30/11/2025
DIGIUNO INTERMITTENTE. Recentemente ha suscitato scalpore la diffusione dell’abstract di una ricerca osservazionale condotta da NHANES ( National Health and Nutrition Survey) tra il 2003 e il 2018 su un campione di 20.000 adulti, presentata all’ultima conferenza del 2024 dell’American Heart Association, che mette in relazione il digiuno 16:8 (TRF) con un aumento del 91% del rischio di morte per cause cardiovascolari, anziché una riduzione, come rilevato in precedenti studi.
Non è chiaro se le persone abbiano seguito un vero e proprio schema di digiuno intermittente, anche perché in quel periodo non era ancora definito come protocollo alimentare, o abbiano semplicemente dichiarato di alimentarsi nell’arco di otto ore, saltando per esempio la colazione ma nel frattempo consumando nell’arco della mattinata più caffè zuccherati, il che non è digiuno intermittente. Inoltre, non è specificato cosa abbiano mangiato gli intervistati nella finestra delle 8 ore: potrebbero aver mangiato troppo o aver esagerato con i junk food, contravvenendo al principio che il digiuno intermittente prevede comunque l’adozione di uno stile alimentare moderato e adeguato.
Inoltre, appare poco giustificata la preoccupazione manifestata da alcuni medici sugli eventuali effetti a lungo termine, dato che gli effetti a breve-medio termine incidono positivamente su tutti i marker associati al rischio cardiovascolare: diminuzione della glicemia, dell’emoglobina glicata, dell’insulino-resistenza, del rapporto colesterolo LDL/HDL, della circonferenza vita, della PCR e di altri marker infiammatori. Si ricorda che l’insulino-resistenza e l’infiammazione silente sono i maggiori responsabili del rischio cardiovascolare.
Ho il timore che questo possa essere l’ennesimo tentativo di screditare pratiche non farmacologiche che destabilizzano l’establishment medico strettamente collegato agli interessi delle case farmaceutiche.
Quindi mi stupisco come varie figure di una certa rilevanza hanno riportato acriticamente questo studio allarmando le persone, probabilmente avevano letto solo il titolo dello studio senza analizzarlo.
Comunque, di seguito riporto l’analisi dei Bias e i problemi principali potenzialmente riscontrabili in questo studio.
1)NHANES raccoglie i tempi e i contenuti dei pasti usando 24-hour recalls (spesso solo 1–2 giorni). La finestra alimentare “media” calcolata su 1–2 giornate può non rappresentare l’abitudine a lungo termine: questo produce errata classificazione e perdita di precisione o, se correlato a caratteristiche demografiche, può creare bias sistematico.
Cosa fare: usare strumenti che misurino tempi per più giorni (diario alimentare).
2) Bassa affidabilità (timing del pasto poco preciso) = ricordo imperfetto
Studi di validazione mostrano che la precisione del ricordo dei tempi dei pasti è limitata: la concordanza tra ricordo e diari è spesso bassa, soprattutto per l’ultimo pasto della giornata. Questo aumenta l’errore di misura e può produrre risultati fuorvianti.
Impatto: se i gruppi “