, coniamo un neologismo: overnoled. Ecco: Djokovic è sopraffatto. Quasi incredulo, per quanto si potesse attendere un tipo tosto di fronte a lui. Così forte, tuttavia, forse non se l'immaginava.
Intendiamoci, non ci facciamo illusioni. Perché è Nole, e perché c'è quel precedente di Wimbledon a dirci che nemmeno due set di margine sono sufficienti a stare tranquilli. Di fronte a uno con le sue risorse, con le sue capacità di recupero, non c'è da mollare un millimetro, altrimenti è un attimo che si finisce nel tritacarne. Per due set non è stata nemmeno una partita, ma la sensazione è che Jannik debba evitare di farla diventare tale. Altrimenti la vicenda potrebbe diventare complessa.
Sono passati 2195 giorni, 18 ore e qualche minuto dall'ultima sconfitta di Djokovic a Melbourne. La notizia deve scioccare anche Sinner, che sul 5-5 – avanti 0-15 – manca una comoda chance per lo 0-30 mandando fuori di metri un recupero su una palla corta avversaria più simile a un pallonetto. La partita non è divertentissima, a occhi non così coinvolti, ma questa è una considerazione che una volta scritta appare totalmente inutile, nel contesto. Oggi non cerchiamo bellezza.
Sul 5-5, 40 pari, il match entra nel congelatore, anche se la giornata a Melbourne è piacevole. Sugli spalti qualcuno non si sente bene e viene soccorso. Si riparte dopo una manciata di minuti, si va al tie-break e per la prima volta qui emerge una sensazione poco frequente, quando si parla di Sinner: quella legata a una (ipotetica?) paura di vincere. Jannik sbaglia qualcosa per timore e qualcosa per concetto (andare a rete prima, in un paio di circostanze, sarebbe stata una buona idea), ma arriva comunque a match-point. Solo che lì un diritto gli resta incastrato nel braccio. Poco dopo, ci ritroviamo al quarto.
Djokovic è letteralmente aggrappato a una partita che avrebbe già dovuto perdere, se non fosse quel fenomeno che è. Le ombre calano sulla Rod Laver Arena e Sinner sembra un po' meno in equilibrio di quanto era all'inizio. Non è tanto il peso delle quasi tre ore di gioco, quanto il peso di quel punto che poteva chiudere la vicenda e che invece è diventato un macigno da portarsi appresso. Per fortuna, Jannik è in grado di sostenerlo, questo peso. E stavolta il più forte è lui, oltre ogni sospetto.
Anche se chi gli vuole bene resta in apnea per buona parte del quarto set, da quando si concretizza il break (benedetta variazione di rovescio) a quando si mette a terra l'ultimo quindici, 55 minuti dopo il primo match-point.
È tutto vero: Jannik Sinner batte Novak Djokovic ed è in finale, dove giocherà da favorito. In 3 ore e 22 minuti non ha concesso alcuna palla break, ha fatto 30 punti in più del suo avversario (che sono tantissimi) e ha surclassato il numero 1 del mondo. È tutto vero, ma sembra una cosa dell'altro mondo.
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