09/09/2026
Post lungo!
Quando amare la montagna significa anche fare un passo indietro
* La guida che ha deciso di fermarsi
Sono quasi tre anni che faccio la guida ambientale escursionistica.
Non sono tanti, probabilmente. Non abbastanza per sentirmi autorizzata a dare lezioni a qualcuno. Ma sono stati sufficienti per osservare, ascoltare, accompagnare centinaia di persone e, soprattutto, per capire molte cose.
Alcune belle.
Altre molto meno.
Ed è proprio per questo che oggi sento il bisogno di fermarmi.
Prendere una pausa.
Una pausa di riflessione.
Non perché non ami più la montagna. Al contrario.
Forse proprio perché la amo ancora troppo e non voglio rischiare di perderla.
Una scelta fatta fin dall’inizio
Quando ho deciso di diventare guida, ho fatto quasi subito una scelta piuttosto drastica.
Non volevo diventare la guida delle merende.
Non volevo portare chiunque, ovunque, pur di riempire un gruppo.
Non volevo trasformare ogni passeggiata in natura in uno spettacolo, in un intrattenimento continuo, in una successione di storie, leggende e curiosità raccontate solo per tenere alta l’attenzione.
Non ho mai voluto “vendere” la natura rendendola più accattivante di quello che è.
E, soprattutto, non ho mai voluto inventare qualcosa per convincere le persone ad amarla.
La montagna non ha bisogno di essere resa interessante.
Lo è già.
Bisogna solo essere capaci di ascoltarla.
Per questo, fin dall’inizio, ho scelto la montagna vera. L’alta quota. La fatica. I percorsi che richiedono qualcosa alle persone.
Anche questa, forse, è stata una scelta egoistica.
Perché prima di tutto io volevo fare montagna.
Volevo continuare a frequentarla e, magari, coinvolgere altre persone nella mia passione.
Non volevo necessariamente raccontare la montagna.
Volevo farla vivere.
Chi ha camminato con me lo sa
In questi anni ho parlato poco.
Non sono mai stata la guida che racconta continuamente qualcosa.
Non ho riempito ogni momento di informazioni, curiosità, leggende o spiegazioni.
Spesso ho preferito il silenzio.
Perché non volevo fingere di essere qualcosa che non sono.
E perché, sinceramente, credo che della montagna non ci sia sempre qualcosa da raccontare.
A volte bisogna semplicemente sentirla.
Si conosce frequentandola.
Ancora.
E ancora.
E ancora.
Bisogna creare una specie di simbiosi.
E quella simbiosi non nasce perché qualcuno ti ha raccontato una bella storia mentre camminavi.
Nasce dal tempo.
Dalla fatica.
Dalla presenza.
Dal tornare nello stesso luogo abbastanza volte da iniziare a riconoscerne il respiro.
In questi anni ho incontrato persone straordinarie
Alcune persone che ho conosciuto durante questo percorso hanno capito.
Hanno iniziato a creare un rapporto vero con la montagna.
Hanno imparato ad ascoltare.
Hanno capito che non sempre bisogna parlare.
Che non sempre bisogna fotografare.
Che non sempre bisogna fare qualcosa.
Hanno capito il battito della montagna.
Altri, invece, probabilmente non hanno capito niente.
O forse hanno capito semplicemente un’altra cosa.
Che andare in montagna è di moda.
Che essere un hiker è figo.
Anche quando magari non si sa nemmeno cosa significhi davvero esserlo.
Ma questo è un altro discorso.
Il Covid e questa maledetta voglia di sentirsi liberi
Sì, probabilmente darò la colpa anche al Covid.
Tantissimo.
Perché credo che da lì sia esplosa questa fottuta voglia di sentirsi liberi.
Abbiamo improvvisamente realizzato che la vita è una.
Che bisogna viverla.
Che bisogna aggrapparsi a ogni momento che ci regala felicità.
E la montagna, sicuramente, può regalare felicità.
E va bene.
Finché ci siamo, viviamo.
Il problema è che, in questa corsa alla libertà, tante persone hanno dimenticato cosa significa davvero stare in montagna.
La montagna è adattamento.
È fatica.
È silenzio.
È rinuncia.
È anche noia, a volte.
È freddo.
È caldo.
È paura.
È superare alcuni limiti e accettarne altri.
Non è portare la città in montagna.
Non è pretendere comfort ovunque.
Non è vincere facile.
Non è consumare un’esperienza e poi passare alla successiva.
Per stare davvero in montagna devi volerlo.
Devi essere disposto a fare fatica.
Devi affrontare le tue paure.
Devi andare oltre.
Ognuno ha le proprie ragioni per andarci.
E va bene qualsiasi ragione
Finché quella ragione non calpesta la montagna stessa.
Quello che vedo mi spaventa
In questi anni ho visto persone urlare nei boschi.
Fare chiasso dove dovrebbe esserci silenzio.
Strappare piante.
Raccogliere fiori.
Voler toccare qualsiasi animale incontrato lungo il percorso.
Portare a casa qualcosa.
Un sasso.
Un ramo.
Un fiore.
Un pezzo di quella giornata.
E lasciare una bottiglia, piatti e bicchieri monouso, carta etc
Come se non fossimo già abbastanza ossessionati dal possedere tutto
E quello che vedo oggi mi mette profondamente a disagio.
La natura non può essere solo un business
Forse questa è la parte più difficile da dire.
Perché la dico da guida.
La dico facendo parte, anch’io, di questo mondo.
Ma trovo profondamente contraddittorio trasformare continuamente la montagna in un business e, allo stesso tempo, parlare di tutela ambientale.
Un conto è raccontare di voler proteggere la natura.
Un altro è farlo davvero.
Perché non puoi parlare di preservazione mentre porti trenta persone contemporaneamente sullo stesso sentiero.
Venti persone.
Trenta persone.
Gruppi sempre più grandi.
Sempre più frequenti.
Sempre negli stessi luoghi.
Non possiamo raccontarci che non abbia un impatto.
Ce l’ha.
Eccome se ce l’ha.
Se vuoi davvero preservare qualcosa, forse devi anche rinunciare a frequentarla continuamente
Forse devi accettare che non tutto debba diventare accessibile a tutti.
Forse devi scegliere di andarci in pochi.
O, qualche volta, di non andarci affatto.
Siamo invasivi.
Terribilmente invasivi.
A volte mi viene da pensare che siamo come una specie infestante.
Arriviamo ovunque.
Consumiamo tutto.
Lasciamo tracce.
Facciamo rumore.
E poi diciamo di amare.
Io non voglio far parte di questo meccanismo.
Non voglio perdere l’amore per la montagna
Ed è qui che nasce la mia pausa.
Non è una resa.
Non è un addio.
È un passo indietro.
Perché ho bisogno di capire.
Di riformulare le mie idee.
Di ripensare il mio approccio.
Di chiedermi se esiste ancora un modo in cui posso fare questo lavoro senza tradire quello che mi ha spinto a iniziarlo.
Perché non voglio perdere l’amore per la montagna osservando tutto lo schifo che, troppo spesso, le gira intorno.
Non voglio abituarmi.
Non voglio diventare cinica.
Perché porta quindici, venti o venticinque euro a persona.
Essere una guida, almeno per come l’ho sempre immaginato io, non è soltanto questo.
Non è intrattenimento.
Non è organizzare una giornata.
Non è portare le persone in un rifugio a fare confusione.
Non è dover continuamente giustificare il prezzo di un’escursione.
Io ho studiato.
Ho imparato.
Ho fatto esperienza.
Conosco certi percorsi, certi ambienti, certi rischi.
E pensavo di poter condividere tutto questo.
A volte ci sono riuscita.
Altre volte no.
Forse ho preteso troppo.
Forse ho immaginato un rapporto con la montagna che non può essere condiviso con tutti.
E va bene anche questo.
Ma oggi sento di dovermi fermare.
Perché prima di continuare ad accompagnare qualcuno, ho bisogno di ritrovare il motivo per cui ho iniziato.
Ho bisogno di tornare a camminare senza dover necessariamente portare qualcuno.
Ho bisogno di stare in silenzio.
Di osservare.
Di capire.
E forse di accettare che non tutto ciò che amiamo debba necessariamente diventare un lavoro.
Non so quanto durerà questa pausa.
Non so nemmeno cosa succederà dopo.
So soltanto che oggi faccio un passo indietro.
Per rispetto della montagna.