02/03/2025
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Il Libro Rosso inizia con questa premessa:
"Gli anni più importanti della mia vita furono quelli in cui inseguivo le mie immagini interiori… l’inizio numinoso che conteneva ogni altra cosa si diede allora."
Jung inizia a registrare come un sismografo i sommovimenti della sua anima nel Libro rosso quando, a 40 anni, è al culmine della sua carriera. Entra in crisi perché si accorge che non desidera più niente.
Che gli anni dell’età di mezzo siano decisivi non lo dice solo la psicanalisi. Dante ci costruì l’incipit della Divina Commedia e non sarà un caso se tutti, alla fine, lo imparano a memoria, neanche fosse un mantra. Per certi versi il Libro rosso di Jung ricorda la Divina commedia, per la potenza delle immagini e per il ricorso all’ordine simbolico. Per il modo in cui si pone l’autore nel dialogo con le sue visioni. Intorno ai 40 si passa la linea d’ombra, come racconta un altro pilastro del Novecento, Joseph Conrad. All’Uomo si presenta l’occasione di compiere quel viaggio dentro sé stesso che però non tutti fanno, anzi in pochi fanno, qualcuno risulta anche disperso. Per Jung una delle tappe di questo viaggio è l’assassinio dell’eroe. Scopre che l’eroe va ucciso (l’eroe che tra l’altro per Freud è sempre un parricida, come Jung del resto…). Va ucciso per non fermarsi nell’unilateralismo. Jung scrive: “Allora lo spirito del profondo mi accostò e disse queste parole: la verità suprema e l’assurdità sono la stessa e identica cosa” Insomma la realtà come giorno e notte, come senso e non senso. Solo così l’Uomo diventa microcosmo, vita piena e realizzata nella integrazione delle sue parti.
Una volta una persona per cercare di alleviare l’angoscia di un’altra persona malata di cancro, lasciando la sua stanza di ospedale, le disse: “Tu pensa all’infinitamente grande o all’infinitamente piccolo, non pensare alle cose in mezzo”. Le sembrava l’unica via d’uscita. Non immaginava che in quella formula, suggerita frettolosamente per riempire una voragine, ci fosse racchiuso lo Spirito del profondo. Un consiglio da sciamano improvvisato, anche un po’ cialtrone e baro, che in fondo rispondeva alla domanda: e adesso che cosa mi invento? Mi sembra che quella risposta fosse comunque meno id**ta del “pensare positivo” dello Spirito del tempo. Senza saperlo aveva attinto, come capita a chiunque di fare nelle esperienze estreme, al serbatoio comune dello Spirito del profondo.
Jung scrive “Il senso superiore è grande e piccolo, è ampio come lo spazio del firmamento e minuscolo come la cellula di un corpo vivente”. L’anima non consola, ci accompagna e basta, ci sta vicino. L’anima ci fa presente che esiste questo e quello, per tutti, non che andrà tutto bene. Nel dialogo tra Jung e la sua anima c’è anche questa rinuncia alla consolazione. Una possibilità di riscatto sta nel superamento dell’Uomo come unità di misura di tutto per tornare a spaziare tra macro e micro. Nella vicinanza agli animali che conservano nel nome questa desinenza di anima. Lo sguardo sappia zoommare tra grande e piccolo, tra luce e ombra, tra alto e basso, tra io e sé, tra bene e male, tra vita e morte, per ritrovare la costante di tutte le cose, del cosmo, dell’uomo, della materia: il principio di una interazione tra forze che non dà tregua e sposta continuamente la meta, perché ogni cosa reale, perfino Dio secondo Jung, ha un’ombra.
Carl G. Jung, La psicologia del Kundalini-Yoga. Seminario tenuto nel 1932.
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