23/06/2026
Lettera aperta
Il mio J’Accuse
Stiamo creando una generazione di ‘poverini’ e la colpa è anche della scuola (parte 2)
COSA VOGLIAMO DALLA SCUOLA?
La prima domanda che tutti dovrebbero porsi è: cosa voglio dalla scuola?
Immagino che una risposta condivisibile (anche da chi non è genitore e quindi non pensa
ai suoi figli, ma più in generale alla società in cui vorrebbe vivere) sia: una scuola in cui si
insegni ai giovani ad essere cittadini onesti, responsabili, rispettosi delle regole, un luogo
in cui si potenzino le eccellenze e si correggano le inclinazioni sbagliate, un luogo in cui i
ragazzi scoprano qual è la loro strada, capiscano quali sono i loro talenti e imparino a
metterli a frutto.
Dove si facciano scoperte, dove si socializzi, dove si costruiscano amicizie, dove si trovino
modelli da imitare. Dove si impari ad avere un pensiero critico, filantropico.
La scuola italiana ha tutte le risorse e le ricchezze per realizzare un modello del genere,
senza andare a scomodare il mondo anglosassone che ha sicuramente alcuni punti di
forza interessanti che vanno imitati, ma che non raggiungono le profondità di pensiero e di
astrazione di numerose scuole superiori italiane. Il valore della scuola italiana è la nostra
grande tradizione culturale, la centralità del pensiero critico e della capacità di
interpretazione e rielaborazione, il rigore e l’educazione richiesti agli studenti. Ma senza
alcun apparente motivo si impedisce alla scuola di compiere la sua ‘missione’, in una
ricerca rapida di risultati tangibili, senza perdite di tempo e senza che le famiglie fatichino
troppo.
Il mantra è: non vogliamo problemi. Non vogliamo fare fatica.
Ma sono proprio la fatica, l’errore, e anche l’imparare a relazionarsi con un prof con cui
non si va d’accordo le cose che fanno crescere. ‘Sbagliando s’impara’ ci hanno sempre
ripetuto i nostri nonni e i nostri genitori: com’è possibile che questa saggezza polare sia
andata perduta? È frutto della rapida evoluzione dei tempi? Forse si: siamo in fondo tutti
centrifugati da queste giornate zeppe di impegni e, eternamente occupati, ci
dimentichiamo, come direbbe Seneca, di vivere davvero. E ci dimentichiamo anche che
dobbiamo nutrire la nostra mente, la nostra anima e allenare la nostra concentrazione.
Se va male un compito, quello che consiglio agli studenti è di analizzare la situazione
come un imprenditore controllerebbe il bilancio: dove ho speso troppe energie? Dove
troppo poche? Cosa è andato storto e perché? Cosa posso fare per migliorare? C’è stato
qualche evento esterno o interno che è concausa di questo risultato? Individuato il
problema sarà più semplice e cercare soluzioni per risolverlo.
Gli esempi della grande letteratura antica, della filosofia, della storia ci insegnano proprio
questo: a guardarci dentro, a imparare sbagliando, ad affrontare quante più sfide possibili
per migliorarci. Come i cavalieri dei romanzi cortesi, che diventavano degni della propria
amata compiendo imprese eroiche e perfezionandosi.
E questa la scuola che i genitori dovrebbero volere per i loro figli, qualcosa che li metta
alla prova prima delle difficili sfide della vita lavorativa.
PER RICONOSCERE I PROPRI LIMITI E IL VALORE ALTRUI. PER NON
OBBEDIRE PASSIVAMENTE.
Ricordiamoci sempre che studenti e docenti sono, come diceva un mio collega, dalla
stessa parte della barricata: noi prof non siamo nemici, ma allenatori e alleati. Remiamo
tutti nella stessa direzione.
Per migliorare la situazione, a mio avviso, non serve cambiare radicalmente la scuola, non
servono chissà quali rivoluzioni pedagogiche, basterebbe solo ridarle la dignità che le
abbiamo tolto, desiderare che i nostri giovani abbiano un’istruzione di qualità (non solo
dirlo, pensarlo davvero!), ritenere il diploma di maturità un fondamentale rito di passaggio
del nostro tempo.
Ogni cultura ha le sue tradizioni, i suoi luoghi sacri, la sua moralità e tutto ciò è sempre
scandito da rituali collettivi.
La scuola deve essere il nostro luogo sacro, da curare, perfezionare, non distruggere.
E soprattutto, permettetemi in chiusura la riflessione che maggiormente mi sta a cuore,
occorre rivalutare le humanae litterae. La cosa peggiore che è stata fatta alla scuola in
questi anni è stato screditare l’importanza dell’italiano, della storia dell’arte, della filosofa e
soprattutto del latino e del greco a favore delle più ‘moderne’ e ‘utili’ discipline STEM.
Attenzione, non voglio dire che le materie scientifiche siano meno importanti di quelle
umanistiche, voglio dire che tutte le materie hanno un loro specifico ruolo nella creazione
dell’individuo. La matematica, la grammatica e l’esercizio di traduzione sviluppano il
ragionamento logico astratto, la fisica e l’economia rendono pragmatico questo pensiero e
ne mostrano gli effetti, la filosofia, l’arte, la poesia, la musica nutrono l’anima.
‘Chi abbia letto una sola tragedia greca, una sola ‘invettiva’ dantesca, un verso della
Ginestra - scriveva Massimo Cacciari - saprà ascoltare, saprà riconoscere i propri limiti e il
valore altrui, ma passivamente obbedire, mai’
Sono le materie come la lingua e la letteratura latina e greca che ci aiutano a riscoprire le
radici profonde della nostra civiltà, che ci aiutano a riconoscere noi stessi in antichi miti
ancestrali, che ci rendono più consapevoli di chi siamo e quindi più sicuri nell’affrontare le
difficoltà della vita.
Io credo fermamente che una forte corresponsabilità della fragilità delle nuove generazioni
sia della poca importanza data allo studio delle discipline umanistiche.
Il calo di iscritti al liceo classico è la spia più significativa di questo meccanismo. Non
dobbiamo riformare il liceo classico, non dobbiamo renderlo più moderno, dobbiamo solo
ridargli il ruolo che ha sempre avuto: quello di formare le mente e gli animi degli
adolescenti, mettendoli davanti a problemi esistenziali e valoriali complessi, spingendoli a
riflettere.