19/08/2026
Ascoli e Fieramosca da Capua.
All'inizio del 1497 Astolfo Guiderocchi esercitava un controllo quasi assoluto sulla vita pubblica ascolana, agendo de facto come signore della città.
Qualche mese dopo i ghibellini offidani chiesero il suo aiuto per liberare Offida dal controllo del guelfo Carlo Baroncelli, signore del castello. In men che si dica il Guiderocchi approntò un piccolo esercito di mercenari e marciò sulla cittadina. Il 7 marzo i difensori vennero sopraffatti e Offida venne occupata; lo stesso Baroncelli fu costretto alla fuga. Astolfo la conquistò con estrema durezza, secondo le cronache fermane “con grande crudeltà e violenza”.
La presa di Offida fu un atto di guerra aperta: Fermo non poteva certo tollerare la perdita di un presidio così importante.
Tutte queste manovre del Guiderocchi non piacquero allo Stato Pontificio che segretamente, ma non troppo, inviò aiuti economici ai fermani, affinchè apprestassero un poderoso esercito pronto a marciare su Offida e liberarla dal dominio ascolano.
Conscio del grave pericolo il Guiderocchi chiese aiuto al re Federico d'Aragona. Il re inviò direttamente in Offida il suo più valido comandante, anche se giovanissimo il ragazzo era apprezzato per la sua sagacia in tattica militare e il valore in combattimento.
Si chiamava Ettore Fieramosca (o Ferranosca) aveva 21 anni ed era di Capua.
Ettore insieme al fratello Guido e una decina dei suoi più valorosi e fedelissimi soldati entrò in Offida nel maggio del 1497. Ad attenderlo oltre ad una piccola milizia ghibellina cittadina un grosso dispiegamento di mercenari ascolani inviati dal Guiderocchi. Il Fieramosca organizzò le truppe e fortificò la roccaforte, per riuscire a sostenere l'urto nemico e a sventare la caduta della città. Le forze fermane al comando del feroce condottiero, Oliverotto Euffreducci, cinsero d'assedio il castello; visto che per la conquista non potevano usare le macchine da guerra pensarono di prenderlo per fame.
Non bisogna dimenticare che i fermani volevano sconfiggere i loro nemici ascolani e non distruggere il castello dei loro alleati.
Fieramosca e i suoi non solo sostennero l'assedio ma condussero continue e decisive sortite fuori dalle mura per rompere le linee nemiche. Ettore non cercava battaglie decisive, ma una guerriglia continua, utile a mantenere pressione e a impedire ai fermani di organizzare un assalto efficace.
Quando i fermani tentavano di avvicinarsi a Offida, Fieramosca li affrontava fuori dalle mura, in campo aperto ma per pochi minuti: carica, crea disordine tra i nemici, cattura di qualche uomo, poi rientro immediato. Le cronache parlano di “scaramucce d’ogni banda”, cioè una guerra fatta di colpi improvvisi, senza battaglie campali. usciva da Offida con pochi cavalleggeri, colpiva un presidio fermano e rientrava prima che arrivassero rinforzi.
Alla fine i fermani,visto la mancanza di risultati e il timore di essere assaliti alle spalle dai mercenari del Guiderocchi, decisero di togliere l'assedio.
Nel giugno 1497 Astolfo senza l'aiuto del Fieramosca, mosse le sue truppe contro Ripatransone, fortezza di fede guelfa strategica per le linee di comunicazione di Fermo. Per fronteggiare la minaccia, la Signoria di Fermo ingaggiò il giovane, ma già famoso comandante di ventura, Oliverotto Euffreducci da Fermo.
L’assedio fu mal condotto: mancanza di artiglieria adeguata, difesa fermana molto solida. Gli ascolani non riuscirono a superare le mura né a tagliare i rifornimenti.
Oliverotto e le sue milizie fermane riuscirono a respingere gli assalti ascolani costringendo gli stessi alla fuga.
Il 25 aprile 1498, una numerosa colonna composta da gran parte della nobiltà e della gioventù fermana, guidata dal fuoruscito ed ex signore di Offida Carlo Baroncelli, attraversò la valle del Tesino avanzando rapidamente in territorio ascolano. Lasciandosi Offida sulla destra, l'esercito fermano pose il proprio campo sulle alture di Poggio di Bretta. Da questa posizione dominante, a pochissima distanza dalle mura di Ascoli, le truppe nemiche minacciavano direttamente la città del Tronto.
L'accampamento fermano a Poggio di Bretta provocò l'immediata uscita delle milizie ascolane.
Mentre l'esercito ascolano guidato dal Guiderocchi avanzava sulla Salaria verso Poggio di Bretta, mentre Ettore con i suoi uomini attraversava il ponte Appignano sul torrente Bretta giungendo alle spalle dell'accampamento fermano.
L'azione combinata di sbarramento e di attacco trasformò la possibile invasione in una disfatta fermana che fu costretta ad una disordinata fuga.
Nel giugno di quell'anno l'assedio di Castignano rappresentò uno degli episodi bellici più caldi della guerra tra Ascoli e Fermo.
Nel frattempo il Fieramosca aveva ricevuto, inviato dal re aragonese, l'aiuto del capitano di ventura Restaino Cantelmo giunto con un contingente di truppe regie.
Ettore e Restaino al comando di 300 cavalli e delle milizie ascolane cinsero d'assedio Castignano con l'intento di piegare la resistenza del borgo. Si trattò di un assedio estenuante e prolungato, caratterizzato da continui scontri fuori dalle mura.
Il castello di Castignano rappresentava un presidio chiave per il controllo del territorio tra le valli del Tesino e del Tronto. Occuparlo o stringerlo d'assedio significava interrompere le linee di rifornimento e le comunicazioni delle forze guelfe e fermane nell'area. Il deciso attacco congiunto dei fermani e castignanesi guidate da Oliverotto Euffreducci riuscì a rompere l'assedio imposto da Fieramosca. Le truppe ascolane furono costrette alla ritirata.
Tra il luglio e l'agosto la campagna militare guidata da Ettore Fieramosca raggiunse uno dei suoi momenti strategici più alti. Partendo dalla roccaforte di Ripatransone, l'armata ascolana e quella di Cantelmo si diresse verso Monte Brandano (Monteprandone);
Posizionato come un vero proprio “baluardo panoramico” direttamente affacciato sul mare e sul fiume Tronto, il castello controllava le vie d'accesso al litorale.
L'obiettivo principale era garantire lo sbocco al mare per gli ascolani.
Dopo pochi giorni di attacchi i due comandanti entrarono in Monte Brandano da vincitori.
Con il successo di questa manovra Fieramosca, Guiderocchi e Cantelmo di Popoli riuscirono a chiudere la morsa attorno alle linee fermane, assicurando ad Ascoli il pieno controllo della sua via d'acqua e del suo sbocco marittimo.
Nel corso di luglio 1498, le forze ascolane comandate da Ettore serrarono le vie di comunicazione attorno al borgo fortificato di Monsampolo, tagliando i rifornimenti verso Fermo e le zone alleate. Messa sotto pressione dal tiro delle artiglierie e di fronte alla minaccia d'assalto diretto da parte delle milizie di Fieramosca, la guarnigione e le autorità locali del castello capitolarono, consegnando la fortezza agli ascolani.
Nell'estate del 1498, mentre lungo la fascia fluviale e costiera si svolgevano le manovre verso Monsampolo e Porto d'Ascoli, le truppe fermane e le bande alleate tentarono di stringere Ascoli da nord, devastando i raccolti e bloccando i rifornimenti da Capradosso (vicino Rotella) e Comunanza in poi.
A marce forzate, Ettore e i suoi si spostarono nel territorio montano; occupare quei luoghi significava controllare l'alta valle del Tenna e dell'Aso.
Fieramosca condusse sortite rapide per rompere i blocchi fermani sulle vie montane, consentendo l'afflusso di scorte e vettovaglie verso Ascoli mantenendo aperti i collegamenti con i presidi interni. In questa zona collinare e montuosa, ideale per rapide scorrerie e imboscate, Fieramosca e le sue lance sgominarono le incursioni fermane e assicurarono la fedeltà dei castelli montani minacciati dalla fazione avversa.
Nell'agosto 1498 durante uno spostamento o un'operazione militare lungo la direttrice della Val Vibrata e della costa truentina Gian Francesco Guiderocchi figlio di Astolfo cadde in un'imboscata tesa dalle forze nemiche nei pressi dell'approdo marittimo ascolano. La cattura privò temporaneamente la fazione dei Guiderocchi di uno dei suoi bracci armati più esperti sul campo nel Piceno e nella zona del Tronto
L'arresto di Gian Francesco innescò repentine ritorsioni e manovre diplomatiche in Ascoli per ottenerne la liberazione o il riscatto, riaccendendo le tensioni all'interno del Consiglio cittadino e nei rapporti con i condottieri operanti nell'area (tra cui le milizie legate agli Aragonesi e ai signori feudali confinanti).
Nello stesso mese i principali comandanti ed esponenti delle fazioni si riunirono ad Acquaviva Picena, roccaforte neutrale, per definire i termini della liberazione di Gian Francesco e della eventuale pacificazione accettando le condizioni imposte. La presenza del Fieramosca al vertice di Acquaviva confermò come la sua figura nel Piceno non fosse soltanto quella di un brillante combattente di cavalleria, ma ormai quella di un autorevole arbitro politico capace di trattare e far rispettare le tregue tra le bellicose casate nobiliari dell'epoca.
Poco tempo dopo il capuano dovette abbandonare il fronte delle Marche per rientrare in Campania. Federico re di Napoli aveva richiamato i suoi migliori uomini d'arme per fortificare il Regno di fronte all'imminente invasione francese.
Approfittando dell'assenza di Fieramosca i guelfi ascolani scesero in rivolta contro il Guiderocchi che, con il suo esercito smobilitato dopo il summit di Acquaviva, si trovò incapace di reprimere la rivolta anzi, dopo aver assistito all'incendio del suo palazzo, fu costretto alla fuga con tutti i sui fedeli.
Una fonte storica ottocentesca colloca nel 1499 l'assalto popolare alla sua casa; altre ricostruzioni, invece, datano l'incendio/distruzione del palazzo al 1498.
Il 13 febbraio 1503 Ettore Fieramosca da Capua passò all'italica storia.
Ettore fu il comandante di 12 cavalieri italiani che, nell'epica Disfida di Barletta, sconfissero in duello 13 tracotanti cavalieri francesi.
Alberto Cinelli.
Immagine puramente fantasiosa.