25/04/2026
Ma voi ve le ricordate le smontonate di una volta? Parlo con quelli che hanno più di vent'anni di equitazione o quelli che oggi trattano il cavallo da cavallo, alimentandolo e trattandolo non come un giocattolo.
Porta del campo chiusa.
Pochissime anzi rarissime martingale e chiudibocca.
Quasi tutti usavano un filetto snodato, che poteva essere il classico da puledrone o sottile.
E pedalare.
Punto.
I cavalli mangiavano orzo, avena, fieno di prato (così da potergliene dare di più e fargli passare il tempo senza prendere tic da noia), fioccato misto, erba fresca.
Box in paglia.
Le coliche erano cosa rara. La mattina in scuderia c'era cavalli ovunque: prato, maneggio coperto/scoperto, tondino, ma pochissimi nei box, così da permettere al cavallo di essere "cavallo", anche quello che costava quanto un appartamento in centro. E la salute dei cavalli la si riscontrava in campo. Le sgroppate, le fughe, le smontonate, spesso erano più di allegria e vivacità che difesa o paura. Persino cavalli della scuola dopo due giorni in box sembravano puledri in doma. Si cadeva. Tutti. Dai graduati a quelli della scuola. Cadere era una delle cose che ti insegnavano per prima. Piccole regole che servivano ad evitare di rimanere instaffati o cadere sui pilieri o sul recinto. Farsi scivolare dalla sella invece di insaccarsi e rovinarsi la spina dorsale. E quando cadevi lo sentivi. Non era mai (o difficilissimo) una caduta secca. E il cavallo ti guardava stupito chiedendosi cosa mai ci facessi li per terra. Al massimo si faceva un paio di giri al galoppo ma era abituato ad essere preso da libero, quindi bastava un fischio, una mano tesa, chiamarlo. Nessuna caduta disastrosa ed elisoccorso. Una spolverata e di nuovo in sella. E una caduta non portava mai ad usare ferramenta per evitarla. L'istruttore montava e ti spiegava il perché eri caduto. Il perché la colpa era la tua. Ti insegnava a prevenirlo, a capire quando sta pensando di sgropparti. Perché un cavallo non ha i raptus di pazzia ma avverte molto prima, sia che abbia voglia di sfogare la sua esuberanza portata da giovinezza, allegria, primavera, o paura, difesa. Un cavallo è un compagno leale che esprime in anticipo le sue emozioni. Nostro è il compito di interpretarle e agire di conseguenza senza obblighi. Una volta quando ti smontonava l'istruttore ti diceva "vedi che lui ti aggiusta... ti insegna a stare dritta..." , e non aggiungeva una martingala, un chiudibocca, un morso pesante. Eri tu che dovevi imparare a mo***re, non lui punito perché aveva un cavaliere non in grado di montarlo. E tutti i cavalli uscivano in passeggiata. Tutti. Si asciugava il cavallo fuori dal campo, a redini lunghe, due buchi al sottopancia, chiacchierando con qualcuno che aveva finito la lezione con te. Nessuno era esonerato. Perché il cavallo, oltre a dover essere abituato ad uscire così da essere più concentrato e meno pauroso quando si usciva per le gare, ha bisogno di rinforzare tendini, zoccoli, nodelli, schiena, anche sul duro. Un cavallo che cammina sempre ed esclusivamente in campo ha le gambe meno forti di quello abituato a camminare su vari terreni e pendenze e la sua muscolatura è molto più elastica e scattante. Ma un cavallo forte e sano è un cavallo che ogni tanto sgroppa, ogni tanto scappa, ogni tanto si permette di essere esuberante, contento. Insomma si prende la libertà di essere cavallo senza la paura che il primo che arriva lo picchi solo perché lo ha scambiato per un motorino monomarcia sul quale non sa nemmeno andare.
Raffaella Scelsi Istruttore capo dell'Accademia Equestre San Paolo