29/11/2019
Giorno 3
Milo mi aveva avvisato - "Domani farà molto caldo".
Saluto la famiglia, dopo un ottimo caffè fatto in casa e mi metto a pedalare di buona lena per raggiungere Stefano, alle grotte del Caglieron a Fregona.
Le mie braccia non sono messe benissimo e per evitare il sole battente le copro con i manicotti.
Arrivo alle grotte e Stefano è già lì che mi aspetta per offrirmi una visita guidata a questo magnifico geosito ricco di particolarità storiche e naturali. Stefano lavora all'azienda per la promozione del territorio di Fregona ed è veramente preparato. Sa tutto.
Ci mette passione e mi sento molto in imbarazzo nel dover, in qualche modo, tagliar la visita, visti i chilometri che mi aspettano in questa giornata.
Lo saluto complimentandomi per l'entusiasmo che trasmette.
Ora è tutta discesa fino a Vittorio Veneto.
Non mi sento benissimo e la temperatura è già salita oltre la mia soglia di sopportazione.
I manicotti resistono a coprire le mie braccia ridotte a spiedini sulla griglia estiva.
Vittorio Veneto: colazione abbondante annaffiata da una coca con la speranza che mi tolga questa sensazione di pesantezza che non mi fa andare avanti.
Ora devo scegliere il percorso migliore, quello che mi fa arrivare dall'altra parte della pedemontana senza soffrire più del dovuto.
L'incontro con Paolo Malaguti è saltato per un imprevisto, ma ci promettiamo di rivederci alla conclusione del viaggio.
Passo alto, Revine e poi punto a Vidor per poi passare il Piave e puntare a Bassano del Grappa.
Soffro come non mai.
Provo a bagnarmi i manicotti in cerca di refrigerio, ma dopo due secondi dalla bagnatura, l'effetto è quello di una lenta cottura al cartoccio. Tolgo tutto!
E' inutile, fa troppo caldo!
Sono in sella già da un bel po’ di ore, la mia andatura è lentissima e non riesco a trovar pace sotto il sole. Sto soffrendo, non riesco a togliermi da questa calura e fino a dopo Bassano non avrò via d'uscita.
Vidor.
Mi fermo un pò in una panchina, all'ombra di un pino, davanti al sagrato della chiesa.
Sto attraversando la regione del Prosecco, ma la mia mente non è lucidissima per affrontare un'adeguata analisi di questo territorio piegato alla coltivazione intensiva della vigna.
“Vigna dapparttutto!
Vigna par tutti!”
Alcune immagini mi restano impresse nella mente. Colline, versanti interamente rettificate, rettilinee, come le vigne allineate con il filo a piombo. Non un centimetro lasciato incolto, libero alla crescita di una pianta qualsiasi. Controllo totale.
Davanti a me uno di quegli orribili tabelloni informativi luminosi che in un loop ipnotico aggiorna su eventi ed emergenze i passanti.
Mi ritrovo perfettamente, d'altra parte qui sono nel mezzo del feudo verde che incarna un certo pensiero veneto.
La traduzione di un dei messaggi è: "Sarate in casa che ghe xè i zingani o i moretti che vien robare a casa toa".
Il secondo messaggio suona da beffa visto che avverte i cittadini che siamo in allerta meteo per le elevate temperature: ma va! Mi sto sciogliendo, lo so bene, avevo intuito che facesse caldo!!!
A fine agosto torno sul territorio per ritrovarmi con Paolo Malaguti.
Ho chiesto a Paolo, giovane e ormai affermato scrittore a livello nazionale, se poteva regalarmi un suo pensiero su questo Veneto, su questi Veneti, su questa pedemontana Veneta.
Chiedo dove ha intenzione di portarmi e con sorpresa mi accorgo che stiamo andando verso il cimitero di San Vito di Altivole. In questa frazione veneta vi è una delle più visitate tombe monumentali nelle quale trova pace l'ideatore della Brionvega, sua moglie e l'architetto Scarpa che progettò il mausoleo.
Cosa centri tutto questo con il Veneto b side, me lo son chiesto pure io, ma con un attimo di pazienza ve lo spiegherò nelle prossime righe.
La tomba di Brion è un complesso funebre monumentale luogo simbolo di quello che è stato ed è il Veneto, visitato da gente da tutto il mondo per studiare e scoprire le opere dell'architetto Scarpa. E' un angolo di bellezza e silenzio nel mezzo del Veneto più operoso.
Arrivare a San Vito di Altivole è come attraversare il manuale dell'inurbanizzazione. E' tutto quello che si è scritto sulla città diffusa, sul capannone diffuso, sullo sprawl urbano.
Capannone, pannocchie, villetta, capannone, capannone abbandonato, chiesa, pannocchie, villa con palme, villa storica, capannone.
Attraversare il campo santo di Altivole e oltrepassare l'entrata del monumento, è come entrare in un'altra dimensione.
Tra qualche mese, la pedemontana veneta passera a poco più di duecento metri da quest'angolo contemplativo.
Chissà se si ritroverà il silenzio.
Si fa tardi, devo arrivare ad Oliero per ora di pranzo.
Da qui alle grotte carsiche, penso solo a passare il più velocemente possibile questo pezzo di Veneto.
Passo Bassano e imbocco la ciclabile del Brenta che mi porterà ad Oliero.
Sono sfatto, affamato.
Ecco le mie donne!
Sono venute a trovarmi lungo il percorso e mi faranno compagnia fino ad Asiago.
Me ne sono reso conto una volta arrivato a casa. Questo pezzo di Veneto è rimasto tra parentesi. Non avevo messo in conto condizioni meteo così estreme e la mente non è stata sempre lucida e vogliosa di indagare con lo sguardo il territorio. Solo l'idea di fermarmi, prendere la fotocamera e cercare inquadrature degne di nota, mi faceva sudare più di quello che stavo già facendo.
Mi sono rifatto, incontrando Paolo a fine agosto.
Oliero
Altro geosito, altro prezioso incontro con un ex collega geologo che mi aspetta per parlarmi dell'importanza dei geositi e in particolare delle grotte di Oliero.
Mi sorprendo ancora una volta, di quante persone ci siano, innamorate del territorio e desiderose di "sfruttarlo" nella maniera giusta, per valorizzarlo e farlo conoscere nel massimo rispetto. Siamo netta minoranza, minoranza nella minoranza, un numero esiguo di fronte al menefreghismo generale e al tornaconto personale. Quanti sarebbero disposti a rinunciare ad un proprio vantaggio rispetto ad un vantaggio per l'ambiente, ad un vantaggio comune?
Siamo già oltre i 35°.
Non amo il caldo, non lo sopporto! La mia vita “pendolante” da geologo da tastiera, mi ha reso insofferente alle alte temperature.
Ora mi aspetta una lunga salita che conosco, che ho già fatto e che posso affrontare con serenità.
Salgo per Foza, un tornante dietro l’altro mi servono per pareggiare l’abbronzatura: lato sinistro, lato destro e via con la trifacciale. Mi piace questa salita con la sua pendenza costante, mi lascia prendere il giusto ritmo. Non sono un grimpeur, non sono in formissima, non mi sono allenato a dovere, non ho perso i chili di troppo che mi porto dietro, ma salgo con calma, guardandomi attorno cercando di esplorare.
La parte finale della salita porta verso Foza, piccolo paese nel settore orientale dell'Altopiano di Asiago.
E' tardi, devo accorciare verso Gallio e su diretto, senza passare per la piana di Marcesina, luogo pesantemente toccato da VAIA. Gli effetti della tempesta li ho potuti vedere salendo verso Campo Mulo con il versante sinistro della valle, completamente azzerato. Il punto finale della giornata è cancellato pure quello. I Castelloni di San Marco sono impraticabili.
Salendo resto sorpreso non tanto per gli alberi schiantati, ma bensì per i lavori di recupero di un rifugio e relativo impianto di risalita. Non capisco tanta opulenza nel ripristinare una via di risalita per sciatori, quando sono anni che le scarse nevicate invernali rendono praticamente inutili queste impattanti strutture. Vengo a sapere poi, che il rinnovo non ha previsto l'innevamento artificiale, che seppur deprecabile, potrebbe far sopravvivere l'idea di sciare in queste bassure.
Mi rendo conto che non c'è alternativa nelle menti dei politicanti e faccendieri!
Arrivo a destinazione e scopro mio malgrado che il rifugio dove avrei dovuto pernottare, sta chiudendo per manutenzione straordinaria. COSA??? AVVISARMI???
Pazzesco, non ho manco la forza per insultarli,
Scendo e fortunatamente trovo una stanza a Gallio.
Sono ancora in ritardo e l'appuntamento previsto a Campo Muletto con la guida ambientale è saltata vista l'impossibilità di una stanza d'appoggio.
Riusciamo a trovarci ad Asiago, prima di una pizza serale.
Massimiliano è giovane, guida ambientale e vuole vivere nel suo Altopiano.
Aggiungo un altro tassello per capire questo Veneto.
Ritorno in Marcesina a fine agosto per riempire il buco.
I lavori di pulizia e recupero del legname sono in pieno svolgimento e le cataste di legna ai bordi delle strade formano enormi mosaici di tessere gialle tondeggianti. E' sera dopo un'acquazzone. L'aria è umida e il sole calante sbuca tra le nuvole. Silenzio assoluto. Ormai sono passati otto mesi dalla nottata di tempesta e i boschi sembrano essere stati bombardati da artiglieria pesante. Interi versanti spogliati mostrano monconi e buche mancanti dalle radici che di punto in bianco hanno trovato la morte venendo all'aria. Crinali ricoperti dal bosco sembrano esseri spelacchiati, rendendo il vecchio profilo armonioso, una linea spezzata.
Gli alberi rimasti sono come punti esclamativi sopra una pagina vuota.
Questi erano i boschi di Mario Rigoni Stern, chissà che parole userebbe per descriverli ora che se ne sono andati.