13/07/2026
Gli Italiani " brava gente" per davvero, non dimenticano quel13 luglio del 1943
🟥’ESERCITO DEGLI STUPRATORI E DEI CARNEFICI: LA FEROCIA CRIMINALE DEI FASCISTI ITALIANI NEI BALCANI
"..I villaggi bruciati, i campi e i frutteti sono stati devastati dal nemico, le donne e i bambini strillano, quasi in ogni villaggio degli ostaggi vengono passati per le armi; centinaia di persone vengono inviate nei campi di internamento, i bovini muggiscono e vanno errando per i boschi. La cosa più sconvolgente è che questi orrori vengono perpetrati non da un'accozzaglia di primitivi come al tempo delle invasioni turche, ma da gioviali soldati del civile esercito italiano, comandato da freddi ufficiali che impugnano fruste per cani."
— Dal diario del 1942 di Edvard Kocbek, poeta e leader cattolico del Fronte di Liberazione Sloveno.
La retorica assolutoria del dopoguerra ha costruito il mito falso, ipocrita e intollerabile degli "italiani brava gente". Ci hanno raccontato per decenni la favola del soldato del Regio Esercito buono, umano e protettivo. La realtà storica dell'occupazione fascista nei Balcani, invece, parla di stupri di massa, saccheggi, assassinii gratuiti e un sadismo sistematico ai danni della popolazione civile. Le truppe di Mussolini si comportarono come feroci criminali di guerra.
L'ennesima dimostrazione di questa bestialità si consumò il 1943 a , una cittadina croata sul mare a soli 15 chilometri da . Lì, l'esercito d'occupazione italiano rastrellò e passò per le armi 18 persone indifese: 13 donne, 4 anziani e un bambino. Prima di essere barbaramente fucilate, tutte le 13 donne vennero metodicamente stuprate dai militari italiani. Una violenza programmata e brutale, usata come arma di sopraffazione bellica contro i civili.
Questo orrore non fu un caso isolato. Poco lontano, a Zemunik, la violenza fascista si manifestò con le stesse identiche modalità: due militari italiani, insieme a un pilota tedesco, entrarono con la forza nella casa di Marija Dundović. Dopo essersi abbuffati e ubriacati con le risorse della famiglia, senza alcun motivo le assassinarono il marito. Subito dopo, la spedizione si trasformò in una caccia alle donne del villaggio per sfogare i propri impulsi bestiali. Entrarono in casa di Štefanija Škorić per violentarla, ma la donna riuscì a fuggire; tentarono lo stesso con Emilija Lalić, che scampò miracolosamente all'aggressione. La caccia si concluse brutalmente in casa di Olga Lončar: la donna venne bloccata e violentata in branco dai tre militari.
La fotografia dell'epoca mostra dei militari italiani mentre esibiscono come un trofeo una giovane partigiana appena catturata. Non c'è traccia di civiltà in quegli sguardi, c'è solo la boria coloniale di chi si sentiva padrone della vita, del corpo e della dignità dei popoli occupati. Sotto il comando di ufficiali spietati, i "gioviali soldati" italiani incendiarono migliaia di case, fucilarono ostaggi sul ciglio delle strade e deportarono donne e bambini in campi di concentramento infami come quello di Arbe, riducendo un intero territorio alla fame e al terrore.
A 83 anni esatti dall'eccidio di Zaton e da quegli orrori, schiacciare il negazionismo e il revisionismo di Stato è un dovere storico imprescindibile. L'esercito fascista italiano nei Balcani non portò alcuna civiltà, ma solo sangue, fiamme, stupri e devastazione. Riconoscere questi crimini significa restituire dignità alle migliaia di vittime slovene, croate e dalmate e guardare in faccia, una volta per tutte, la vera, criminale natura del fascismo.
Noi non dimentichiamo il sangue dei Balcani.