08/05/2016
A proposito della Linea Cadorna.
Crediti: Lago Maggiore Zipline Trail
LA LINEA CADORNA, CENNI STORICI (PRIMA PARTE)
con il contributo di Cinzia Catena
INTRODUZIONE
L’ambito contestuale in cui questa gara si snoderà è situato nell’alto Piemonte in prossimità del confine Svizzero, con caratteristiche morfologiche montuose, con panoramiche che guardano verso il fronte compatto delle Alpi a Nord e alla visuale progressivamente più ampia sul complesso dei laghi Maggiore, Mergozzo, e Orta verso Sud.
La stretta valle fluviale del Fiume Toce, che si snoda da Domodossola fino a Mergozzo e Gravellona Toce, fa da spartiacque tra il Massiccio della ValGrande e quello della Valle del Sesia.
In questa stretta conca, venne costruita una parte di quella che venne definita “Linea Cadorna”: un esempio di archeologia bellica costruito durante la Prima Guerra Mondiale a scopo di difesa, che non fu mai utilizzato. L’intero sistema comprende diversi elementi, trincee a monte e in grotta, osservatori in quota, forti e punti di tiro. Motivo di interesse è anche la forte presenza di una ricca rete infrastrutturale che percorre l’intera zona come una grossa colonna vertebrale portante (superstrada, ferrovia, rete di strade statali, locali e percorsi ciclopedonali), la quale è valido mezzo di percorrenza per il veloce raggiungimento dei numerosi punti di interesse disseminati in tutta la cosiddetta “Valle del Toce”. Ecco che allora l’integrazione tra paesaggio e le valenze storico-ambientali qui presenti, con il progredire dei mezzi di spostamento veloce, diventano fautori di sinergie propositive e positive alla, e per, la valorizzazione; di cui questo percorso podistico è uno dei tanti passi.
IL CONTESTO STORICO
Il progetto di una catena di fortezze che proteggesse il confine italo-svizzero ha origine nel 1862, subito dopo la creazione del Regno d’Italia, quando la commissione di difesa dello stato suggerì la costruzione di una serie di fortini muniti di batterie di cannoni, per contrastare eventuali invasioni offensive provenienti dal confine svizzero.
Nello stesso anno, a causa del cattivo stato in cui versavano le finanze del nuovo stato, si decise di studiare un piano di difesa ridotto, che non comprendeva più la costruzione delle fortificazioni, che restarono sulla carta.
Nel 1871 il progetto venne inserito nuovamente nel programma di difesa. Fu rifiutato nuovamente nel 1882, poiché si considerava poco probabile una violazione austriaca o tedesca nel territorio svizzero. In sintesi i progetti furono ripresi e accantonati continuamente fino al gennaio 1911, quando l’Ufficio della difesa si convinse di creare quest’opera, il cui compito era quello di tenere sotto tiro tutta la linea del confine nord-occidentale.
All’inizio della prima Guerra Mondiale la Germania invase il Belgio neutrale, per aggirare le postazioni francesi.
Nel settembre 1915 l’Italia temette un’invasione tedesca dalla Svizzera: il Capo di Stato Maggiore, Luigi Cadorna, riprese quindi il vecchio progetto del 1882 e, con opportune modifiche, ordinò di allestire una complessa linea difensiva dal confine svizzero con una rete di strade, trincee, fortificazioni, che copriranno ben 72 km.
I lavori iniziarono nel 1916 e pochi mesi dopo l’Italia dichiarò guerra alla Germania rendendo impellente l’utilizzo della linea difensiva. A causa della scarsa disponibilità di forze armate in questa zona, gli sbarramenti furono costruiti lungo una linea più arretrata rispetto a quella di confine e con giochi di incuneamenti lungo i dorsali sovrastanti e le valli. Questo rendeva il disegno delle fortificazioni più duttile in quanto seguiva l’orografia del terreno.
Nella concezione militare dell’epoca si faceva ancora più affidamento sulla forza fisica delle masse umane, piuttosto che sui mezzi tecnologici, perciò particolare attenzione venne dedicata alla costruzione delle trincee, nelle quali dovevano combattere i soldati in prima linea: la trincea era in calcestruzzo e pietra, corredata da piattaforme sulle quali salire per sparare e da nicchie piccole e grandi per la dotazione di munizioni e generi di conforto. I trinceramenti erano susseguenti con sviluppo a linee spezzate, spesso con angoli acuti che garantivano maggiore protezione dallo scoppio di granate.
Ogni trincea era fornita di latrine e, dove possibile, di fontanelle di acqua potabile.
A intervalli regolari si trovavano nicchie a campana per il ricovero delle sentinelle in caso di maltempo. Numerosi tratti di galleria, le “ridotte”, offrivano sicurezza in caso di bombardamento. A breve distanza le une dalle altre, delle scalette permettevano rapida uscita in caso di contrattacco.
Lungo le trincee a intervalli regolari si trovavano postazioni sotterranee per armi automatiche come le mitragliatrici.
Le trincee servivano da protezione alle batterie di cannoni che potevano essere semplicemente all’aperto, in posizione elevata seminascosti da un semplice muro di protezione, oppure in caverna sotto la cresta dei monti, bene camuffate dalle rocce circostanti.
Poi vi erano osservatori, magazzini, caserme, comandi, e ancora strade e sentieri per raggiungere le trincee: un’opera immensa che prevedeva 88 appostamenti per batterie di cannoni (11 dei quali in caverna), 2500 metri quadri di baraccamenti, 296 km di camionabili, 398 km di mulattiere. Questo enorme lavoro fu compiuto da 20.000 operai e costò una cifra paragonabile a 150 milioni di euro attuali.
Durante la costruzione del sistema di fortificazioni, i fondi di tali operazioni cominciarono a scarseggiare, trasformando così le opere, da manufatti di incredibile attenzione artistica e costruttiva di dettaglio, a realizzazioni rozze, mutile, spesso non finite.
La linea fu continuamente sorvegliata dall’OFAN (Comando di Occupazione Avanzata frontiera Nord) fino a che, a metà del 1917, le artiglierie vennero ritirate dalle postazioni e i reparti di milizia territoriale spediti d’urgenza sul fronte veneto.