17/01/2026
I genitori non li faccio entrare, devono stare fuori dal campo d'allenamento. Andiamo a prendere i ragazzi con i pulmini, fanno allenamento e poi li riportiamo a casa". Totò Di Natale non ci gira troppo intorno: nella sua scuola calcio i familiari non possono assistere alle sedute. Lo fa per un motivo chiaro: i giovani devono potersi staccare dalle aspettative e dall'ansia dei genitori, imparare a stare in campo senza sentirsi osservati o giudicati. Solo così, secondo lui, riescono davvero a divertirsi e a migliorare.
Alla partita della domenica, certo, i genitori possono esserci. Ma durante la settimana, meglio che i ragazzi se la cavino da soli. Di Natale lo spiega senza mezzi termini: "Alla domenica, in occasione della partita vengono a vedere i figli, ma in settimana devono stare da soli, altrimenti quando crescono questi ragazzi? ".
L’ex attaccante dell’Udinese è convinto che i veri destinatari dei suoi consigli siano proprio i genitori, più che i bambini. "I miei consigli non sono per i bambini, ma per i genitori. Perché poi, purtroppo, hai a che fare soprattutto con loro. A volte non pensano che portare un bambino che si iscrive a una scuola calcio vuole solo dedicarsi allo sport, divertirsi, fargli fare qualcosa che gli piace. Poi, in un secondo momento, sempre che il ragazzo abbia effettivamente delle qualità, si può pensare ad altro… viene da sé. Mica tutti arrivano in Serie A? Non siamo tutti fenomeni come Ronaldo. E quanto cresce un ragazzo e diventa calciatore per me è la cosa più bella che ci sia".
Per rendere ancora più chiaro il suo punto di vista, cita la propria esperienza personale: "Mio figlio ha 23 anni e l'ho visto giocare solo due volte, non sono mai andato a vedere mio figlio anche perché il suo cognome è Di Natale". Quel nome importante, lui preferisce non pesi sulle spalle del figlio.
Di Natale conosce bene cosa significa lasciare casa da giovane per inseguire un sogno. "Io a 13 anni sono partito da solo per andare a Empoli, senza i miei genitori. Poi sono diventato giocatore. Mio papà e mia mamma non sono mai venuti a vedere la partita. Mai. Mio papà è venuto una volta a Roma e basta. Ma credo che è giusto così. La vita è anche questo".
Non manca una nota amara: oggi, osserva, a 13-14 anni i ragazzi stanno spesso col telefono in mano e intorno ai campi si vedono genitori che chiacchierano tra loro, alcuni figli hanno già un procuratore. "Alla Donaello te ne trovi 5-6. Sembra giusto? 20 anni fa io non avevo il procuratore. Ma lasciateli giocare, lasciateli. Perché un ragazzo di 14 anni cosa gli dici? ".