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24/08/2026
19/08/2026

Ascoli e Fieramosca da Capua.
All'inizio del 1497 Astolfo Guiderocchi esercitava un controllo quasi assoluto sulla vita pubblica ascolana, agendo de facto come signore della città.
Qualche mese dopo i ghibellini offidani chiesero il suo aiuto per liberare Offida dal controllo del guelfo Carlo Baroncelli, signore del castello. In men che si dica il Guiderocchi approntò un piccolo esercito di mercenari e marciò sulla cittadina. Il 7 marzo i difensori vennero sopraffatti e Offida venne occupata; lo stesso Baroncelli fu costretto alla fuga. Astolfo la conquistò con estrema durezza, secondo le cronache fermane “con grande crudeltà e violenza”.
La presa di Offida fu un atto di guerra aperta: Fermo non poteva certo tollerare la perdita di un presidio così importante.
Tutte queste manovre del Guiderocchi non piacquero allo Stato Pontificio che segretamente, ma non troppo, inviò aiuti economici ai fermani, affinchè apprestassero un poderoso esercito pronto a marciare su Offida e liberarla dal dominio ascolano.
Conscio del grave pericolo il Guiderocchi chiese aiuto al re Federico d'Aragona. Il re inviò direttamente in Offida il suo più valido comandante, anche se giovanissimo il ragazzo era apprezzato per la sua sagacia in tattica militare e il valore in combattimento.
Si chiamava Ettore Fieramosca (o Ferranosca) aveva 21 anni ed era di Capua.
Ettore insieme al fratello Guido e una decina dei suoi più valorosi e fedelissimi soldati entrò in Offida nel maggio del 1497. Ad attenderlo oltre ad una piccola milizia ghibellina cittadina un grosso dispiegamento di mercenari ascolani inviati dal Guiderocchi. Il Fieramosca organizzò le truppe e fortificò la roccaforte, per riuscire a sostenere l'urto nemico e a sventare la caduta della città. Le forze fermane al comando del feroce condottiero, Oliverotto Euffreducci, cinsero d'assedio il castello; visto che per la conquista non potevano usare le macchine da guerra pensarono di prenderlo per fame.
Non bisogna dimenticare che i fermani volevano sconfiggere i loro nemici ascolani e non distruggere il castello dei loro alleati.
Fieramosca e i suoi non solo sostennero l'assedio ma condussero continue e decisive sortite fuori dalle mura per rompere le linee nemiche. Ettore non cercava battaglie decisive, ma una guerriglia continua, utile a mantenere pressione e a impedire ai fermani di organizzare un assalto efficace.
Quando i fermani tentavano di avvicinarsi a Offida, Fieramosca li affrontava fuori dalle mura, in campo aperto ma per pochi minuti: carica, crea disordine tra i nemici, cattura di qualche uomo, poi rientro immediato. Le cronache parlano di “scaramucce d’ogni banda”, cioè una guerra fatta di colpi improvvisi, senza battaglie campali. usciva da Offida con pochi cavalleggeri, colpiva un presidio fermano e rientrava prima che arrivassero rinforzi.
Alla fine i fermani,visto la mancanza di risultati e il timore di essere assaliti alle spalle dai mercenari del Guiderocchi, decisero di togliere l'assedio.
Nel giugno 1497 Astolfo senza l'aiuto del Fieramosca, mosse le sue truppe contro Ripatransone, fortezza di fede guelfa strategica per le linee di comunicazione di Fermo. Per fronteggiare la minaccia, la Signoria di Fermo ingaggiò il giovane, ma già famoso comandante di ventura, Oliverotto Euffreducci da Fermo.
L’assedio fu mal condotto: mancanza di artiglieria adeguata, difesa fermana molto solida. Gli ascolani non riuscirono a superare le mura né a tagliare i rifornimenti.
Oliverotto e le sue milizie fermane riuscirono a respingere gli assalti ascolani costringendo gli stessi alla fuga.
Il 25 aprile 1498, una numerosa colonna composta da gran parte della nobiltà e della gioventù fermana, guidata dal fuoruscito ed ex signore di Offida Carlo Baroncelli, attraversò la valle del Tesino avanzando rapidamente in territorio ascolano. Lasciandosi Offida sulla destra, l'esercito fermano pose il proprio campo sulle alture di Poggio di Bretta. Da questa posizione dominante, a pochissima distanza dalle mura di Ascoli, le truppe nemiche minacciavano direttamente la città del Tronto.
L'accampamento fermano a Poggio di Bretta provocò l'immediata uscita delle milizie ascolane.
Mentre l'esercito ascolano guidato dal Guiderocchi avanzava sulla Salaria verso Poggio di Bretta, mentre Ettore con i suoi uomini attraversava il ponte Appignano sul torrente Bretta giungendo alle spalle dell'accampamento fermano.
L'azione combinata di sbarramento e di attacco trasformò la possibile invasione in una disfatta fermana che fu costretta ad una disordinata fuga.
Nel giugno di quell'anno l'assedio di Castignano rappresentò uno degli episodi bellici più caldi della guerra tra Ascoli e Fermo.
Nel frattempo il Fieramosca aveva ricevuto, inviato dal re aragonese, l'aiuto del capitano di ventura Restaino Cantelmo giunto con un contingente di truppe regie.
Ettore e Restaino al comando di 300 cavalli e delle milizie ascolane cinsero d'assedio Castignano con l'intento di piegare la resistenza del borgo. Si trattò di un assedio estenuante e prolungato, caratterizzato da continui scontri fuori dalle mura.
Il castello di Castignano rappresentava un presidio chiave per il controllo del territorio tra le valli del Tesino e del Tronto. Occuparlo o stringerlo d'assedio significava interrompere le linee di rifornimento e le comunicazioni delle forze guelfe e fermane nell'area. Il deciso attacco congiunto dei fermani e castignanesi guidate da Oliverotto Euffreducci riuscì a rompere l'assedio imposto da Fieramosca. Le truppe ascolane furono costrette alla ritirata.
Tra il luglio e l'agosto la campagna militare guidata da Ettore Fieramosca raggiunse uno dei suoi momenti strategici più alti. Partendo dalla roccaforte di Ripatransone, l'armata ascolana e quella di Cantelmo si diresse verso Monte Brandano (Monteprandone);
Posizionato come un vero proprio “baluardo panoramico” direttamente affacciato sul mare e sul fiume Tronto, il castello controllava le vie d'accesso al litorale.
L'obiettivo principale era garantire lo sbocco al mare per gli ascolani.
Dopo pochi giorni di attacchi i due comandanti entrarono in Monte Brandano da vincitori.
Con il successo di questa manovra Fieramosca, Guiderocchi e Cantelmo di Popoli riuscirono a chiudere la morsa attorno alle linee fermane, assicurando ad Ascoli il pieno controllo della sua via d'acqua e del suo sbocco marittimo.
Nel corso di luglio 1498, le forze ascolane comandate da Ettore serrarono le vie di comunicazione attorno al borgo fortificato di Monsampolo, tagliando i rifornimenti verso Fermo e le zone alleate. Messa sotto pressione dal tiro delle artiglierie e di fronte alla minaccia d'assalto diretto da parte delle milizie di Fieramosca, la guarnigione e le autorità locali del castello capitolarono, consegnando la fortezza agli ascolani.
Nell'estate del 1498, mentre lungo la fascia fluviale e costiera si svolgevano le manovre verso Monsampolo e Porto d'Ascoli, le truppe fermane e le bande alleate tentarono di stringere Ascoli da nord, devastando i raccolti e bloccando i rifornimenti da Capradosso (vicino Rotella) e Comunanza in poi.
A marce forzate, Ettore e i suoi si spostarono nel territorio montano; occupare quei luoghi significava controllare l'alta valle del Tenna e dell'Aso.
Fieramosca condusse sortite rapide per rompere i blocchi fermani sulle vie montane, consentendo l'afflusso di scorte e vettovaglie verso Ascoli mantenendo aperti i collegamenti con i presidi interni. In questa zona collinare e montuosa, ideale per rapide scorrerie e imboscate, Fieramosca e le sue lance sgominarono le incursioni fermane e assicurarono la fedeltà dei castelli montani minacciati dalla fazione avversa.
Nell'agosto 1498 durante uno spostamento o un'operazione militare lungo la direttrice della Val Vibrata e della costa truentina Gian Francesco Guiderocchi figlio di Astolfo cadde in un'imboscata tesa dalle forze nemiche nei pressi dell'approdo marittimo ascolano. La cattura privò temporaneamente la fazione dei Guiderocchi di uno dei suoi bracci armati più esperti sul campo nel Piceno e nella zona del Tronto
L'arresto di Gian Francesco innescò repentine ritorsioni e manovre diplomatiche in Ascoli per ottenerne la liberazione o il riscatto, riaccendendo le tensioni all'interno del Consiglio cittadino e nei rapporti con i condottieri operanti nell'area (tra cui le milizie legate agli Aragonesi e ai signori feudali confinanti).
Nello stesso mese i principali comandanti ed esponenti delle fazioni si riunirono ad Acquaviva Picena, roccaforte neutrale, per definire i termini della liberazione di Gian Francesco e della eventuale pacificazione accettando le condizioni imposte. La presenza del Fieramosca al vertice di Acquaviva confermò come la sua figura nel Piceno non fosse soltanto quella di un brillante combattente di cavalleria, ma ormai quella di un autorevole arbitro politico capace di trattare e far rispettare le tregue tra le bellicose casate nobiliari dell'epoca.
Poco tempo dopo il capuano dovette abbandonare il fronte delle Marche per rientrare in Campania. Federico re di Napoli aveva richiamato i suoi migliori uomini d'arme per fortificare il Regno di fronte all'imminente invasione francese.
Approfittando dell'assenza di Fieramosca i guelfi ascolani scesero in rivolta contro il Guiderocchi che, con il suo esercito smobilitato dopo il summit di Acquaviva, si trovò incapace di reprimere la rivolta anzi, dopo aver assistito all'incendio del suo palazzo, fu costretto alla fuga con tutti i sui fedeli.
Una fonte storica ottocentesca colloca nel 1499 l'assalto popolare alla sua casa; altre ricostruzioni, invece, datano l'incendio/distruzione del palazzo al 1498.
Il 13 febbraio 1503 Ettore Fieramosca da Capua passò all'italica storia.
Ettore fu il comandante di 12 cavalieri italiani che, nell'epica Disfida di Barletta, sconfissero in duello 13 tracotanti cavalieri francesi.

Alberto Cinelli.
Immagine puramente fantasiosa.

09/07/2026

Ascoli e il rifiuto offidano.
Antonio Francesco Marcucci riporta, nel suo libro “Saggio delle cose ascolane e de' vescovi di Ascoli nel Piceno...” un episodio del 1487 in cui gli ascolani occuparono Offida.
Il fatto non compare nelle sintesi moderne né nelle cronache più note del Quattrocento ascolano. Marcucci lo ricostruisce utilizzando documenti locali oggi difficili da reperire. In altre parole: Marcucci è la fonte, e senza di lui l’evento non sarebbe noto. L'estratto racconta un fatto d'arme e di politica inserito nelle feroci lotte di fazione del Rinascimento marchigiano (tra la fine del XV secolo e i primi anni del XVI secolo), che vedeva contrapposte le principali città del Piceno: Ascoli Piceno, Fermo e i vari borghi e terre della zona come Offida.
Da anni, Offida e Ascoli vivevano in una tensione continua: una rivalità antica, fatta di confini incerti, diritti di pascolo contesi, casali farfensi esposti e una politica ascolana aggressiva, alimentata dalle lotte interne tra le grandi famiglie ghibelline.
Nell’anno 1487. I ribelli di Offida, che si erano staccati dal loro Comune, implorarono l’aiuto del Senato ascolano per essere riammessi. Era allora Caporione (comandante militare o magistrato rionale) il famoso Carlo Baroncelli (noto come Carlo da Offida) descritto come “uomo particolarmente bellicoso” e “nemico acerrimo degli Ascolani”.
Carlo da Offida spalleggiato dai Fermani, non solo respinse le pacifiche richieste degli ascolani, ma dichiarò pure che non avrebbe più inviato l’annuo consueto Palio.
“A chi il Cielo vuol male, toglie il senno.”
Questa sottomissione non era solo politica, ma veniva ribadita ogni anno con un atto simbolico e pubblico: l'offerta di un palio di seta (o di un tasso di tributo equivalente) che i rappresentanti di Offida dovevano portare ad Ascoli durante le celebrazioni di Sant'Emidio (il patrono ascolano), come segno tangibile di vassallaggio.
“et se alcuna de le dicte et infrascripte terre et castella [...] non lu facesse [...] sia avuta per rebella et li homini de quella terra siano havuti per rebelli et per sbanditi de la dicta ciptà” .
Dati sulle furie i nostri ascolani,
“giacche ci volevan ben poco”,
organizzarono velocemente un' armata; le milizie ascolane del Quattrocento erano un corpo formato da fanti cittadini, balestrieri, cavalleria leggera e contingenti dei castelli soggetti. Non erano un esercito permanente, ma una forza comunale mobilitabile rapidamente per spedizioni punitive come quella contro Offida.
Partì da Ascoli un'armata di mille fanti, cinquecento guastatori, e cinquanta Cavalli contro Offida. Si posero al comando due anziani Senatori
“con quaranta signori de' più esperti nel Militare, cioè più bestiali per loro guardia: tra quali nella ftrage Offidana poi seguita ebbero più plauto Jacopo Alvitreti, Galeotto Ridolfi, Marino Ilari, e Gian Andrea Novelli, perchè forse più crudeli si dimostrarono”.
La precisazione che l'occupazione fu violenta riflette la realtà dei fatti: le truppe ascolane e i loro alleati non si limitarono a un cambio di guardia politico. Entrare in una terra “ribelle” significava saccheggi, confische di beni ai danni delle famiglie offidane più in vista (specialmente quelle della fazione guelfa dei Baroncelli) e l'imposizione di una vera e propria dittatura militare ascolana attraverso il nuovo governatore.
Ascoli ebbe la meglio militarmente. Le truppe ascolane entrarono a Offida e ristabilirono con la forza l’autorità della città sul castello. Offida fu costretta a sottomettersi di nuovo e a riconoscere gli obblighi feudali, compreso il tributo del palio.
L'occupazione provocò violenze e scontri tali che, il 27 agosto 1487, il legato pontificio Giovanni, vescovo di Albano emanò un atto di assoluzione per ascolani e offidani “ dalle violenze e abusi commessi nel corso delle rivalità”, a conferma che il conflitto era stato particolarmente acceso.
Ma la tregua fu solo di facciata. Ascoli, approfittando della propria superiorità, impose una condizione ingiusta: pretendere che a Offida si insediasse un Podestà ascolano. Per ottenere ciò che il trattato non concederebbe, gli ascolani corruppero il “Castellano fellone”.
Di notte, violando i patti appena firmati, il nuovo Podestà ascolano entra a Offida con cento soldati armati di tutto punto. Il diritto di Ascoli su Offida viene imposto non dalla legge, ma “sulle bocche degli archibusi” (a forza di spari).
L'atto di forza e il tradimento dei patti non piacquero affatto al Papa, il quale intervenne duramente “fulminando le censure” (lanciando la scomunica e l'interdetto) contro il Comune di Ascoli, costringendolo alla fine a fare marcia indietro e a restituire a Offida la sua legittima libertà.
Bolla di Innocenzo VIII agli offidani
"Dilectis Filijs Priori et Communi Terre nre Offide salt et aplic ben. Innocentius Eps etc. Cognovimus ex Vii Fratre nro Ioatine Epo Cardli Albanensi quemadmodum per ipsius Comissarios ex ordinatione et tractatu cm alias vobis firmato inspecta atq intimata fuerunt damna su-» per. anno inter vos et Asculanos illata ac de mutuis inter vos iniuriis cognitum. Ad finem cQnciliandi vos et revocandi ab odiis quibus iam dudum invjcem con» flictati extitistjs , et cm commodis Commissarioriim processimi super eisdem damnis et iniuriis diligentius inspici ac nobis referri fecerimus accepta habuimus. Quia juxta nrum votum idem Ioannes Gardlis ac sui Commissarii solertissimum ac omnem diligentiam adlnbuerunt quo utriusque partis justitia dilucide liquere possit qmadmodum ipsi cognovimus. Ut igitur nra in-« tendo firmandi ac componendi inter vos perpetuaci pacem extincto oni maligno fomitem justum sortiatis effecium volumus et sub penam decem millium ducatoruro nisi his nris mandatis satisfeceritis nre Gamere persolvenda mandamus ut inter duodecim dierum ter' minum a presentatione presentium numerandum re» mota obligatione qcumque comparere debeatis coram nobis per sufficiente m constitutum a vobis procurato»rie cm piena et libera potestate ratificandi onia et singula que in provincia sup predictis dict Goraissi egerunt ac recipiendi onem ordinatui et compositoi que sup damnis et ini urijs premissis invicem reficiendis et resarcjendis nostra auctoritate decretum fuerit. Quemadmodum et eisdem Asculanis ut pariter comparere debeant mandamus etc, Dat Rome apud Sanctumpetrum sub Annulo Pi» scatoris die XVIIIJ Maij Milles. quadrin. octag. oct. Pontf. nri Anno quarto".

Alberto Cinelli.
Immagine puramente dimostrativa..

Sale sul gradino piu' alto del podio il nostro arciere Carlo Branco nella categoria Arco Storico che nella gara svoltasi...
18/05/2026

Sale sul gradino piu' alto del podio il nostro arciere Carlo Branco nella categoria Arco Storico che nella gara svoltasi ieri a Recanati (MC) ha confermato le precedenti ottime prestazioni ottenute nelle prove in cui ha partecipato e valide per la classifica finale per il Campionato Nazionale Italiano nonche' per quello Interregionale Marche-Umbria organizzato dalla LIAS - ASI.

Piccoli arcieri offidani crescono. Ottima prova dei nostri ragazzi che ieri si sono distinti in quel di Recanati (MC).
18/05/2026

Piccoli arcieri offidani crescono. Ottima prova dei nostri ragazzi che ieri si sono distinti in quel di Recanati (MC).

11/05/2026

Una gara amichevole che vede protagonisti gli arcieri della Compagnia di Venere. Una occasione per avvicinarsi a questo sport molto particolare anche per chi, pur non avevo mai preso in mano un arco tradizionale, vuole conoscerne le regole, le caratteristiche, le tecniche.

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